L’inevitabile dipartita dell’euro

Philipp Bagus non vede alternativa alla stampa di moneta e questo è effettivamente ciò che Draghi si è detto pronto a fare; ma diversamente dalle altre monete fiat, l’euro non ha dietro un solo paese. Quindi l’effetto sull’euro di Draghi che si mette a stampare potrebbe essere catastrofico.

Ripudiare il debito pubblico?

Se la santità dei contratti deve regnare nel mondo del debito privato, non dovrebbe essere altrettanto sacrosanta nel debito pubblico? Il debito pubblico non dovrebbe essere disciplinato dagli stessi principi privati? La risposta è no, anche se una tale risposta può urtare la sensibilità di molte persone. Il motivo è che le due forme di debito sono totalmente differenti. Se prendo a prestito denaro da una banca ipotecaria, ho stipulato un contratto per trasferire i miei soldi ad un creditore in una data futura; in un senso profondo, egli è il vero proprietario del denaro a quel punto, e se non pago lo sto derubando della sua proprietà. Ma quando il governo prende in prestito denaro, non impegna il suo denaro; non mette a rischio le proprie risorse. Il governo non impegna la sua stessa vita, fortuna e sacro onore per rimborsare il debito, ma i nostri. Si tratta di un fatto, ed una transazione, completamente diversi.

La Germania è la regina dell’Eurozona (fino a quando?)

Nell’attuale dibattito sulla crisi dell’euro, la Germania è generalmente considerate modello di forza economica, un faro di prudenza fiscale ed una fautrice delle riforme strutturali. Le sue risorse sembrano senza fine e il suo debito pubblico un indiscusso “porto sicuro”. Se solo la Germania dividesse la sua forza e le sue risorse più generosamente, la crisi europea del debito sarebbe risolta. Tutto ciò è un’illusione. Presto o tardi, i mercati si renderanno conto dei fondamentali deboli del paese e delle sue pesanti sfide da affrontare.

Il pericolo del debito estero

I governi sono, in ultima analisi, basati sulla violenza fisica o sulla minaccia di violenza fisica. Lo stato è il monopolista della violenza in un dato territorio. E la violenza è quella che fa la differenza. I debiti detenuti internamente generano entrate per i cittadini, che possono essere tassate con la minaccia della violenza. Ciò implica che una parte degli interessi pagati sul debito interno rifluisce al governo attraverso le tasse. Gli interessi pagati sul debito estero, invece, sono tassati dai paesi esteri.

In America non può succedere… Davvero?

A volte la gente  non vuole ascoltare la verità perché non vuole vedere le proprie illusioni distrutte – Friedrich Nietzsche

Se ci sono due cose che possiamo affermare con la certezza della loro eterna presenza nel corso della storia americana passata e attuale, esse sono una volontà persistente di possedere armi da fuoco e la convinzione sulla capacità infallibile del governo di essere l’unica causa di calamità economiche, indipendentemente dalla vitalità dei mercati.

Guerra e mercato sono strani compagni di letto. Un esempio calzante è il Fucile a Ripetizione Spencer.

Il 6 marzo 1860 venne brevettato negli Stati Uniti il fucile a ripetizione Spencer. Questo fucile è stato sviluppato con l’unico scopo di usarlo contro i propri fratelli durante la Guerra Civile. Nelle parole di Warren Fisher, Jr. tesoriere della società Spencer Fucili a Ripetizione:

“… Nelle mani di esploratori, tiratori scelti o truppe regolari – tenendo in considerazione tutti gli elementi peculiari della gamma di prodotto, rapidità di fuoco e facilità di ricarica – il Rifle Spencer è così efficace da rendere un uomo solo equivalente a mezza dozzina di uomini armati di fucili a caricamento singolo … “.

Di questo fucile, insieme alle testimonianze di un gran numero di componenti dello staff dello Stato Maggiore dell’Esercito Federale, George Armstrong Custer scrisse:

Al Signor F. Cheney,

Caro signore: – In qualità di comandante di una brigata di cavalleria, interamente equipaggiata con carabine e fucili a ripetizione Spencer, ho il piacere di testimoniare la loro superiorità su tutte le altre armi. Sono fermamente del parere che millecinquecento uomini armati di carabina Spencer sono più efficaci di venticinquemila uomini armati di qualsiasi altra arma da fuoco – So che questo è vero perché ho potuto sperimentarlo dal vivo.

Molto rispettosamente, & c.,

G.A. Custer

Generale di brigata

(Un monito che Custer sembrò avere dimenticato o scarsamente considerato, quando dispiegò disordinatamente il mal preparato Settimo Cavalleggeri il 25 giugno 1876, dotato … Leggi tutto

Ma che paese è questo?

Italia: un Paese ufficialmente in recessione
dopo due trimestri di crescita negativa; un debito pubblico a ridosso dei 1.900 miliardi, finanziato da oltre 1.600 miliardi di Titoli di Stato e da una pressione fiscale al 42,6%. Una bilancia commerciale negativa da sette anni, un’inflazione al 3,7% e una disoccupazione all’8,9%, ma che colpisce i giovani con meno di 25 anni per il 31%. Questo è quanto emerge dall’ultimo Osservatorio trimestrale sui dati economici italiani dal titolo “Italia 2011: un anno di sofferenza” liberamente scaricabile qui oppure attraverso il Social Science Research Network qui.

