Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal – Opere principali e pensiero/II

Nel 1930 esce un’altranockenemy raccolta di brevi articoli, questa volta provenienti dal The  New  Freeman:  The  Book  of  Journeyman:  Essays  from  the  “New Freeman”.  All’interno  di  “A  Cruel  and  Infamous  Regime”  vi  si  trova  la disapprovazione per il trattamento riservato agli anarchici Sacco e Vanzetti da  parte del Massachusetts. In “Logic and  Licenses” viene tracciata la sostanziale differenza tra Stati Uniti e Russia, espressa  radicalmente in perfetto stile nockiano:

“In Russia, poche centinaia di uomini  possiedono tutto e comandano tutto, affari e politica; essi sono il governo. Anche in America, poche centinaia di uomini possiedono tutto e comandano tutto. Essi non  sono  il  governo,  ma  possiedono e  controllano  il  governo,  ed operano tramite quest’ultimo” [21].

In “Politics as Sport”, titolo esplicativo, si trova tutta la disillusione verso i politici, professionisti delle elezioni, il sistema elettorale, fatto di promesse e affari personali, e la presunta lotta tra partiti, ben riassunta dalla seguente considerazione:

“Dal punto di vista sociale una sola cosa distingue un partito politico dall’altro; uno è in carica e vuole rimanerci, l’altro non lo è e vuole arrivarci” [22].

Dalle lezioni tenute presso la University of Virginia del 1931 viene ricavato The Theory of Education in the United States. Nock vi riversa tutte le riflessioni relative al sistema scolastico e all’educazione in generale, riprendendo materiale da “Towards a New Quality Product”: la distinzione tra istruzione ed educazione, l’importanza dei classici e della matematica, la necessità di riformare le istituzioni scolastiche. Aggiunge però degli interessanti approfondimenti.

Per prima cosa, non tutti gli individui sono educabili: c’è chi può essere educato e chi può essere solo istruito. L’educabile arriverà ad un pensiero autonomo profondo e maturo, l’istruibile rimarrà limitato alla conoscenza strumentale. Da qui la necessità di eliminare il controproducente  egalitarismo dalle teorie sull’educazione. Teorie che, rispecchiandosi nei valori democratici della società, tendono ad abbassare al minimo comune denominatore il livello di istruzione, per venire incontro alle volontà

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Il filosofo – teologo: San Tommaso d’Aquino

San Tommaso d’tommasoAquino (1225-1274) fu la personalità intellettuale di maggior spicco del pieno Medioevo, colui che edificò sul sistema filosofico aristotelico, sul concetto di Legge Naturale e sulla Teologia Cristiana ispiratrice del “Tomismo”, una poderosa sintesi di filosofia, teologia e scienze umane.

Tommaso nacque aristocratico, figlio di Landolfo conte d’Aquino a Roccasecca, nel Regno di Napoli. Intraprese gli studi in età infantile con i Benedettini e, più tardi, proseguì all’Università di Napoli.  All’età di 15 anni tentò l’ingresso nel nuovo Ordine dei Domenicani, luogo per studenti e intellettuali cristiani ma ciò gli fu impedito drasticamente dai suoi genitori, che lo tennero confinato per due anni. In seguito, Tommaso si diede alla fuga per entrare nei Domenicani, proseguendo gli studi a Colonia e, infine, a Parigi, sotto il suo rinomato insegnante, Alberto il Grande. Conseguì il dottorato all’Università di Parigi e qui, e in altri importanti centri accademici europei, insegnò.

Si dice che egli fosse talmente robusto che, per prendere posto al tavolo della cena, una grossa sezione di questo dovesse essere rimossa.

Pubblicò numerosi lavori, a cominciare dal “Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo” del 1250, fino ad arrivare alla magistrale e influentissima trilogia della “Summa Teologica”, completata fra il 1265 e il 1273. Fu proprio la Summa, più di ogni altra opera, a consacrare il Tomismo come corrente principale della Teologia cattolica nei secoli a venire.

Fino a poco tempo fa, tutti gli studi di rilevanza sul tredicesimo secolo facevano riferimento a San Tommaso d’Aquino, come se l’intero secolo ruotasse attorno alla figura del frate domenicano. Oggi, del resto, sappiamo che egli fu l’artefice dello sviluppo di una lunga e prospera tradizione canonica e teologico – romana.

