La tossicità dell’ambientalismo | VII parte

ambientalismo_ogmL’ambientalismo è la manifestazione più visibile della crescente dose di irrazionalismo che sta ingolfando la nostra cultura. Negli ultimi due secoli, l’affidabilità della ragione quale strumento di conoscenza, ha subìto i costanti attacchi da parte di filosofi come Immanuel Kant e Bertrand Russell. Tutto ciò ha consentito a una crescente perdita di fiducia nella ragione di farsi ulteriormente largo. Conseguentemente, la condizione filosofica dell’uomo quale essere contraddistinto dal possesso della ragione, è andata via via indebolendosi. Le ultime due generazioni, anche per via del riscontro sempre maggiore che il processo ha avuto sull’opinione pubblica, hanno visto la fiducia nella ragione e nella razionalità dell’uomo decadere a tal punto che, attualmente, non vi sono basi riconosciute per ammettere una radicale differenziazione fra l’uomo e gli animali. Questa è la diretta conseguenza del fatto che, la dottrina di San Francesco d’Assisi[1] e degli ecologisti, concernente l’uguaglianza fra esseri umani e animali, venga accettata oggi senza alcuna riserva.

Altra conseguenza del crescente irrazionalismo è la propensione delle persone ad accettare la dottrina del valore intrinseco. Questi è un valore che viene accettato senza fare ricorso alla ragione e senza porsi domande; è un valore concepito per quelle persone che fanno tutto ciò che gli viene detto di fare, senza pensarci. Un valore razionale, al contrario, è un valore accettato solo in base alla sua utilità nel perseguire il fine ultimo e più manifestamente desiderabile del miglioramento della propria vita e della propria felicità.

Il declino culturale della ragione, accompagnato alle paure irrazionali dei leader del movimento ecologista e dei suoi seguaci, ha favorito l’aumento a dismisura dell’odio e dell’ostilità di cui l’ambientalismo si nutre. Nella misura in cui le persone abbandonano la ragione, guardano alla realtà con maggiore inquietudine, poiché, così facendo, si privano dello strumento più utile per convivere con essa. Contemporaneamente la loro frustrazione aumenta, dal momento che la ragione è l’unico mezzo che possiedono per risolvere i problemi e

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La “buona società” egualitaria, regolamentata e sussidiata di Robert Shiller

(Finance and the Good Society di Robert J. Shiller, Princeton e Oxford: Princeton University Press, 2012, 288 pp.)

societàCosa definisce una “buona società” e come si può impiegare il settore finanziario per realizzarla? Robert Shiller  [Recentemente insignito del premio Nobel per l’economia, insieme a Eugene F. Fama e Lars Peter Hansen, NdT] assume la prima questione come data, dedicando il suo libro del 2012, Finance and the Good Society, a quest’ultimo aspetto: cosa c’è di sbagliato nella finanza moderna e come dovrebbe essere ristrutturata per raggiungere questo obiettivo?

Quali sono i fattori costitutivi di una buona società per Shiller? Muovendo da basi filosofiche, storiche ed economiche, utilizzate nel corso dei secoli, egli implementa la società nella quale dovremmo aspirare a vivere, dove ognuno rispetta e apprezza i suoi simili. Posto che tutti sono d’accordo nel considerare doveroso il rispetto reciproco, l’apprezzamento, invece, implica un obbligo meno universalmente accettato. Sebbene questa possa essere considerata una dichiarazione piuttosto modesta, il modello, ed invero l’intero libro, degenera partendo da tale assunto. Pertanto, secondo l’autore, la buona società è egualitaria e la finanza non dovrebbe porsi in contrasto con siffatto obiettivo ideale.

Shiller omette di definire compiutamente il suo concetto di “eguaglianza”. In taluni contesti, essa è intesa come sinonimo di partecipazione democratica, la quale implica un’equa distribuzione della ricchezza (p. 8); altrove, la “buona società” è conforme a un principio di democraticità finanziaria – tutti hanno accesso agli stessi beni e servizi (p. 44); in altri luoghi ancora, l’autore utilizza il termine con riferimento ad una crescente regolamentazione del settore finanziario (pp. 183-185). In realtà, l’aspetto più preoccupante consiste nel prendere atto che Shiller non si preoccupa minimamente di informare il lettore del perché l’egualitarismo rappresenterebbe un’ideale da raggiungere. In effetti, come tanti altri concetti sparsi nell’opera, egli riprende ripetutamente l’idea, evitando, tuttavia, di giustificarla dovutamente.

La prima parte del libro fornisce al lettore una carrellata di ruoli che … Leggi tutto

La tossicità dell’ambientalismo | II parte

PollutionIl principio anti-umano del valore intrinseco della natura risale, nel mondo occidentale, a San Francesco d’Assisi, il quale credeva nell’uguaglianza fra tutte le creature viventi: uomini, bovini, uccelli, pesci e rettili. Infatti, precisamente grazie a questa affinità filosofica e alla volontà della propaggine ambientalista “mainstream”, San Francesco d’Assisi è stato ufficialmente dichiarato santo patrono dell’ecologia dalla Chiesa Cattolica Romana[1].

La nozione del “valore intrinseco della natura” finisce, ovviamente, per attribuire lo stesso tipo di “qualità” essenziale anche a foreste, fiumi, colline e canyon – in pratica, a tutto ciò che non sia umano. L’influenza di questa idea si può riscontrare persino nel Congresso degli Stati Uniti e in alcune dichiarazioni, come quelle recenti del Rappresentante dell’Arizona Morris Udall, secondo cui un arido e gelido deserto nel nord dell’Alaska, presso il quale sarebbero localizzati alcuni depositi di petrolio, deterrebbe tutte le caratterstiche di “un luogo sacro”, che non dovrebbe essere “intaccato”, tantomeno da piattaforme e oledototti. Dalla dichiarazione di supporto di un rappresentante della Wilderness Society, si evince che “vi è l’urgenza di salvaguardare il luogo, non tanto per via della fauna selvatica o dell’attività umana, ma poiché ivi è necessario.” Si è deciso, inoltre, di sacrificarne i possibili interessi umani finanche per il bene di lumache e gufi maculati.

L’idea del valore intrinseco della natura implica, inevitabilmente, il desiderio di distruggere l’uomo e il suo lavoro, poiché essa alimenta continuamente la percezione dell’uomo come “devastatore” sistematico del bene e che, di conseguenza, agirà altrettanto sistematicamente per realizzare il male. Allo stesso modo in cui l’uomo percepisce lupi, coyote e serpenti a sonagli come il “male”, poiché questi divorano regolarmente il bestiame e le pecore che egli qualifica come fonte di cibo e indumenti, così, tenendo fede al dogma del valore intrinseco della natura, gli ambientalisti vedono nell’uomo il “male”; nondimeno, nel perseguimento del proprio benessere, egli distrugge regolarmente quella fauna, quelle foreste e quelle formazioni rocciose che gli ambientalisti giudicano

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“Ad un gigante l’abito di un nano”: i problemi giuridici dell’unificazione secondo Gianfranco Miglio

Lo scritto del 1962 inizia una lunga stagione di produzione intellettuale che si conclude virtualmente con l’opera del 1999, L’asino di Buridano, dove sono sviluppati, in modo meno tecnico, in un contesto politico di auspici di riforma federale dello Stato italiano, tutti i temi presenti nell’intervento di 37 anni prima. Il libro venne pubblicato nell’aprile 1999. Concludeva un lungo periodo di oltre un decennio in cui Miglio si era per la prima volta concesso ripetutamente la forma “libro” per esprimere il proprio pensiero.