Capitalismo vs razzismo – II parte

Seconda parte di due della traduzione del brano Equal Pay for Equal Work: Capitalism vs. Racism, tratto dal volume Capitalism di George Reisman, capitolo VI, parte 1, paragrafo 4. In modo analogo al caso dei salari, qui Reisman concentra la propria logica sul caso degli affitti, traendo analoghe conclusioni rispetto a quello precedente.

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Affitti

capitalism reismanIl principio di “uniformità dei profitti” comporta che oltre ad un eguale remunerazione per un eguale lavoro, il sistema capitalista operi per rifornire equamente i membri di ciascun gruppo nella loro qualità di consumatori. A dimostrazione di questo fatto ipotizzate che le persone di colore debbano pagare mensilmente affitti di appena il 5% più alti di quelli dei bianchi, mentre i costi del padrone di casa siano gli stessi. Questo sovraprezzo del 5% costituirebbe un’aggiunta importante ai profitti del padrone di casa: se il profitto di quest’ultimo – inteso come percentuale sull’affitto –  fosse normalmente del 10%, un affitto maggiorato del 5% comporterebbe un extra profitto del 50%. Con un margine di profitto del 25%, invece,una maggiorazione d’affitto del 5% gli renderebbe un extra profitto del 20%.

In risposta a questi extra profitti, la costruzione di alloggi per persone di colore aumenterebbe e una maggiore percentuale delle abitazioni esistenti sarebbe loro affittata. Ovvio effetto dell’aumentata offerta di alloggi sarebbe la riduzione di quel sovraprezzo pagato dalle persone di colore, e poiché anche un mero 1% di sovraprezzo significherebbe importanti extra profitti nel mercato degli alloggi per persone di colore, persino un sovraprezzo di tale piccola misura non potrebbe essere mantenuto. In definitiva, le persone di colore non pagherebbero affitti più alti dei bianchi e otterrebbero alloggi qualitativamente uguali a quelli dei bianchi.

Allo stesso modo, ipotizzate che i commercianti nei quartieri neri facciano pagare prezzi più alti rispetto a quelli degli stessi beni venduti altrove, laddove i costi da loro incorsi siano ovunque i medesimi: in questo caso i prezzi più … Leggi tutto

Le differenze non significano necessariamente discriminazione

discriminazione_uomo_donnaUn altro Equal Pay Day è passato. Quest’anno è stato celebrato l’8 Aprile, per affermare quanto a lungo una donna debba lavorare nel 2014 per guadagnare quanto un uomo nel 2013. Quest’anno il momento saliente è stato quando il Portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha cercato di dare una spiegazione alle differenze retributive fra gli uomini e le donne che lavorano alla Casa Bianca, dicendo che quando occupano posizioni simili, sono pagati allo stesso modo. E mentre un rapporto CONSAD, commissionato dal governo federale qualche anno fa, rivelò come anche su scala nazionale fosse esattamente così, l’amministrazione Obama ha comunque proseguito con il suo ordine esecutivo di metter fine alle differenze retributive di genere.

Nulla di nuovo, ovviamente. L’Equal Pay Day e altre iniziative simili hanno sempre richiesto un largo grado di dissonanza cognitiva. Nel 2012, l’attrice a luci rosse Sasha Grey fece una Pubblicità Progresso (molto esplicita a dir la verità) per l’edizione belga dell’Equal Pay Day asserendo: “Il porno è l’unico modo per guadagnare più degli uomini”. Analizzando il messaggio pubblicitario, Jezebel ha accusato il video di mandare “messaggi contrastanti”.[1] La prima domanda che ci si potrebbe porre è perché, se le donne sono discriminate, tale discriminazione non è relativamente uniforme?  Dopotutto, non sono soltanto le attrici a luci rosse a guadagnare più dei loro colleghi uomini, ma lo stesso si applica alle modelle. Infatti, nel 2013, i dieci modelli maschili più famosi hanno guadagnato soltanto un decimo rispetto alla top ten femminile. Come mai?

Inoltre, non era la sinistra a credere, come disse Vladimir Lenin una volta, che “i capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo” (ovvero: ai capitalisti non interessa nient’altro che i soldi)? Se fosse vero, avrebbe senso che le modelle e le attrici a luci rosse guadagnassero di più data l’attuale domanda del mercato.

Comunque, dato che i progressisti tendono a spiegare tutte le differenze retributive fra due gruppi soltanto … Leggi tutto

Il capitalismo discrimina le donne?

Il Capitalismo è spesso accusato di tante cose di cui non è responsabile. Purtroppo è una realtà con cui noi che difendiamo l’economia di mercato abbiamo imparato a convivere. Tra le accuse mosse contro il capitalismo, una è quella che sia discriminatorio verso le donne. Un paio di settimane fa ho discusso la disuguaglianza salariale tra uomo e donna, che spesso è utilizzata come esempio di quanto il capitalismo discrimini le donne.  Vengono presentate poi altre argomentazioni, come che favorisca il “patriarcato” o faccia in modo che le donne siano considerate cittadini di seconda classe. In realtà il capitalismo ha fatto molto più bene, che male, alla condizione femminile.

Uno dei migliori esempi è il modo in cui l’economia di mercato abbia reso possibile l’indipendenza economica delle donne, in particolare grazie alla loro partecipazione crescente al mondo del lavoro. Questo significativo aumento nel tasso di occupazione femminile è probabilmente il più importante evento demografico degli ultimi 100 anni. Fornendo alle donne una loro fonte di reddito, il capitalismo le ha rese più forti in molti modi; per esempio, i cambiamenti nelle dinamiche matrimoniali hanno consentito alle donne di uscire da relazioni che prima non avrebbero potuto troncare. L’indipendenza economica delle donne ha trasformato la famiglia anche in altri modi.

Possiamo guardare l’aumentata partecipazione delle donne al mondo del lavoro da due direzioni, come spesso facciamo in economia. Il Capitalismo ha, infatti, sia domandato più lavoro femminile, sia offerte le condizioni che rendessero più facile per le donne fornirlo.

Domanda in crescita

Il lato della domanda è forse quello più immediato. La crescita economica che il capitalismo ha generato dopo la rivoluzione industriale e nel primo quarto del ventesimo secolo ha avuto due conseguenze. In primo luogo ha incrementato la domanda di lavoro in generale. Man mano che i salari crescevano e i lavoratori (in gran parte uomini) diventavano più benestanti, questi ultimi iniziarono anche a comprare di più. La crescente … Leggi tutto