La Legge (parte prima)

La legge usata per fini perversi! La legge – e con essa tutte le forze collettive della nazione, – la Legge, dicevo, non soltanto sviata dal suo vero fine, ma applicata a perseguire un fine del tutto opposto! La Legge divenuta lo strumento di tutte le cupidigie, invece di esserne il freno! La Legge che compie essa stessa le iniquità che essa aveva il compito di punire!

Certamente, se il fatto sussiste, si tratta di qualcosa di grave, su cui mi è permesso attirare l’attenzione dei miei concittadini.

Noi riceviamo da Dio il dono che per noi li racchiude tutti, la Vita, – la vita fisica, intellettuale e morale.

Ma la vita non si sostiene da sola. Colui che ce l’ha donata ci ha affidato la cura di sostenerla, di svilupparla, di perfezionarla.

Per fare ciò, ci ha provvisti di un insieme di Facoltà meravigliose; ci ha immersi in un insieme di vari elementi. È attraverso la messa in funzione delle nostre facoltà in relazione a questi elementi che si realizza il fenomeno dell’Assimilazione o Appropriazione, attraverso il quale la vita compie il percorso che le è stato assegnato.

Esistenza, Facoltà, Assimilazione – in altre parole, Personalità, Libertà, Proprietà, ecco l’essere umano.

Sono questi tre aspetti di cui si può dire, al di là di qualsiasi sottigliezza demagogica, che essi sono anteriori e superiori a qualsiasi regola legislativa prodotta dagli uomini.

Non è perché gli uomini hanno promulgato delle Leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà sono realtà in essere che gli esseri umani hanno emesso delle Leggi.

Cos’è dunque la legge? Come ho già affermato altrove, consiste nella organizzazione collettiva del Diritto individuale di legittima difesa.

Ognuno di noi deriva certamente dalla natura, da Dio, il diritto di difendere la sua Persona, la sua Libertà, la sua Proprietà, in quanto questi sono i tre elementi Leggi tutto

Chi era Gottfried Dietze?

Gottfried Dietze è morto nel luglio del 2006 dopo aver insegnato per 50 anni alla Johns Hopkins University, a Baltimora, negli Stati Uniti d’America. Nella maggior parte del suo lavoro si era concentrato sul principio di legalità, sulla divisione dei poteri, sul sindacato giurisdizionale di legittimità, sui diritti di proprietà. Era autore di uno studio classico dei Federalist Papers.

Gottfried Dietze era nato in Germania, in Prussia, all’inizio degli anni Venti. Venuto alla luce nel periodo immediatamente successivo alla Grande Guerra, Dietze fu testimone del collasso della Repubblica di Weimar, dell’ascesa al potere di Hitler, della II° Guerra mondiale e della tragedia dell’Olocausto.

Dopo la guerra gli fu assegnata una borsa di studio per iscriversi al dottorato ad Harvard, ma trascorso un anno lasciò l’ateneo per trasferirsi all’università di Princeton, dove alla fine ricevette il dottorato per una dissertazione che sarebbe diventata più tardi The Federalist – il più autorevole scritto di Dietze.

The Federalist fu accolto estremamente bene quando venne pubblicato per la prima volta nel 1960. Fairfield, in una recensione apparsa nel Journal of Politics, lodò Dietze per la sua lucidità, ed elogiò l’opera per la sua “simmetria, precisione e profondità” (1961:152). Più tardi Scalan recensì il libro di Dietze per la Review of Politics e, oltre a lodarlo per i suoi meriti di studioso, aggiunse che «le sue conclusioni qui, dichiaratamente “non democratiche”, “non-popolari” e anche “pessimistiche”, dovrebbero essere lette da chiunque abbia interesse per il futuro della democrazia costituzionale negli Stati Uniti d’America» (1961:431). Quarant’anni dopo la sua pubblicazione, e dopo sette fortunate ristampe, la monografia di Dietze è ancora ampiamente letta, discussa e citata.

Gli altri libri di Dietze sono stati accolti con varia fortuna. Il suo Ueber die Formulierung der Menchsrechte(1956) – il titolo potrebbe essere tradotto “Riguardo alla formulazione dei diritti umani” – o il suo Two Concepts of the Rule of Law (1973) hanno ricevuto magnifiche recensioni. Altre opere, come … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – I parte

1. Introduzione

stemma misesIn questo saggio verranno esaminati i punti di dissenso, metodologici e sostantivi, all’interno della Scuola Austriaca. Ci si soffermerà prevalentemente sulle differenze maggiormente significative, che intercorrono tra misesiani e hayekiani. Verrà quindi illustrata quella che può essere considerata una terza corrente, rappresentata da Ludwig Lachmann, che ha estremizzato il soggettivismo della teoria, con esiti di indeterminatezza circa il conseguimento di alcune verità prasseologiche che gli altri paradigmi danno per acquisite.