Si tratta del quinto numero di un appuntamento fisso realizzato dalla Mazziero Research che prende in esame l’evoluzione del debito pubblico e il rating italiano confrontato con i Paesi dell’Eurozona, lo stock di Titoli di Stato, le Riserve ufficiali della Banca d’Italia, il Prodotto Interno Lordo e la bilancia commerciale, il livello di inflazione e di disoccupazione. Una grande mole di dati provenienti da enti e istituzioni diverse che vengono riuniti in un unico documento, di veloce consultazione. Mi hanno affiancato in questo studio, curando la sezione degli approfondimenti: Leonardo Baggiani, Silvano Fait e Andrew Lawford.

Ma oltre agli aspetti più eclatanti, brevemente riportati in premessa, ve ne sono altri che dipingono a tinte fosche il Sistema Italia, in particolar modo per la Pubblica Amministrazione. Fra questi, ad esempio, il continuo sbilancio fra entrate e uscite; nel 2011, il disavanzo si è affacciato per ben otto mesi su 12, e per quattro di questi le spese hanno superato gli introiti di oltre 18 miliardi, quasi una finanziaria.

Altro aspetto critico, il livello medio dei tassi di interesse raggiunti a dicembre, nel momento più acuto della crisi: il 7,4% per i BTP e quasi il 9% per i CCT (dati Banca d’Italia); un elemento che già a novembre vedeva superare di 2 miliardi la somma destinata nell’anno 2010 al servizio del … Leggi tutto

Keynes e la crisi – prima parte: il modello keynesiano

È normale chiedere cosa si possa fare per uscire al più presto da una crisi economica: è una domanda legittima.Per rispondere correttamente, però dobbiamo prima capire che cosa non si deve assolutamente fare. Sembra scontato che il governo debba fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di accelerare la ripresa ma non è affatto così: gli interventi possono infatti essere controproducenti e far precipitare l’economia in uno stato di depressione prolungata.

Nell’autunno del 2008 è sembrato quasi normale che i governi intervenissero sia per salvare il sistema bancario che le grandi aziende in difficoltà (si pensi alle aziende automobilistiche americane) e stimolare la domanda aggregata. In tanti  hanno iniziato ad invocare il nome di un economista inglese che negli anni ’30 aveva proposto una ricetta per uscire dalla Grande Depressione, ricetta che prevedeva il massiccio intervento dello Stato nell’economia, a suon di opere pubbliche e spesa in deficit. Ancora oggi, dopo tre anni e mezzo di fallimentari politiche di stimolo economico, c’è chi invoca a gran voce i suoi insegnamenti come unica e vera soluzione alla crisi. Se fino a oggi non hanno funzionato è perchè sono stati timidi, limitati, non sufficienti.

E allora diamo uno sguardo a questa ricetta e riflettiamo se dobbiamo davvero dar retta a Keynes,  smettere di preoccuparci del debito pubblico e costruire la ripresa economica a suon di spesa a deficit, oppure no.

Keynes e la “teoria generale”

Quando nel 1936 uscì la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, la scienza economica andò incontro ad una vera e propria rivoluzione. Fu però una rivoluzione di tipo politico. L’economista inglese, infatti, pur presentando la sua teoria come generale, in realtà non aveva nessuna intenzione di rivoluzionare la scienza economica. Voleva invece giustificare e promuovere quei provvedimenti di intervento pubblico che riteneva indispensabili per far uscire le nazioni occidentali dalla Grande Depressione. Avendo fornito una giustificazione teorica per le politiche che i governi di Stati Uniti e Gran … Leggi tutto

La soluzione “finale” di Krugman

In una recente intervista a Le Monde, il mio economista preferito illustra la sua ricetta per scongiurare la crisi europea. Indovinate un po’, la soluzione è stampare denaro! L’avreste mai detto?
Ecco uno stralcio dell’intervista, riportato da Ticino live
«L’Europa ha bisogno di una politica monetaria più aggressiva di quella americana, è l’unica maniera per portare i correttivi necessari. La BCE dovrebbe acquistare un numero maggiore di debiti sovrani e favorire maggiormente l’espansione monetaria.
Se qualcuno mi dice che questo rischia di far scivolare i prezzi, io rispondo che l’inflazione non è il problema, ma è la soluzione.
Per restaurare la competitività in Europa è necessario, ad esempio, che per i prossimi cinque anni nei paesi europei meno competitivi i salari diminuiscano. Con un poco di inflazione, questo aggiustamento è più facile da realizzare, ossia lasciar crescere i prezzi senza aumentare i salari».
Ricordatevi queste parole di Krugman la prossima volta che si ergerà a paladino dei più deboli, contro gli squali affamati di Wall Street. Per chi fosse stato poco attento, il premio Nobel per l’economia nel 2008, sta dicendo che per i prossimi cinque anni, in paesi come Italia e Grecia, i salari, tutti i salari, devono diminuire. Come fare? Secondo Krugman il metodo più facile, e che provoca il minimo numero di manifestazioni di piazza, è quello di provocare una crescita dei prezzi a parità di salari.
Parafrasando un giudizio di Mises su Keynes, Paul Krugman sta proponendo, scusate il francesismo, di fottere i lavoratori.
Perchè dico così? Ora ve lo spiego.
Non è un segreto che in Italia, così come in altri paesi europei, vi sia un divario enorme tra quanto un lavoratore costa all’azienda, il cosiddetto “costo del lavoro”, e quanto effettivamente prende in portafoglio, il suo stipendio netto.
«Per ogni 100 euro di retribuzione lorda erogati a un dipendente, un’azienda italiana versa 32 euro di contributi; il lavoratore,
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La spirale del debito pubblico