Non sorprende che Tommaso, così come il suo maestro Alberto Magno e gli altri teologi del secolo precedente, insistettero su una ridefinizione di “scambio”, in contrasto col sistema giuridico della libera contrattazione (fino alla presunta “laesio enormis”) e in accordo … Leggi tutto

La secessione è un diritto?

CrackedFlagGrant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune afferma. La secessione non è storicamente irrilevante: semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva, a sua, volta dai diritti difesi dallo stesso liberalismo. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico ha origine nel principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.

In questa visione, lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario: questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso e non rappresenta la fonte di tali diritti. Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti leggiamo:

“per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati.”

Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui, allora gli individui possono interrompere la loro relazione con esso, ed una forma che questa interruzione può prendere è quella della secessione; si rinuncia alla lealtà verso lo Stato originario formandone uno nuovo (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità).

La Dichiarazione di Indipendenza adotta esattamente questa posizione: qualora un governo “ponga in pericolo il raggiungimento di questi fini, il popolo ha il diritto di modificarlo o abolirlo.” Ma i coloni americani non tentarono di abolire il governo britannico, piuttosto, essi lo modificarono rimuovendo le colonie dalla sua autorità. In breve, si separarono dalla Gran Bretagna. In quanto tale, il diritto di secessione permea le fondamenta della legittimazione degli Stati Uniti d’America. Negate ciò e dovrete rigettare le fondamenta stesse.

Qualcuno, a questo punto, … Leggi tutto

Il vero Thomas Jefferson

La maggior parte delle persone crede di sapere qualcosa sul pensiero politico di Thomas Jefferson. Se oggetto di studio fossero gli scritti di Jefferson, potrebbe essere vero. Se, comunque, le persone leggessero solo le rappresentazioni usuali di Jefferson disponibili agli studenti, probabilmente essi cadrebbero vittima di pericolose incomprensioni. Una descrizione tipica è quella contenuta in The Radical Politics of Thomas Jefferson di Richard Matthew. Questo libro presenta un Jefferson non Lockeano, ma proto-socialista, pronto ad espropriare il ricco per dare al povero, dato che i diritti di proprietà sono puramente convenzionali e costituiscono un grazioso dono della società.

La visione di Matthew è sostenuta nel materiale disponibile nelle librerie universitarie. Anche una visita al memoriale di Jefferson a Washington D.C. porterebbe a credere che la sua principale preoccupazione fosse la promozione dell’istruzione pubblica.

Il problema è che la vasta produzione letteraria di Jefferson non supporta questa – ora convenzionale – visione. Al contrario, gli scritti ci presentano un Jefferson:

1. Teorico dei diritti naturali di stampo Lockeano. Nei suoi saggi politici, in qualche modo, radicalizzava la dottrina di Locke, senza deviare mai da essa;

2. sostenitore della proprietà privata come diritto naturale e del governo limitato, la cui unica funzione è quella di proteggere il godimento individuale dei diritti naturali;

3. le Kentucky Resolutions furono fondamentali per il pensiero Jeffersoniano; la dottrina degli states’ rights, da lui sostenuta, fu anche più importante, nella tarda produzione, del suo impegno costante per i diritti naturali.

Jefferson come Lockeano

Non è difficile dimostrare l’adesione di Jefferson alla dottrina Lockeana. Leggiamo le prime frasi della Dichiarazione d’Indipendenza, redatte da Jefferson, probabilmente le parole più famose mai scritte in un documento politico:

Noi riteniamo queste verità sono per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali ed indipendenti dal Creatore e dotati di certi inalienabili diritti, fra i quali la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti

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Sociologia della tassazione: lo stravolgimento dell’idea di giustizia

Ma allora, che cosa è successo alla concezione che la gente ha della giustizia? [26] In seguito alla caduta dell'impero romano, l'Europa occidentale imboccò la strada di un sistema altamente anarchico, caratterizzato da territori amministrati da governi feudali di piccole dimensioni. Facilitato da questa anarchia internazionale, che tendeva a ridurre la potenza interna di ogni singolo governo e a rendere più semplice la possibilità di migrazione della popolazione, [27] e pervaso dall'ideologia del diritto naturale e dei diritti naturali, che è emersa come una teoria sempre più influente in seno alla élite intellettuale della Chiesa cattolica, l'istinto inconfondibile dell'uomo, in base al quale solo la proprietà privata è compatibile con la propria natura di essere razionale, riuscì a trovare piena realizzazione.