Forme di mercato. II Parte

Critiche alle politiche antimonopolistiche

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Il timore del monopolista, che approfitterebbe della sua condizione per “sfruttare” i consumatori imponendo alti prezzi, è alla base delle legislazioni antimonopolistiche sviluppatesi da circa un secolo[1]. Esse sostanzialmente impongono: frazionamento delle imprese, divieto di fusioni e incorporazioni, divieto di accordi fra imprese[2], divieto di abuso di posizione dominante[3], divieto di concorrenza sleale (tra cui il divieto di vendita sottocosto e il dumping, v. infra), vincoli sul prezzo, divieto di vendita abbinata[4], controlli sui messaggi pubblicitari.

Innanzi tutto, come detto, nella pratica una situazione di monopolio in senso stretto (un solo offerente) in un regime di libero mercato non si determina mai. Il monopolio di questo tipo si è sempre verificato solo quando lo ha imposto lo Stato. In genere l’esistenza di profitti di monopolio incoraggia altre imprese a entrare nel settore, erodendo il potere di mercato dell’ex monopolista.

In ogni caso, se anche si determinasse (in genere provvisoriamente) una situazione con un unico produttore, vuol dire che il mercato ha trovato, provvisoriamente, l’assetto più efficiente; ad esempio perché in quel settore la concentrazione è necessaria – es. alti costi fissi – o perché i concorrenti sono meno capaci.[5] Non bisogna concentrarsi sul singolo fotogramma (un dato momento nel tempo), ma sulla pellicola nella sua interezza. Ogni intervento riduce l’efficienza perché modifica coercitivamente le dimensioni delle imprese in quel settore. È impossibile determinare a priori, a tavolino, il numero ottimo di imprese in un settore.

Per quanto riguarda poi il timore dello “sfruttamento” dei consumatori, sul piano dell’evidenza empirica D.T. Armentano[6] ha dimostrato che le grandi imprese americane (Standard Oil, Ford, U.S. Steel) praticano la politica opposta, cioè riducono i prezzi per cercare di espandere rapidamente le vendite.

Circa le leggi antitrust, esse sono inevitabilmente vaghe: fanno ricorso a criteri quali la “dimensione dell’impresa”, o il prezzo “troppo alto”, o la “riduzione sostanziale della concorrenza”, o le “barriere all’entrata”, in quanto non è possibile … Leggi tutto

Determinazione del prezzo di equilibrio e delle quantità scambiate – Scambio diretto

stemma misesPer giungere ad una teoria elementare del valore e dei prezzi partiamo da una finzione: un’economia di baratto, in cui non esiste la moneta come intermediario degli scambi.

DUE SOGGETTI SCAMBIANTI

Il tasso di cambio fra i due beni scambiati è determinato dalle valutazioni sull’utilità che i due beni apportano ai due soggetti (in particolare opera la legge dell’utilità marginale decrescente). Solo successivamente interviene anche la disponibilità (scarsità relativa) del bene.

A produce trappole e B produce conigli; A scambierà trappole in cambio di conigli fino a che l’utilità (soggettivamente da lui percepita) derivante da una trappola in più prodotta è inferiore all’utilità derivantegli dal numero di conigli che B gli darà in cambio di quella trappola in più; e viceversa per B.

Il valore di ogni unità successiva acquistata sarà via via minore per i due (utilità marginale decrescente); mentre ogni unità successiva ceduta avrà un valore crescente, perché ciascuno inizialmente cede i beni che sono meno importanti, ma col procedere delle vendite vengono coinvolte le unità che sono per loro più importanti (infatti al ridursi delle quantità possedute l’utilità marginale cresce; oppure: ogni trappola in più prodotta costringe A a rinunciare al riposo, dunque è per lui più costosa [disutilità del lavoro crescente; ecco perché la curva di offerta è crescente]). Appena le utilità marginali si eguagliano i due scambianti si fermano. Sono i costi e i benefici di quelle unità in più, le unità marginali, a determinare il rapporto di scambio.

Esempio numerico. Sia A che B hanno ciascuno una propria scala di preferenze relativamente ai due beni. A vuole dare la prima trappola prodotta per non meno di 3 conigli; poiché come detto il valore dei beni ceduti cresce e quello dei beni acquistati diminuisce, mentre per la prima trappola A non voleva meno di 3 conigli, per la seconda ne vuole almeno 4 e per la terza almeno 5. A sua volta B, che per … Leggi tutto

Perché la gente non ci arriva?

Una volta che si comprende l’economia, la realtà che ciascuno vede prende un nuovo significato e il socialismo smette di essere una soluzione plausibile ai mali del nostro tempo.