Successivamente verrà esaminato il diverso approccio di Ludwig von Mises e Murray Rothbard alla teoria della conoscenza e all’etica, estendendo il confronto alle scuole economiche che fondano il loro sostegno al libero mercato su basi utilitariste. Infine si accennerà a due differenze, di minor rilievo, relative al concetto di “sovranità del consumatore” e all’introduzione mengeriana della distinzione fra bisogni “reali” e “immaginari”.

2. Mises vs Hayek

Per quanto riguarda le differenze fra il paradigma misesiano, o realista causale, e quello hayekiano[1], ne vengono analizzate quattro. Le due più importanti vertono sulle possibilità della razionalità umana, e riguardano l’intenzionalità delle azioni umane e il problema della conoscenza all’interno del sistema economico-sociale. Questi due aspetti, fra loro interconnessi, hanno riflessi sul terzo punto di dissenso, il ruolo dell’imprenditore. La quarta divergenza infine ha per oggetto il concetto di “coordinamento” (dei piani individuali o dei prezzi).

2.1 Intenzionalità e inintenzionalità

La prima e principale differenza riguarda la lettura della dinamica sociale, inintenzionale e spontanea per gli hayekiani, consapevole per i misesiani.

  1. von Hayek è un antirazionalista: egli propone tre concetti per chiarire la sua tesi sulla non razionalità dell’azione umana: “ordine spontaneo”, “conseguenze inintenzionali delle azioni umane” e “prodotto dell’azione umana ma non del progetto umano”[2]. Tali espressioni sono in realtà varianti dello stesso concetto, e indicano che regole e istituzioni umane (moneta, lingua, diritto ecc.) sono esito di una evoluzione non consapevole, puramente riflessiva e tropistica. L’interazione delle azioni intenzionali degli individui conduce a esiti nuovi, imprevisti, non voluti
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Come avere legge senza legislazione

[Adattato dalla recensione di Rothbard del libro La libertà e la legge, di Bruno Leoni. Questa recensione apparve la prima volta in New Individualist Review, diretto da Ralph Raico.]

legge[Nel suo libro La libertà e la legge,] la tesi principale del Professor [Bruno] Leoni è che perfino i più devoti economisti di libero mercato hanno imprudentemente ammesso che le leggi devono essere create da una legislazione governativa; Leoni mostra che questa concessione fornisce un’inevitabile porta per la tirannia dello Stato sull’individuo. L’altro lato della medaglia, derivato dall’aumentare l’intervento governativo nel mercato libero, è stato l’aumento della legislazione, con la sua conseguente coercizione da parte di una maggioranza – o, più spesso, da parte di un’oligarchia di pseudo -”rappresentativi” di una maggioranza – sul resto della popolazione. In questa connessione, Leoni presenta una brillante critica dei recenti scritti di F.A. Hayek sullo “stato di diritto”. In contrasto con Hayek, che chiede di avere regole legislative generali in contrapposizione alle bizzarrie di arbitrari burocrati o di “amministratori della legge”, Leoni fa notare che la reale e sottostante minaccia alla libertà individuale non è l’amministratore, ma lo stato legislativo che rende la regolamentazione amministrativa possibile. [1] Leoni dimostra che non è sufficiente avere regole generali applicabili a tutti e scritte in anticipo, in quanto queste stesse regole possono invadere la libertà – e, in generale, lo fanno.

Il grande contributo di Leoni è quello di mettere in evidenza persino ai più fedeli teorici del laissez-faire un’alternativa alla tirannia nel campo della legislazione. Piuttosto che accettare o la legge amministrativa o la legislazione, Leoni si appella ad un ritorno alle antiche tradizioni e principi della “legge fatta dal giudice” [in assenza di precedenti, ndt] come metodo per limitare lo Stato ed assicurare la libertà. Nella legge privata dell’antica Roma, nei codici civili continentali, nella common law anglosassone, “legge” non significava ciò che pensiamo oggi: promulgazione senza fine da parte di un legislatore o … Leggi tutto

Scienza economica e metodo austriaco – Prefazione

Con grande piacere, riceviamo e pubblichiamo dalla libreria San Giorgio la prefazione, curata da Piero Vernaglione, alla traduzione italiana di Economic Science and Austrian Method di Hans Hermann Hoppe.

