Schiavi fiscali

Gli effetti dell’attività di governo sono analoghi a quelli della mafia. Le tasse possono configurarsi come dei pagamenti involontari estratti con la minaccia o con l’uso della forza. Se così non fosse, gli individui corrisponderebbero di buon grado queste somme volontariamente, così come volontariamente potrebbero decidere di revocarle. Le tasse non possono esistere nel mercato; al contrario sono semplicemente degli atti di intrusione nello stesso. Come per qualsiasi altra forma di violenza, le tasse contrastano l’efficacia delle interazioni libere e volontarie.  

Jeffrey Herbener

 

schiavitùL’unica tassa buona è quella che non viene applicata.

Perché, ci si chiederà mai? E come potremmo mai finanziare lo Stato, se non ricorressimo alle tasse? Queste sono sicuramente delle ottime domande da porci. Ma cerchiamo prima di intenderci sui termini e di capire cosa sono, in realtà, le tasse.

Nel corso di gran parte della storia, i governi – solitamente delle monarchie guidate da re, imperatori, faraoni o da altre tipologie, più o meno importanti, di tiranni – detenevano effettivamente la proprietà di tutto quanto fosse sotto il loro dominio, tra cui, ci si creda o meno, lo stesso popolo. In tali regimi, la popolazione era considerata alla stregua di un oggetto, non  certo come un insieme di cittadini.
Ciò significa che le persone venivano trattate come dei subalterni, sottoposti alla volontà del sovrano. In questi sistemi sociali, l’istituzione della tassazione costituiva una misura crudele di sottomissione assoluta, perpetrata dai reggitori sui loro sudditi. Perché i governanti disponevano ad libitum di ogni cosa, nel momento in cui i governati abitavano la terra di proprietà dei primi, avevano l’obbligo di corrispondere una contropartita per il privilegio concesso.
Essi non potevano vantare alcun diritto legittimo sulla terra che lavoravano; non avevano alcun diritto legittimo sui frutti del proprio lavoro; così come i diritti umani più basilari non erano assistiti da alcuna tutela. La legge affermava la piena potenza del governanti, in maniera molto semplice e netta, finché … Leggi tutto

Mises, Kant e la spesa per il welfare

I Diritti Naturali dell’Uomo e I Limiti dello Stato

Mises_KantNe La Legge Frédéric Bastiat presenta l’inoppugnabile massima che i diritti dell’uomo esistano precedentemente alla formazione dello Stato e che, pertanto, l’azione collettiva dello Stato non possa essere in contrasto con i preesistenti diritti individuali. Secondo Bastiat, l’uomo può delegare allo Stato soltanto quei poteri che egli stesso già possiede e non ha il diritto naturale di forzare il prossimo alla beneficienza. Dato che di mia volontà non posso costringerti a fare della beneficienza, neanche la forza governativa può forzarti di sua scelta. Eppure, è esattamente ciò che fa. Poniamo la circostanza che tu voglia opporti al fatto che il governo stia dando denaro ad una organizzazione di beneficenza che personalmente avversi. Non andresti molto lontano asserendo che hai il diritto a pagare in proporzione meno tasse. Se continuassi a rifiutarti di pagare, il governo confischerebbe i tuoi beni. Se cercassi di proteggerli, il governo ti ucciderebbe. Eppure, all’interno del contesto dei diritti naturali, il governo non ha alcuna giustificazione nel forzarti a pagare per un’organizzazione che disapprovi e che non finanzieresti volontariamente.