Fate affari, non guerre

La separazione di "Questo Lato" da "Quel Lato" esiste a causa della politica. Diventa un problema economico solo perché la politica è autorizzata ad intromettersi in questioni economiche.

Che cos’è il libero mercato?

Libero mercato è un termine approssimativo per indicare una gamma di scambi che si verificano nella società. Ogni scambio è intrapreso come un accordo volontario fra due persone o fra due gruppi di persone rappresentati dai rispettivi agenti. Questi due individui (o agenti) scambiano due beni economici, si tratti di prodotti tangibili o di servizi. Quindi, quando compro un giornale da un edicolante per cinquanta centesimi, l’edicolante e io scambiamo due prodotti: io do cinquanta centesimi e l’edicolante fornisce il giornale. Oppure, se lavoro per una società, scambio le mie prestazioni lavorative, sulla base di un accordo consensuale, per un compenso monetario; qui la società è rappresentata da un responsabile (un agente) con l’autorità di assumere.

Libertà economica e ordine sociale

Molti di noi, e chiunque per la maggior parte del tempo, abbiamo a che fare con l’economia di mercato tipologia definita di ordine economico, una sorta di “tecnica economica” opposta alla “tecnica” socialista. Da questo punto di vista è significativo che noi chiamiamo il suo principio costitutivo “meccanismo dei prezzi”. Qui ci muoviamo nel mondo dei prezzi, dei mercati, della domanda e dell’offerta, della concorrenza, dei salari, dei tassi d’interesse, dei tassi di cambio e quant’altro.

Merci più o meno commerciabili

Non tutte le merci sono "commerciabili" in egual misura. Se il mais o il cotone fossero venduti in un mercato organizzato, il venditore sarebbe in grado di fare ciò in qualsiasi quantità, nel tempo da lui ritenuto opportuno, al prezzo corrente o, al massimo, con una perdita di qualche centesimo sulla somma totale. Se dovessero essere collocati, in grande quantità, capi di abbigliamento o articoli di seta, il venditore si dovrebbe accontentare di una considerevole diminuzione percentuale di prezzo; peggiore è il caso di un individuo che, in un determinato momento, deve liberarsi di strumenti astronomici, preparati anatomici, scritti in sanscrito e altri articoli difficilmente commerciabili! Ecco perché alcune sono diventate, spontaneamente, moneta.

Raggiungere l’abbondanza grazie alla concorrenza

Le tecniche del mercato si evolvono con l’incessante desiderio dell’uomo verso una vita più ricca e più piena. Una tecnica che svolge un ruolo importante in questo obiettivo generale è la concorrenza, o la gara tra gli specialisti per il favore della comunità. Anche se i concorrenti sono motivati da interessi personali, ognuno cerca la clientela tra i suoi simili, l’effetto della rivalità è quello di portare l’abbondanza nel mercato, a tutto vantaggio della Società. Per vincere il favore per le sue offerte, rispetto alle offerte di altri nella stessa linea, ogni concorrente cerca di migliorare la sua capacità di produzione, per quantità o qualità; ognuno cerca di migliorare la sua competenza.

Ma, cos’è la competenza, e come viene determinata da coloro il cui commercio viene richiesto? Scendendo alla base delle definizioni, la competenza è la qualità delle prestazioni, e la parola viene generalmente utilizzata per designare una qualità alta. Il suo opposto è l’incompetenza, una qualità bassa, e nel mezzo ci devono essere un certo numero di gradazioni. Una performance è buona o cattiva, competente o incompetente, ma solo in confronto ad altre performance.

Se Smith è il solo ciabattino in città, e noi non sappiamo come lavorano i calzolai in altre città, come possiamo giudicare la sua abilità? Il meglio che possiamo fare, date le circostanze, è confrontare le sue prestazioni con ciò che potremmo fare noi stessi come calzolai amatoriali; prima del suo arrivo, quello era il miglior servizio che avevamo avuto. Ammettiamo che il nostro calzolaio monopolista sia una persona perbene e che fa del suo meglio per le nostre calzature. Ma non ha alcun obbligo a fare meglio, e il suo meglio può essere determinato dalla sua coscienza o dallo stato della sua salute. Come al resto di noi, anche a lui non piace la fastidiosità e la stanchezza che comporta la fatica e cerca di cavarsela con il minimo sforzo. Dal momento che non … Leggi tutto

Le accuse all’economia di mercato: il concetto di welfare

Le obiezioni che le varie scuole di Sozialpolitik suscitano contro l’economia di mercato, sono basate su cattivi criteri economici. Ripetono continuamente tutti gli errori che gli economisti analizzarono in tempi passati. Accusano l’economia di mercato per le conseguenze di politiche anti-capitaliste che loro stessi propugnano come riforme necessarie e benefiche, addebitando all’economia di mercato le responsabilità dell’inevitabile fallimento e della frustrazione causata dall’interventismo economico.

