Appunti sulla politica monetaria della FED

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[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il “tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi … Leggi tutto

Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

vault2Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che … Leggi tutto

International Accounting Standards e ciclo economico austriaco: considerazioni

Non dobbiamo scordare che un elemento centrale del recente periodo di espansione artificiale è stata una graduale corruzione, nel continente americano così come in Europa, dei principi tradizionali della contabilità qual è stata praticata per secoli in tutto il mondo.

Per la precisione, la scelta di accettare gli International Accounting Standards (IAS) e il loro recepimento legislativo in diversi Paesi (in Spagna, tramite il nuovo Schema Generale di Bilancio, in vigore dal 1 Gennaio 2008) hanno comportato l’abbandono del tradizionale principio della prudenza e la sua sostituzione con il principio del fair value nella stima del valore delle attività, specialmente finanziarie. In quest’abbandono del tradizionale principio della prudenza, un ruolo di primo piano è stato giocato da intermediari, banche d’investimento (che ora sono in via d’estinzione) e, in generale, da tutte le parti interessate a “gonfiare” i valori di libro per renderli più vicini a valori del mercato azionario, asseritamente più “obiettivi”, che, nel passato, sono cresciuti di continuo, in un processo economico di euforia finanziaria.

In realtà, durante gli anni della “bolla speculativa”, questo processo è stato contraddistinto da un circolo vizioso: i valori in ascesa del mercato azionario venivano immediatamente registrati nel libri e, a quel punto, tali scritture contabili erano sfruttate per giustificare ulteriori incrementi artificiosi nei prezzi delle attività finanziarie quotate sul mercato.

In questa folle corsa ad abbandonare i princìpi contabili tradizionali e a rimpiazzarli con altri più “al passo coi tempi”, è diventato normale valutare  società basate su ipotesi non ortodosse e criteri puramente soggettivi, che, nei nuovi standard, prendono il posto del solo criterio realmente oggettivo (quello del costo storico). Ora, il collasso del mercato finanziario e la generale perdita di fiducia, da parte degli operatori, nelle banche e nelle loro pratiche contabili, hanno rivelato il grave errore insito nella resa agli IAS e al loro abbandono dei princìpi contabili tradizionali fondati sulla prudenza: l’errore di indulgere ai vizi di una contabilità creativa, … Leggi tutto