La Vera Giustizia e l’Imperativo Categorico

Forse c’è un fondamento logico superiore che giustifica lo Stato a violare i nostri diritti naturali confiscando coercitivamente le nostre proprietà per il presunto miglioramento degli altri. In riferimento a tale fondamento logico, ci rivolgiamo a due filosofi – Immanuel Kant e T. Patrick Burke. Cominciamo con Kant. La nostra concezione di “vera giustizia” non trova una migliore espressione di quella di Immanuel Kant nella spiegazione del suo “imperativo categorico”. Un imperativo categorico dice incondizionatamente cosa fare a tutti gli uomini, in tutti i posti, tutto il tempo. Non desume il suo potere da alcuna autorità diversa dalla pura ragione. Kant distingue questo imperativo categorico da un imperativo ipotetico, quale il “bisogno”. Sebbene un imperativo ipotetico possa essere valido, come ad esempio “le persone bisognose vivrebbero meglio se ricevessero sussidi statali”, non … Leggi tutto

Liberalismo e Socialismo: libertà e schiavitù

LiberalismoE’ sufficiente avere un minimo di dimestichezza con il pensiero socialista – nelle sue varie e variopinte manifestazioni – per accorgersi di quanto quelle posizioni che osteggiano la società libera e aperta derivino in ultima istanza da determinati assunti epistemologici. L’illusione di trasformare la società in un mondo più giusto ed equo, rivoluzionandola dalle fondamenta nel tentativo di pervenire ad una “giustizia sociale”, si fonda senz’altro su una tragica incomprensione dei capisaldi della civiltà stessa. Ne consegue, come la storia non ha mancato di testimoniare, che le diverse realizzazioni dell’utopia socialista e del suo sogno di uguaglianza siano destinate a tradursi in un incubi drammatici per le sorti dello stesso mondo civilizzato.

Nondimeno, il socialismo ha potuto prosperare sfruttando un apparente difetto dell’impianto teorico del liberalismo: il suo essere inevitabilmente asintotico, la sua impossibilità di delineare un modello definitivo da porre in essere, oltre che delle valide strategie per concretizzarlo [1]. Il pensiero liberale, quello autentico, non ha mai sognato di compiere un rivolgimento dell’ordine sociale, coll’obiettivo di pervenire ad una situazione di perfetto equilibrio stazionario. I liberali, quelli veri, non hanno mai promesso di realizzare un Paradiso terrestre, un Eden di pace, uguaglianza, fraternità, solidarietà e giustizia sociale. Invero, non hanno mai promesso null’altro che di rendere gli individui più liberi, autonomi, indipendenti e padroni di se stessi. Da ciò deriva la nota accusa di “formalismo” rivolta loro dagli intellettuali socialisti, i quali invece prospettano di rendere l’uguaglianza fra gli uomini sostanziale, dunque non solo civile e giuridica, ma anche economica e sociale. Nelle deliziose fantasie dei socialisti la società perfetta – immancabilmente quella sognata dalla medesima intellighenzia socialista – è dipinta coi colori dell’armonia, della cooperazione fra uomini, dell’amore fraterno, della vita comunitaria, dell’umanitarismo, dell’altruismo e dell’assenza di disparità socio-economiche.

È difficile resistere all’inebriante progetto prospettato dal socialismo, che infatti ha ammaliato generazioni di lavoratori, intellettuali, artisti, personaggi noti e uomini della strada. Quasi nessuno ha mostrato una … Leggi tutto

Sociologia della tassazione: lo stravolgimento dell’idea di giustizia

Ma allora, che cosa è successo alla concezione che la gente ha della giustizia? [26] In seguito alla caduta dell'impero romano, l'Europa occidentale imboccò la strada di un sistema altamente anarchico, caratterizzato da territori amministrati da governi feudali di piccole dimensioni. Facilitato da questa anarchia internazionale, che tendeva a ridurre la potenza interna di ogni singolo governo e a rendere più semplice la possibilità di migrazione della popolazione, [27] e pervaso dall'ideologia del diritto naturale e dei diritti naturali, che è emersa come una teoria sempre più influente in seno alla élite intellettuale della Chiesa cattolica, l'istinto inconfondibile dell'uomo, in base al quale solo la proprietà privata è compatibile con la propria natura di essere razionale, riuscì a trovare piena realizzazione.