Libero mercato: lavorare “meno” per avere sempre “di più”!

Il motto del titolo è uno di quelli che, di rado, si sente pronunciare a sostegno di un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.
Infatti, pare che se le risorse fossero a disposizione di tutti (maledetta proprietà privata!), magicamente, ognuno si vedrebbe recapitare a casa propria i beni di cui ha bisogno (i beni che desidera).
Bellissimo, d’accordo. Ma come dovrebbe avvenire tutto ciò?
A sentire alcuni, ciascuno dovrebbe produrre per sè ciò che gli serve, avendo ormai a disposizione tutto il necessario; a sentire altri, dovrebbero sorgere piccole comunità locali in grado di produrre direttamente quanto i propri componenti desiderano; a sentire altri ancora, un governo democraticamente eletto dovrebbe adoperarsi per produrre ciò di cui ciascun cittadino necessita.

Benissimo! Cosa aspettiamo ad entrare in questo fantastico mondo? Viva la rivoluzione contro i capitalisti sfruttatori di manodopera! Abbasso la proprietà privata! nota 1
Ok… ehm… sì… un momento… un po’ di calma, cari rivoluzionari. Proviamo a guardare oltre la superficie del sistema che più disprezzate.

Cosa significa in fondo sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata? nota 2
Proprietà privata, per farla breve, significa che ciascuno di noi ha il pieno controllo sul prodotto del proprio lavoro, cioè su ciò che produce mischiando il proprio lavoro con le risorse naturali a disposizione. nota 2
In questo modo, la “ricchezza” di una persona viene a dipendere solo da ciò che essa stessa produce: Pippo può disporre di beni per soddisfare i suoi desideri nella misura in cui li produce. Se vuole averne il doppio, deve produrne il doppio.

Insomma, per chiarirci: immaginiamo, da un lato, che Pippo adori mangiare pesce, sia bravo a suonare musica metal alla chitarra (si allena 3 ore alla settimana per essere così bravo) e desideri una casa confortevole per la propria famiglia, e, dall’altro lato, che egli sia bravo a pescare … Leggi tutto

La pianificazione centrale e la degenerazione dell’istruzione

ingegneria_socialeIn Italia, come in altri paesi europei, il settore dell’istruzione ha sempre subito una notevole influenza da parte dello Stato. Sin dalla riforma Gentile del governo Mussolini, non si è smesso di assistere ad ondate di coercizione e politicizzazione del sistema educativo. L’Italia non è la sola, ma è in condizioni peggiori di tanti altri paesi in questo ambito; in ogni caso, la degradazione del concetto di“educazione” all’interno delle tradizionali istituzioni (scuola e università) continua a livello mondiale, con pochissime eccezioni. Quello che chiamiamo oggi Ministero dell’Istruzione, è un’esaltazione, una “deificazione” di un semplice e crudo organo politico, dove vi lavorano delle persone in carne e ossa. Per politicizzazione intendo la crescente influenza dello Stato in materia d’istruzione. La politicizzazione ha luogo tramite la centralizzazione di funzioni tradizionalmente tipiche della famiglia e delle istituzioni direttamente controllate da essa e tramite l’estensione delle regole, degli standard e dei controlli decisi dal Ministero. Chiaramente quest’azione ha delle conseguenze, sia a livello di istituzioni locali, sia nell’ambito della responsabilità individuale. La domanda che dovrebbe sorgere in modo spontaneo è la seguente: tali interventi regolatori, che diminuiscono la libertà e la responsabilità delle istituzioni locali, delle famiglie e degli stessi bambini/ studenti, sono giusti e apportano benefici? Per rispondere, analizzeremo le implicazioni della centralizzazione delle decisioni e delle regole di funzionamento e di organizzazione delle scuole nelle mani di un unico Organo Superiore – Il Ministero dell’Istruzione [1] – e gli effetti generali sul bambino.

Coercizione o libertà?

Le materie di studio a scuola, dove sono raggruppati 20-30 bambini per classe, sono decise in modo arbitrario, non tenendo conto, ovviamente, delle capacità e delle aspirazioni di ciascuno, e nemmeno delle esigenze famigliari. E’ ovviamente impossibile farlo a livello centrale, nel cosiddetto Ministero dell’Istruzione. Dirò di più, è impossibile prendere una decisione giusta per tutti anche se si rimane ad un livello ben più basso, a livello di scuola o di classe.  Anche le materie … Leggi tutto

Identità e diversità secondo Kuehnelt-Leddihn

Possiamo davvero essere resi uguali gli uni agli altri, in tutto e per tutto? E questo obiettivo, prettamente moderno e quotidianamente sbandierato dal mainstream mediatico e politico, è davvero qualcosa di desiderabile, cui anelare intensamente? In questo raffinato scritto, tratto dal I capitolo (pp. 3 – 8) de Leftism Revisited. From De Sade and Marx to Hitler and Pol Pot (con prefazione di William Buckley Jr., Regnery Gateway, Washington D.C. 1990) e lodevolmente tradotto da Filippo Giorgianni, Erik von Kuehnelt Leddihn (1909 – 1999), nobile cattolico austriaco, la cui influenza segnerà profondamente pensatori del calibro di Hans-Hermann Hoppe e Lew Rockwell, risponde al quesito attraverso un’analisi storica e sociologica della “religione dell’uguaglianza”.

Luigi Pirri

Il Signore nostro Dio si diletta nella varietà.

– Herman Borchardt[1]

Visti da una certa angolazione, siamo tutti soggetti a due spinte basilari: identità e diversità. Né nella vita delle persone né nella storia delle nazioni queste due spinte hanno sempre la medesima intensità e il medesimo equilibrio. Esse come si manifestano? Tutti noi sperimentiamo uno stato d’animo durante il quale sentiamo il desiderio di essere in compagnia delle persone della nostra stessa età o della stessa classe, sesso, convinzioni, religione o gusto.

Molto probabilmente, condividiamo con il mondo animale questa spinta verso la conformità, per una forte sensazione di identità che è come un istinto di branco, un comune e forte sentimento di comunità che guarda ogni altro gruppo con ostilità. Nelle rivolte razziali e nelle manifestazioni etniche, questo sentimento collettivo può mostrare una grande forza: l’istinto conformista del branco è stato, per esempio, il motore guida dietro le organizzazioni ginniche nazionaliste dei tedeschi e degli slavi, così potente nella prima parte di questo secolo. Guardando cinque o diecimila uomini e donne, vestiti identicamente, compiere i medesimi movimenti, si è assaliti da un’impressione irresistibile di omogeneità, sincronizzazione, simmetria, uniformità. L’identità e la sua spinta tendono all’autocancellazione, tendono a un «nostrismo» in … Leggi tutto