PREFAZIONE

Hans-Hermann Hoppe hoppe e pirriè uno dei massimi esponenti della teoria libertaria contemporanea. La sua versione anarco-individualista del libertarismo non rappresenta solo un’impostazione radicale nell’ambito del pensiero politico, ma anche una sfida al dominante modello positivista-empirista degli specialismi disciplinari. Evocando, più o meno consapevolmente, l’archetipo rinascimentale dell’unitarietà dei saperi, Hoppe propone l’ardito progetto di un’epistemologia che non rimanga circoscritta al proprio ambito disciplinare, ma che rappresenti anche il fondamento dei contenuti filosofico-politici.

Dei tre saggi qui tradotti per la prima volta in Italia, i primi due derivano da interventi svolti alla “Advanced Instructional Conference on Austrian Economics” organizzata dal Ludwig von Mises Institute e tenutasi nel giugno del 1987 all’università di Stanford; il terzo fu scritto nel 1993. Essi racchiudono complessivamente tutti gli elementi che costituiscono l’elaborata epistemologia di Hoppe. Relativamente alla quale, l’approfondimento del metodo aprioristico della prasseologia di Ludwig von Mises costituisce un tassello di un più ampio schema dottrinale.

Il primo scritto riassume i fondamenti della prasseologia: l’assioma dell’azione, con le relative categorie, e la successiva deduzione delle leggi economiche, equiparate alle kantiane ‘proposizioni sintetiche a priori’. Il secondo saggio si concentra sulle critiche al metodo empirico nelle scienze sociali e sulle indebite commistioni fra teoria e storia.

Il terzo saggio, oltre a ricapitolare la controversia fra metodo Austriaco e metodo sperimentale, contiene l’importante novità proposta da Hoppe: la prasseologia come fondamento dell’epistemologia. Accanto all’assioma dell’azione viene posto un secondo assioma, mutuato da Karl O. Apel: l’“a priori dell’argomentazione”. Tale assioma afferma che qualsiasi questione relativa a ciò che è giusto o ingiusto, vero o falso, valido o non valido, sorge ed è decidibile solo se gli individui possono scambiarsi asserzioni. Le idee stesse di giustizia, verità o validità, i loro fondamenti, la loro applicazione a tutti i campi … Leggi tutto

Il diritto all’autodeterminazione

liberalism_misesÈ stato già fatto notare come un paese possa godere di pace interna soltanto quando una costituzione democratica fornisca la garanzia che ogni modifica al governo voluta dai cittadini possa avvenire senza frizioni. Per assicurare la pace internazionale, non è necessario nient’altro che la costante applicazione dello stesso principio.

In precedenza, i liberali pensavano che gli individui fossero pacifici per natura e che soltanto i monarchi desiderassero la guerra per aumentare il proprio potere e la propria ricchezza tramite la conquista di territori. Credevano, di conseguenza, che per assicurare una pace duratura fosse sufficiente rimpiazzare la guida dei principi dinastici con dei governi dipendenti dalle persone. Se una repubblica democratica scoprisse che i propri confini attuali, formati dal corso della storia prima del passaggio al liberalismo, non corrisponderebbero più al desiderio politico della gente, essi dovrebbero essere pacificamente cambiati adeguandoli ai risultati di un plebiscito che esprima il volere del popolo. Dovrebbe essere sempre possibile modificare i confini dello Stato, qualora fosse chiaramente espresso il volere degli abitanti di un’area di unirsi ad un altro Stato, diverso da quello a cui appartengono attualmente. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli Zar russi inglobarono nei loro immensi imperi aree la cui popolazione non espresse mai il desiderio di far parte dello Stato russo. Sebbene l’Impero Russo adottasse una costituzione totalmente democratica, i desideri degli abitanti di quei territori non furono mai rispettati, in quanto semplicemente essi non desideravano essere associati ad alcun legame relativo ad un’unione politica con i russi.

La loro richiesta democratica consisteva nella libertà dall’Impero Russo e nella formazione di Stati nazionali quali Polonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, ecc. . Il fatto che queste richieste ed altre simili da parte di altri popoli (come ad esempio gli italiani, i tedeschi nello Schleswig-Holstein, gli Slavi nell’Impero asburgico) si poterono soddisfare soltanto ricorrendo alle armi, fu la causa più importante in tutte le guerre che sono state combattute in Europa sin dal … Leggi tutto

Non lasciate che sia il Governo a definire il Matrimonio

anelliIl 7 giugno 2006, il Senato degli Stati Uniti votò per abrogare un emendamento della Costituzione che avrebbe definito, in parte, il matrimonio come un’unione legale fra uomo e donna.

