La secessione è un diritto?

CrackedFlagGrant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune afferma. La secessione non è storicamente irrilevante: semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva, a sua, volta dai diritti difesi dallo stesso liberalismo. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico ha origine nel principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.

In questa visione, lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario: questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso e non rappresenta la fonte di tali diritti. Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti leggiamo:

“per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati.”

Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui, allora gli individui possono interrompere la loro relazione con esso, ed una forma che questa interruzione può prendere è quella della secessione; si rinuncia alla lealtà verso lo Stato originario formandone uno nuovo (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità).

La Dichiarazione di Indipendenza adotta esattamente questa posizione: qualora un governo “ponga in pericolo il raggiungimento di questi fini, il popolo ha il diritto di modificarlo o abolirlo.” Ma i coloni americani non tentarono di abolire il governo britannico, piuttosto, essi lo modificarono rimuovendo le colonie dalla sua autorità. In breve, si separarono dalla Gran Bretagna. In quanto tale, il diritto di secessione permea le fondamenta della legittimazione degli Stati Uniti d’America. Negate ciò e dovrete rigettare le fondamenta stesse.

Qualcuno, a questo punto, … Leggi tutto

La Guerra alla Droga è Guerra alla Libertà

Gli sforzi profusi dal sindaco Bloomberg al fine di vietare bibite in lattina, ritenute troppo dolci, sono apparsi spesso nei notiziari ultimamente; un aspetto particolare dell'autodifesa del sindaco ha grande rilevanza nell'eccellente libro di Laurence Vance: la cosa che mi ha colpito è la strategia stessa del personaggio: si è limitato a segnalare i pericoli per la salute causati dai drink che voleva bandire, insieme ai costi che le malattie causate dal consumo di queste bevande avrebbeero potuto imporre.

Fuori di testa, adesso!

I keynesiani affermano spesso che facciano una rozza caricatura del loro Maestro quando diciamo che il suo pensiero si sintetizza nella massima “il governo deve spendere più soldi per tirarci fuori da una depressione“ accompagnata da “il debito pubblico più alto non importa perché sono soldi che dobbiamo a noi stessi”. Keynes, si sostiene, era un pensatore molto più sofisticato di come lo ritrae questa caricatura. Questi difensori possono trovare End This Depression Now! sconcertante. Krugman, che qualunque siano le sue colpe di certo non manca di sofisticazione tecnica, difende più o meno la versione a fumetti del Keynesismo, quella che ci viene detto è semplificata al massimo.

Ripensare l’Unione Americana

Esiste una “giusta” dimensione oltre la quale uno stato nazionale degenera in modo inevitabile e progressivo verso la tirannia? Se fosse così, come andrebbe organizzata una repubblica? Come possiamo evitare un Leviatano centralizzato? Il nuovo libro di Donald Livingston, Rethinking American Union for the Twenty-First Century, si propone proprio di esaminare questi temi, promuovendo un modello organizzativo per gli Stati Uniti del nuovo millennio.

Quella che segue è la recensione di David Gordon per il Mises Institute.

Ripensare l’Unione Americana, una recensione – David Gordon

Gli autori che hanno contribuito alla preziosa raccolta di saggi di Donald Livingston sostengono principalmente due tesi. Ognuna di queste tesi può essere letta indipendentemente dall’altra ma la prima fornisce ragioni a favore della seconda.

Livingston, con particolare cura, descrive la prima di queste tesi così:

Come insegnava Aristotele, tutto in natura ha una dimensione adeguata, al di là o al di sotto del quale diventa disfunzionale […] Lo stesso vale per il funzionamento di altre entità sociali, come le giurie dei comitati, le assemblee legislative e gli apparati burocratici, il rapporto tra la popolazione e il rappresentante (ad esempio, il rappresentante di un milione di persone non può essere un rappresentante collettivo). Nessuna di queste entità può funzionare adeguatamente se troppo grande, cioé fuori scala (pp. 16-17).

Per Livingston, una repubblica deve avere dimensioni limitate; la sua posizione, se ho ben capito, è questa: una repubblica deve avere un’assemblea rappresentativa con funzione legislativa; al fine di essere veramente tale, il numero di persone che ogni membro del gruppo rappresenta non deve essere eccessivamente esteso. Ma si dà anche il caso che il numero di persone, nella stessa assemblea,  non possa essere così ampio, per il motivo indicato nel paragrafo precedente. In una grande repubblica, questi requisiti non possono contemporaneamente essere soddisfatti. Pertanto, la corretta dimensione di una repubblica è necessariamente limitata.

Livingston aggiunge, a questi argomenti, un richiamo alla tradizione:

Qualsiasi posizione circa

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