Questi propagandisti devono finalmente ammettere che l’economia di mercato non è così cattiva come le loro ‘singolari’ dottrine la dipingono, dopo tutto. Permette la produzione dei beni. Di giorno in giorno aumenta le quantità e la quantità di beni a disposizione. Ha prodotto una ricchezza mai sperimentata. Ma, obiettano i campioni dell’interventismo, è ritenuta carente sotto il profilo sociale. Non ha cancellato povertà e miseria. E’ un sistema che dà privilegi a una minoranza, una classe alta formata da ricchi, alle spese di un’immensa maggioranza. E’ un sistema ingiusto. Il principio del welfare deve sostituire quello del profitto.

 Potremmo provare, per amore della discussione, a interpretare il concetto di welfare in una maniera per la quale la sua accettazione da parte di un’immensa maggioranza di persone ‘non ascetiche’, possa essere probabile. Più ci addentriamo in questo compito, più priviamo il welfare di ogni concreto significato e contenuto, facendolo diventare una parafrasi incolore dell’azione umana, cioè, l’urgenza di rimuovere il più possibile le difficoltà. Come universalmente riconosciuto, quest’ obiettivo può essere raggiunto più velocemente, e pressoché esclusivamente mediante la divisione del lavoro, ove gli uomini cooperano all’interno della cornice dei legami sociali.

L’uomo sociale a differenza dell’uomo autarchico, deve modificare necessariamente la sua originale indifferenza biologica verso il benessere di chi è al di fuori del suo nucleo familiare. Deve adattare la sua condotta in base alle richieste della cooperazione sociale e badare al successo del suo prossimo come condizione indispensabile del proprio. Da questo punto di vista si potrebbe descrivere l’oggetto della cooperazione sociale come la … Leggi tutto

Il capitalismo è una religione? Recensione del libro “Il debito vivente: Ascesi e Capitalismo” di Elettra Stimilli

Questa domanda potrebbe racchiudere il senso dell’intera riflessione compiuta da Elettra Stimilli nel suo: “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo” (Quodlibet, 2011); l’intero libro, infatti, è imperniato su una visione autoreferenziale e del tutto autofinalistica della produzione capitalistica, considerata un’impresa irrazionale a sé stante. A questo proposito, la Stimilli richiama la distinzione aristotelica tra poiesis e praxis: mentre col primo concetto si intende l’agire produttivo propriamente detto, il cui risultato è diverso dall’azione stessa in quanto mirante e avente come risultato la realizzazione fattuale di una determinata opera, il secondo inerisce a una finalità senza scopo in cui il fine è proprio l’azione umana stessa, nel libero agire dell’attore:  agire, fine a sé stesso, serve dunque solo a chi agisce per realizzare sé stesso come soggetto individuale o collettivo, e non è mezzo per produrre una cosa esterna. Da qui, l’ulteriore inquadramento, con la lente di ingrandimento foucaltiana, dell’indebitamento moderno, considerato condizione ontologica autofinalistica.

Avvalendosi della teoria weberiana sull’origine del capitalismo e del suo corollario ascetico, l’autrice si sofferma quindi sulla possibilità che il processo capitalistico sia completamente slegato dalle acquisizioni specifiche, configurandosi, invece, come processo “immateriale” cui le masse risultano assoggettate più o meno consciamente, in una continua ricerca dell’impresa senza scopo; un agire irrazionale attraverso il quale il vivente umano si auto-rapporta, autotelicamente, a sé stesso. In quest’ottica, l’utilitarismo liberale classico viene visto come una copertura, una costruzione teorica atta a giustificare attività utili a nessuno, ma quasi mistico-maniacali o comunque semi-patologiche.

Pur rimarcando l’eleganza dello scritto dell’autrice, ci sembra davvero di poter affermare, senza timore di smentita, come l’opera metta in risalto la scarsa conoscenza della scienza economica e delle dinamiche di mercato da parte della Stimilli; vediamo di elencare le problematiche rilevanti del saggio.

Inserendosi nel filone della critica anti-mercato (già parecchio folto a dir la verità), dove, con alternanza ciclica si addossa al capitalismo la colpa di impoverire le masse, poi invece di … Leggi tutto