A prescindere dagli sviluppi a cui ha dato luogo, questa iniziativa è tutt’altro che conclusa. Vi sono valide ragioni per respingere un emendamento del genere e analizzarne gli errati presupposti.

In primo luogo, dobbiamo misurarci con la convinzione popolare secondo cui un matrimonio certificato dallo Stato sia un “diritto”. Quest’ultimo, non è altro che un “benefit” elargito dal governo, che accorda un trattamento di favore dalla legge e impone alle industrie private l’adozione di particolari misure, oltre ad autorizzare la pratica di matrimoni legali a una minoranza scelta, finendo così per privare tutti gli altri della possibilità di intraprendere liberamente un percorso legale per celebrare le nozze. Questa semplice constatazione ci permette di ravvisare una violazione della libertà individuale già sufficiente a giustificare un’opposizione ai matrimoni regolati dallo Stato.

George e Martha Washington non disposero mai di un certificato di matrimonio, come del resto la grande maggioranza degli americani fino alla metà dell’Ottocento. È anzi probabile che essi rimarrebbero assai sconcertati nel constatare la misura in cui oggi il governo è coinvolto in una cerimonia religiosa sacra.

A dispetto di tutto questo, gli omosessuali rivendicano dallo Stato il “diritto” di celebrare matrimoni alla stesso modo delle coppie eterosessuali, e questo diritto viene loro riconosciuto da alcune giurisdizioni americane. Dal momento che la full faith and credit clause della Costituzione americana stabilisce che qualsiasi contratto legalmente vincolante in uno Stato sia automaticamente riconosciuto come giuridicamente vincolante in tutti gli altri, i sostenitori del matrimonio tradizionale temono che detto certificato, rilasciato agli omosessuali in altri Stati, li obblighi a riconoscerlo valido anche nel loro territorio.

Per questa ragione, sollecitano l’approvazione di leggi o emendamenti costituzionali che li tutelino da questa eventualità, il che sarà probabilmente un dispendio di energie inutili, dal momento … Leggi tutto

Constant, incostante maestro: rileggere “Lo spirito di conquista”, 200 anni dopo

Giova sempre rileggere benji constanti classici del pensiero politico liberale, anche coloro che si possono a ragione definire liberali moderati, ovvero coloro che non misero mai radicalmente in questione la bontà e necessità dello Stato, ma ne teorizzarono se mai una (pericolosissima) “reductio”, denunciandone l’elefantiasi, auspicandone la limitazione, mettendone alla berlina i crimini e gli accessi, piuttosto che porre in discussione la sua stessa “ratio essendi”. Siamo dunque con Constant fuori del territorio del liberalismo puro, alla Bastiat, alla Molinari, alla Etienne de la Boètie, per rimanere nell’ambito francese – ambito non studiatissimo di recente, e da tempo auspico una traduzione della rarissima tesi di Ferdinand Bouchez, Le mouvement libéral en France au 17e siècle, discussa e pubblicata a Lille nel 1908. Ma siamo in un regno intermedio, dei minimizzatori dello Stato, che contemplano figure straordinarie, certo, come Wilhelm von Humboldt, per molti aspetti così affine a Constant, e numerosi altri, ma che non si pongono mai davvero la domanda fondamentale, “ma lo Stato è davvero necessario?”, che anima la tradizione del liberalismo classico che si compie con Mises e Rothbard.

Poiché in questo 2013 si celebra il bicentenario della prima edizione di uno scritto straordinario tra i tanti di Benjamin Constant, “Lo spirito di conquista e di usurpazione”, conviene rifletterci, utilizzando, tra le tante edizioni disponibili, quella curata da Marco Bassani, per IBL libri, nel 2009. Non si tratta di un testo dimenticato. Fioriscono, nel Novecento, le edizioni, a partire da quella che pubblicò Einaudi nel 1944, con prefazione di Franco Venturi, seguita da quella di Atlantica del 1945 con prefazione di Guido Calogero, per finire con quella di Liberilibri del 2008, con una prefazione di Mauro Barberis, campione del liberal-giacobinismo italiano, tutto attento a svincolare dal liberalismo classico Constant, o almeno questo Constant, affermando poi che “le opere [di Constant] della Restaurazione metteranno le cose a costo”, come a dire che qui Constant ha deragliato da quel “liberalismo rivoluzionario” … Leggi tutto

Stato moderno e Laicità

Il tema della laicitàratzinger dello Stato viene oggi sviluppato sempre in antitesi con le religioni, in particolare quella Cristiana Cattolica, in nome dell’aconfessionalità delle istituzioni che dovrebbe garantire una sempre maggiore  scelta al singolo, protetto in ogni fase della sua formazione e della sua vita da uno Stato terzo, indipendente, che garantisca la libertà individuale.

