Inflazione, deflazione, confusione

Negli ultimi 2 anni la sinistra ha insistito a descrivere la libera impresa come un’economia caratterizzata da alti e bassi. I funzionari OPA hanno sostenuto che solo il controllo dei prezzi può prevenire una ripetizione del boom del 1920-21 e del successivo collasso ed i politici britannici hanno evidenziato che il loro nuovo “socialismo democratico” funzionerà meravigliosamente solo se l’instabile America non darà luogo ad un altro crack trascinando in basso con sé anche il resto del mondo. Quindi sorprende poco che molta gente si chieda se il recente crollo azionario alla fine non prefiguri questa battuta d’arresto dell’economia reale, attesa da tempo.

Non è una domanda facile a cui rispondere, perché l’economia americana è diventata il campo di battaglia di politiche e contropolitiche che non le sono proprie ma provengono essenzialmente dall’esterno. Queste pratiche politiche conflittuali sono da una parte quelle che tendono a creare inflazione, e dall’altra parte quelle che tendono a portare recessione.

Le forze inflazionistiche sono evidenti e fino ad ora sono state sotto controllo. Le loro principali cause sono il finanziamento governativo del deficit ed altri provvedimenti politici che incrementano la quantità di moneta e di credito. Le forze inflazionistiche finora verificatesi si possono misurare grosso modo tramite l’incremento del debito nazionale a 265.000.000,00 di dollari, nonché tramite il denaro ed il credito che sono più che triplicati rispetto al volume di prima della guerra.

L’inflazione potenziale futura è segnalata da un budget previsionale ancora non in pareggio (nonostante un bilancio in pareggio nel primo trimestre dell’anno fiscale corrente) e da una politica di tassi di interesse artificialmente bassi che promuove ulteriori incrementi del credito ed ulteriore monetizzazione del debito pubblico. Fino a quando l’inflazione farà aumentare i prezzi più velocemente dei costi, stimolerà la crescita dell’economia, nuove imprese ed occupazione.

Di contro, anche le forze recessive sono altrettanto potenti. La principale di esse è il controllo dei prezzi, gestito peraltro con spirito ostile ai … Leggi tutto

Non abbiate timore della deflazione

Non dobbiamo avere paura della deflazione. Dovremmo amarla tanto quanto le nostre libertà. – Jörg Guido Hülsmann

 

La deflazione è stata spesso citata dalla stampa come un fenomeno negativo nella diffusione di bitcoin. Ad esempio, il famoso economista Keynesiano Paul Krugman ha ridicolizzato la criptomoneta bitcoin dicendo: “rafforza la tesi contro un nuovo gold standard – perché dimostra quanto sarebbe vulnerabile rispetto all’accumulo di denaro, alla deflazione e alla depressione”

Krugman non potrebbe avere più torto. La deflazione non è un problema nel sistema monetario tradizionale e non sarà un problema nell’economia bitcoin.

Mentre oltre il 99% dei 21 milioni di bitcoin sarà estratto entro il 2031, avrà fine la lieve inflazione ed avrà inizio un periodo di non-inflazione. Anche se l’offerta della moneta crittografica sarà relativamente statica, ad eccezione delle monete perse definitivamente, lo considererò un fenomeno monetario legato alla deflazione dato che l’aumento del valore unitario dei bitcoin corrisponderà ai numéraires politici, e il suo effetto sul prezzo sarà considerato deflazionistico.

Contrariamente all’insistenza del settore bancario centrale e della classe politica, secondo cui la deflazione deve essere evitata a tutti i costi, un’economia con una unità monetaria che aumenta di valore nel tempo offre notevoli vantaggi economici: ad esempio, tassi di interesse vicino allo zero ed una crescente domanda attraverso prezzi più bassi. Diamo un’occhiata ad alcune osservazioni.

In risposta ad un articolo sul The Economist, Doug Casey fa notare che “in un’economia di libero mercato, senza banche centrali e senza riserva frazionaria, inflazione e deflazione come eventi cronici non sono realmente possibili.” Casey dice:

La deflazione è in realtà un bene, perché i prezzi calano e il denaro diventa più prezioso; quindi la deflazione incoraggia le persone a risparmiare. La deflazione premia il risparmiatore prudente e punisce il mutuatario dissoluto. Il modo in cui una società, nelle sue singole componenti individuali, può diventare ricca è quello di produrre più di quanto consuma.

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Rothbard e il denaro

I contributi culturali cosa ha fatto il governodi Murray N. Rothbard spaziano su numerose discipline e sono disseminati su dozzine di libri e migliaia di articoli. Anche limitatamente al solo tema del denaro, che è l’oggetto di questo volume, i suoi contributi rimangono copiosi e significativi.