In un articolo precedente sostenevo come la massima “pagare tutti per pagare meno” sia fondamentalmente sbagliata. Ho mostrato alcuni grafici che illustravano come a fronte di maggiori entrate dovute al recupero dell’evasione, i governi tuttavia continuavano ad aumentare la pressione fiscale, anziché diminuirla. Avevo concluso dicendo che le maggiori entrate non vanno mai a ridurre lo stock di debito esistente ma vengono subito assorbite in nuove voci di spesa.
In sostanza il Leviatano, più viene nutrito, più chiede cibo.
C’è però chi contesta questa visione ed afferma che se il governo italiano non può diminuire le tasse, ciò non è dovuto al fatto che spende in maniera irresponsabile, anzi. Si fa notare come i nostri ultimi governi, a partire da metà anni ’90, abbiano mantenuto in attivo il bilancio primario e quindi abbiano sempre speso meno denaro di quanto incassato dal contribuente.

 

Come mai allora il debito pubblico è continuato ad aumentare? La colpa sarebbe degli odiosi interessi sullo stock di debito preesistente, che soffocano la nazione ed impoveriscono gli Italiani. In pratica i governi che si sono succeduti al timone dell’Italia sarebbero stati responsabili e giudiziosi ma il peso crescente degli interessi chiesti dal sistema bancario internazionale, la cosiddetta  Usurocrazia Globale, avrebbe fatto naufragare qualsiasi tentativo di mettere in ordine i conti dello Stato.
Il corollario è che se avessimo avuto ancora la lira e la possibilità per la Banca d’Italia di monetizzare il nostro debito pubblico a tasso zero, i nostri governi  non solo  non avrebbero avuto alcuna difficoltà a ridurre il debito ma avrebbero potuto farlo senza manovre da macelleria sociale e diminuendo le tasse.
È corretta questa analisi? Secondo me no, vediamo il perchè.
Innanzitutto guardiamo l’andamento dei famigerati interessi sul debito che l’Italia ha dovuto pagare negli ultimi 15 anni.
Come si vede, l’ingresso nell’area Euro a fine anni ’90 aveva permesso al nostro paese di chiedere un tasso di interesse più basso sui
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Il governo Monti e la Compagnia del Mississippi

Vi racconto una storia.
Nel settembre del 1715, a Parigi, moriva Luigi XIV, il Re Sole, lasciando la Francia, dopo venticinque anni di guerre, sull’orlo della bancarotta. Il nuovo re era un infante ed il reggente, il Duca di Orléans, si trovava a dover fronteggiare una situazione disperata. La corona, per finanziare le guerre, si era infatti indebitata fino all’osso, emettendo dei titoli, i billets de monnaie ed i billets d’état, che erano gli antenati dei nostri odierni titoli di debito pubblico. Chi possedeva questi “pagherò” riceveva un tasso di interesse e poteva in qualsiasi momento redimerli in oro ed argento.
I creditori però  non volevano quei pezzi di carta, che sul mercato venivano quotati dal 20% al 50% del loro valore nominale, e di redimerli non se ne parlava: le casse francesi erano vuote e per editto del Re i pagamenti erano stati sospesi. Come fare?
Venne in soccorso del Duca d’Orléans un suo amico, l’economista scozzese John Law, che aveva un’idea tutta sua su come utilizzare un sistema monetario nuovo, slegato dai vincoli metallici, che avrebbe al contempo risolto i problemi debitori della corona e reso ricchi i Francesi.
Il primo passo fu aprire, nel maggio 1716, la Banque Générale (poi Banque Royale), il cui capitale era composto per tre quarti di titoli di debito reale e per un quarto di riserve metalliche e che si proponeva come una vera e propria banca centrale moderna, accettando depositi ed emettendo banconote, gli Ecus de banque, che acquisirono il corso legale. Infatti a partire dal 1917 fu decretato che tutte le tasse e gli introiti statali avrebbero dovuto essere pagati soltanto con quelle banconote.
Il secondo fu creare una società, la Compagnie d’Occident (conosciuta come Compagnia del Mississippi) che avrebbe avuto il monopolio dello sfruttamento dei vasti possedimenti francesi in Louisiana. Le azioni di questa società potevano essere acquistate, al prezzo di 500 lire tornesi, soltanto utilizzando
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