Lo Stato Laico, di conseguenza, dovrebbe tradursi in uno stato più leggero delle istituzioni precedenti che si pone come obiettivo quello di non “soffocare” l’individuo, aumentandone gli spazi di azione sociali.

L’esperienza storica, però, ci insegna che lo Stato, nella sua progressiva corsa verso la laicità, a partire dall’esperienza rivoluzionaria francese, ha aumentato sia le proprie dimensioni sia le proprie prerogative, sino ad arrivare, all’apice della scristianizzazione, ai totalitarismi novecenteschi che proponevano un controllo totale della vita dell’individuo in nome di un bene superiore secolarizzato, un fine ultimo non più trascendente, ma raggiungibile nel giro di poche generazioni, se non pochi anni, come il paradiso utopico socialista o il Reich millenario.

Per comprendere quest’apparente contraddizione bisogna, forse, tornare al significato originale del termine laico, che è legato indissolubilmente alla condizione di limitazione e separazione. Infatti la parola greca λαϊκός si riferiva ai non ordinati, fisicamente limitati nelle funzioni religiose al dì là dell’iconostasi rispetto ai sacerdoti.

Una delle rivoluzioni principali portate dalla Cristianità in Occidente, infatti, è stata proprio la totale de-mitizzazione e de-trascendentalizzazione della sfera dell’immanente, e con essa del potere statuale, relegata ad una concezione realmente laica, ovvero relativa ad una serie molto limitata di ambiti relativi al benessere collettivo.

Lo stesso Joseph Ratzinger, in un’ omelia durante una liturgia con i deputati Cattolici tedeschi, ha premura di ricordare che:

“lo Stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana. L’uomo e la sua speranza vanno oltre la realtà dello Stato e oltre la sfera dell’azione politica. Ciò vale non solo per uno Stato che si chiama Babilonia, Leggi tutto

Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | I parte

Con immenso piacere riprendiamo un illuminante contributo scientifico del dott. Riccardo De Caria sulle radici normative della crisi, già pubblicato sull’International Journal of Law and Finance dell’Università di Siena.

Mises Italia

LegalTender1. – La letteratura sulla crisi è già vastissima. Nell’ambito di questa poderosa mole di studi, diversi hanno indagato il possibile rapporto eziologico tra “cattivo” diritto e crisi, ovvero come un diritto mal congegnato sarebbe stato il fondamentale brodo di coltura dei germi che hanno fatto ammalare gravemente l’economia mondiale. Là dove con “diritto” intendiamo l’insieme di previsioni normative (di qualunque fonte) e decisioni concrete delle autorità competenti, che andavano a comporre il quadro giuridico all’interno del quale operavano gli attori economici.

Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi studi sembra muoversi nell’ambito di un orizzonte ben preciso: quello segnato dalla duplice convinzione che il diritto esistente prima della crisi fosse mal congegnato sostanzialmente perché insufficiente e disorganico, e che quindi sia necessario rispondere con più diritto e maggiore coordinamento[1].

In questa sede, invece, si cerca all’opposto di portare l’attenzione sul “troppo” diritto alla radice della crisi. Diritto che, si sostiene qui, era sotto molti aspetti “cattivo” e insoddisfacente proprio perché troppo, e quindi andrebbe ampiamente eliminato, non già affiancato da ulteriore, nuovo diritto[2].

Una trattazione organica di tutti gli esempi di “troppo” diritto a cui ci stiamo riferendo esula dagli scopi e dalle possibilità del presente lavoro. In questa sede, ci si concentrerà su quello che si ritiene essere l’aspetto principale, quello macroeconomico, che da solo poneva le basi per una grave crisi, ovvero la manipolazione del denaro operata dalle banche centrali, con l’auspicio che il percorso di ricerca qui intrapreso possa proseguire per analizzare gli altri fattori (anche micro-economici) che qui non è possibile considerare, ma che hanno giocato un ruolo estremamente rilevante nell’aggravare uno stato di cose già ampiamente compromesso dalla manipolazione monetaria.

Utilizzando una metafora[3], si può dire che la restante regolamentazione è paragonabile agli … Leggi tutto