Come storico della politica monetaria americana, Rothbard tracciò il quadro delle politiche di partito, dei gruppi di pressione e del supporto accademico dietro ai vari schemi bancari nazionali, lungo tutto il corso della storia americana. Come divulgatore di teoria e storia monetaria, egli mostrò al pubblico qual era il reale obiettivo del governo nell’assumere sempre maggior controllo sul denaro. Come esperto sul ciclo economico, scrisse libri di grande spessore sul Panico del 1819 e sulla Grande Depressione, mostrando come alle radici di entrambi ci fu l’espansione artificiale del credito. Se il testo di riferimento per la teoria monetaria nella tradizione della Scuola Austriaca è The Theory of Money and Credit di Ludwig von Mises (1912), il più esaustivo compendio breve della teoria monetaria austriaca è certamente il capitolo 10 del trattato di Rothbard, Man, Economy and State.

Rothbard diede grande rilievo all’intuizione centrale dell’economia classica in ambito monetario: la quantità di denaro è ininfluente per il progresso economico. Non c’è alcun bisogno di espandere artificialmente la quantità di denaro per tenere il passo con la crescita della popolazione, la crescita dell’economia o altri fattori. Fintanto che i prezzi sono liberi di fluttuare, il potere d’acquisto del denaro è in grado di adattarsi agli aumenti di produzione, agli aumenti della domanda di denaro, alle variazioni di popolazione o a qualsiasi altra variazione. Se la produzione aumenta, per esempio, i prezzi semplicemente calano, quindi la stessa quantità di denaro può ora servire ad un numero maggiore di transazioni, commisurato alla maggiore abbondanza di beni. Ogni tentativo da parte della “gestione monetaria” di impedire ai prezzi di calare, o di adattarsi ad un aumento della domanda di denaro, o di … Leggi tutto

Il mito della deflazione giapponese e il crollo dello Yen

yenIl deprezzamento  dello yen, iniziato alla fine dell’estate, lo ha portato ad una perdita di valore di circa il 40% rispetto all’euro e al dollaro statunitense rispetto a soli due anni fa. Eppure il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il capo della banca centrale Haruhiko Kuroda avvertono che la battaglia contro la deflazione è lontana dall’essere vinta. Tale cautela è assurda — soprattutto in considerazione del fatto che non vi è stata alcuna deflazione.

Alcuni cinici suggeriscono che il grido di battaglia di Abe e Haruhiko contro questo fantasma, sia semplicemente uno stratagemma per ottenere il consenso di Washington ad una grande svalutazione. Ma qualunque sia la verità sulle loro reali intenzioni, il caos monetario del Giappone sta aumentando.

I prezzi giapponesi sono rimasti stabili

Il livello massimo del CPI in Giappone, durante il ciclo economico del 2007, era praticamente allo stesso livello di quello registrato nella recessione post-bolla nel 1992, e di pochi punti percentuali superiore rispetto al picco del ciclo del 1989. Di conseguenza, il Giappone ha goduto di una sorta di stabilità dei prezzi come sarebbe accaduto in un mondo a regime di gold standard: i prezzi sono calati durante le recessioni o durante i periodi di rapido miglioramento delle ragioni di scambio o di crescita della produttività, aumentando, al contrario, durante i boom ciclici o in momenti di grandi aumenti del prezzo del petrolio.

Se gli indici di prezzo in Giappone fossero stati rettificati per tenere conto dei miglioramenti qualitativi, sarebbero calati un po’ dappertutto, ma questo è quello che sarebbe avvenuto anche in un regime di gold standard, pienamente in linea con una potenziale crescita economica. Tali oscillazioni dei prezzi sono del tutto innocue. Ad esempio, una riduzione dei prezzi durante una recessione, unita all’aspettativa di prezzi più elevati, induce le imprese e le famiglie a spendere di più. Una critica valida dell’esperienza giapponese degli ultimi due decenni afferma che la scarsa incisività di … Leggi tutto

I recenti dati economici mostrano il lato positivo della deflazione

pennies2La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Bank of England ammoniscono ripetutamente di come la deflazione sia estremamente pericolosa per un’economia. Le banche centrali, la maggior parte degli economisti, ed i media, parlano della deflazione come uno dei più grandi disastri che possano colpire un’economia.

Data l’apparente importanza della questione – e il possibile danno collaterale delle politiche inflazionistiche – è incredibile quanto siano pochi coloro i quali si preoccupano di chiedersi la vera, fondamentale domanda: i dati storici dimostrano che la deflazione sia qualcosa di terribile? I numeri suggeriscono di no. In realtà, guardando alle recenti statistiche su PIL, inflazione ed occupazione, si potrebbe perfino dire che un po’ di deflazione sia ciò di cui molte economie avrebbero realmente bisogno. Esaminiamo alcuni esempi forniti dall’attualità.

Giappone

Il Giappone è l’unico paese occidentale ad aver sperimentato negli ultimi decenni una deflazione prolungata. Secondo l’opinione dei fobici della deflazione, quest’ultima sarebbe un disastro anche perché indurrebbe le famiglie a posticipare i loro acquisti, causando un calo dei consumi e un alto tasso di disoccupazione. Di conseguenza, il Giappone dovrebbe essere un paese caratterizzato da un’alta disoccupazione, tutto fuorché un’alta spesa per i consumi ed una qualità della vita molto più bassa di, diciamo, vent’anni fa. Il Giappone dovrebbe quindi anche essere assente da ogni confronto economico internazionale in termini di innovazione. Al contrario, il Giappone è presente nella top 5 di ogni ranking relativo ai paesi più innovativi al mondo, i consumi sono aumentati nonostante anni di diminuzione dei prezzi, il tasso di disoccupazione è più basso del 4% e le vie giapponesi sono colme di negozi pronti ad offrire ogni bene conosciuto dall’uomo.

Ovviamente, l’esperienza giapponese relativa alla deflazione potrebbe essere soltanto un’eccezione alla regola. Fortunatamente, abbiamo dei dati relativi anche ad altre economie.

Grecia

Nell’Eurozona, ci sono due paesi che recentemente sono caduti in deflazione: in Grecia, i prezzi sono in caduta sin dall’inizio del 2013; … Leggi tutto

La corruzione Friedmaniana del capitalismo

B1033Nel suo nuovo libro, The Great Deformation: The Corruption of Capitalism in America [La Grande Deformazione: La Corruzione del Capitalismo in America, NdT], David A. Stockman si pone criticamente nei riguardi della scuola di Chicago, in particolare verso il suo padre intellettuale, Milton Friedman. L’autore riesce a cogliere l’ironia insita nel pensiero della Scuola già dalla prima pagina dell’introduzione, dove scrive del

“sequestro dello Stato, specialmente della Banca Centrale, la Federal Reserve, da parte di forze capitaliste di tipo clientelare profondamente avverse alla democrazia ed al libero mercato”.

Tale sesquipedale paradosso viene evidenziato dall’autore argutamente: furono gli economisti di Chicago – come George Stigler, autore della “teoria del sequestro regolamentato” – che criticarono tale modus operandi, quando collegato all’industria degli autotrasporti, degli aeromobili et cetera. Infatti, essi produssero dozzine di articoli accademici che dimostravano come le agenzie governative di regolamentazione create per regolare il mercato “nell’interesse comune” venivano spesso “sequestrate” dal settore in questione e, quindi, non usate per proteggere i consumatori ma per rafforzare i cartelli sui prezzi.

Tutto ciò non era altro che una solida ed ottima teoria economica di libero mercato applicata a casi concreti; allo stesso tempo, tuttavia, gli studiosi di Chicago ignoravano il più grande sequestro regolamentato di tutti: la creazione della Fed. La Scuola, semplicemente, trascurò l’ovvio: la Fed era stata creata secondo un meccanismo di cartellizzazione governativa a rafforzamento dell’industria bancaria – in un’epoca storica che vide la creazione di tante altre istituzioni regolamentatrici allo stesso proposito (ovvero la regolamentazione dei cosiddetti “monopoli naturali”).

Non solo la Scuola di Chicago soprassedette a questa lampante mancanza della suddetta teoria del sequestro ma ignorò anche la realistica analisi economica dell’aspetto decisionale della politica, che costituiva una parte sostanziale della ricerca portata avanti dai due premi Nobel più famosi (dopo Friedman) della Scuola di Chicago – George Stigler e Gary Becker. Stigler e Becker pubblicarono molti importanti articoli in quel settore (che viene spesso denominato … Leggi tutto

Lo spauracchio della spirale deflazionistica

deflationCos’è la deflazione? Secondo dictionary.com, si tratta di “una riduzione del livello generale dei prezzi o una contrazione del credito e del denaro disponibile”.

Caduta dei prezzi; suona bene, specialmente se si è risparmiato qualcosa o si sta pensando ad un acquisto importante.

Tuttavia, come dimostrerebbero alcune ulteriori ricerche con Google, questa sarebbe una conclusione ingenua e da sempliciotti. Ad ascoltare chi è ammantato da estrema saggezza, la deflazione è una grave malattia economica. Come la Fed di St. Louis vorrebbe farci credere:

Nonostante l’idea di una riduzione dei prezzi possa sembrare attraente, la deflazione rappresenta una preoccupazione reale per svariati motivi: scoraggia la spesa e gli investimenti, poiché i consumatori, attendendo la caduta dei prezzi, ritardano gli acquisti preferendo, invece, risparmiare e aspettare prezzi ancor più ridotti. La diminuzione della spesa, a sua volta, riduce le vendite e i profitti delle imprese, incrementando la disoccupazione.

Il problema con la deflazione, quindi, consiste nel fatto che si nutre di se stessa, distruggendo l’economia durante il suo cammino. È l’equivalente di una trappola per insetti: pericolosamente facile entrarci, ma impossibile uscirne. La questione è che la deflazione riduce il consumo, che limita la produzione e, infine, porta alla chiusura di tutte le attività economiche.

Wikipedia lo spiega così:

Poiché il prezzo delle merci è in calo, i consumatori risultano incentivati a ritardare gli acquisti e i consumi fino ad un ulteriore calo dei prezzi, il quale, a sua volta, riduce l’attività economica complessiva. Dal momento che questa gira a vuoto, anche l’investimento crolla, portando ad un’ennesima riduzione della domanda aggregata; questa è la spirale deflazionistica.

La deflazione è persino peggiore della sua controparte – l’inflazione – che può essere efficacemente combattuta dalla Fed aumentando i tassi di interesse. Risulta quasi impossibile da arrestare, una volta che questa si è innescata, poiché i tassi di interesse non possono essere tagliati sotto lo zero. Per questo motivo “Il Ben BernankLeggi tutto

“Ipermodernità”: la catrastrofe economica Occidentale – Introduzione

I sociologi, incuriositi Grande_guerra_nadrodalle trasformazioni sociali sempre più rapide e profonde che si trovano a studiare, hanno coniato prima il termine riassuntivo di postmodernità (applicato al periodo 1970-2000 ca.), poi quello di ipermodernità, che sottolinea l’aspetto di eccesso e si riferisce, sempre grosso modo, a quest’inizio di millennio. Occorre riconoscere che la loro indagine sui fenomeni è riuscita a produrre una buona descrizione e a individuare molti nessi causali corretti; sfortunatamente, è loro mancata una retta comprensione del ruolo centrale giocato dalla moneta e, spesso, una formazione di impronta keynesiana o, peggio, socialista, ha distorto la loro lettura dei processi economici, altrimenti (va detto) piuttosto precisa.

Questo non è e non vuol essere un saggio di sociologia: non ambisce affatto a spiegare il mondo intero. Si limita a spiegare, fin dal titolo, quel che l’ipermodernità significa in campo economico.

Naturalmente, la tesi che sostengo può sembrare troppo pessimista; ma temo che l’analisi storica la confermi, una volta assegnato il giusto peso ad alcuni dei fattori determinanti le trasformazioni che, giustamente, hanno destato tanto interesse in sociologia:

  • anzitutto, il meno noto in assoluto, il mutamento che ha investito il cardine dell’economia moderna (nonché post- e ipermoderna), la moneta;
  • la stagflazione e le sue conseguenze sulla struttura produttiva;
  • la parallela esplosione dell’investimento finanziario – più conveniente di quello produttivo (almeno in apparenza) – e quindi del debito, un debito che si assume destinato ad un rinnovo perpetuo, come dire a non essere onorato mai;
  • la «globalizzazione, ossia l’eliminazione delle barriere al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economia nazionali»[1] (), che, insieme con la libera circolazione dei capitali, formano gli aspetti realmente controversi di un più ampio “fenomeno” globalizzatorio;[2]
  • la configurazione del mercato del lavoro, appunto, come mercato al pari degli altri e, pertanto, del lavoro stesso come merce;
  • lo sviluppo della telematica, che fa saltare i consueti riferimenti spaziotemporali, consentendo di lavorare sullo
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Errori monetari

La Scuola Austriaca esprime un pensiero economico fortemente critico verso le banche centrali, al punto da individuare proprio nelle banche centrali, specialmente nella versione a denaro fiat, la principale causa dei malanni economici dei nostri tempi. Negli Stati Uniti ha crescente diffusione un movimento libertario, soprattutto tra schiere di giovani sempre meno propensi a dare ascolto ai media tradizionali, ispirato in larga misura da Ron Paul e dalle sue campagne presidenziali del 2008 e 2012. Grazie a Ron Paul e alla sua costante opera di divulgazione di solide idee economiche, la critica verso le banche centrali non è più inimmaginabile e “End the Fed” è diventato uno slogan comune. Mai più di ora le idee economiche “austriache” hanno avuto così ampia diffusione tra la gente comune.

“Ma quale inflazione!”

“Ma non c’è inflazione!”. Questa è una affermazione che sento piuttosto spesso, a volte da persone che sono, in linea di principio, d’accordo con le mie argomentazioni, a volte da persone che lo sono di meno. In entrambi i casi, quelli che affermano “ma non c’è inflazione!” lo considerano un dato di fatto e ciò che affermano deve rappresentare una sfida nei miei confronti.