Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – V Parte

  1. Ludwig Lachmann contro la scuola di Cambridge

     ferlito 2 Quanto visto sinora costituisce solo parte della critica più generale che Lachmann avanza contro la scuola di Cambridge ed il pensiero economico mainstream, inclusa la scuola neoclassica[1]. Tale critica è sviluppata soprattutto in Lachmann (1973), ma tracce di essa possono essere trovate in tutti i lavori dell’economista tedesco.

      Lachmann intende dimostrare in particolare che le scuole di Cambrdige e neoclassica, anche se impregnate a combattersi a vicenda, in realtà sono allo stesso modo incapaci di sviluppare teorie economiche in grado di comprendere i complessi processi economici, soprattutto per quel che riguarda le teorie della crescita e del capitale in un contesto di libero mercato. La ragione di tale fallimento è da ricercarsi nel fatto che, lavorando entrambe con macro variabili, ignorano i microfondamenti di tali variabili, in particolare non colgono le implicazioni delle azioni umane guidate dalle aspettative[2]. Al contario, the «significance of the Austrian school in the history of ideas perhaps finds its most pregnant expression in the statement that here man as an actor stands at the center of economic events»[3].

3.1 Il formalismo macroeconomico

      Il primo grande problema delle due scuole consiste nel fatto che entrambe «svolgono la loro discussione nel contesto dell’equilibrio macroeconomico»[4]. Essendo interessate al sistema economico nel suo complesso, esse ignorano sistematicamente l’origine dei movimenti delle forze del sistema economico. Secondo Lachmann (1973, p. 235), però, il mondo reale è un mondo caratterizzato dal disequilibrio, in cui, mentre forze equilibratrici sono all’opera, anche quelle disequilibratrici non smettono mai di operare. Pertanto, mentre è possibile dedicarsi allo studio dell’equilibrio a livello microeconomico[5], diventa difficile riferirsi sensatamente al concetto di equilibrio di tutto il sistema economico; per un tale equilibrio la coerenza relative di tutti i piani individuali diventa una conditio sine qua non[6]. Lachmann (1973, p. 237) definisce formalismo macroeconomico tale tendenza a lavorare esclusivamente … Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – IV Parte

2.5 Le aspettative

LachmannLa parte finale della critica di Lachmann a Sraffa è dedicata al problema delle aspettative, forse l’argomento più caro all’economista tedesco[1]. Infatti, Lachmann è l’autore che, nell’ambito della scuola austriaca, più d’ogni altro ha analizzato il concetto di aspettative, reinterpretandole dinamicamente ed inserendole all’interno dell’analisi della sua scuola.

Riconoscendo il merito keynesiano di aver introdotto il concetto di aspettative in modo organico attraverso A Treatise on Money (1930)[2], e riferendosi ai contribute di Shackle[3], un’‘austriaco’ parzialmente convertito al keynesismo[4], Lachmann cerca di innestare il proprio contributo completamente all’interno della tradizione austriaca, seppur con alcuni distinguo. In particolare, egli ritiene che gli austriaci abbiano perso l’opportunità di inserire le aspettative in modo organico all’interno della propria elaborazione teorica, mancando quindi di completare la rivoluzione soggettivista iniziata con Menger.

It is a curious fact that, when around 1930 (in Keynes’s Treatise on Money) expectations made their appearance in the economic thought of the Anglo-Saxon world, the Austrians failed to grasp with both hands this golden opportunity to enlarge the basis of their approach and, by and large, treated the subject rather gingerly. (Lachmann, 1976e, p. 58).

A dire il vero, la critica di Lachmann appare sin troppo severa[5]. Hayek (1929, p. 147) già riconosce il ruolo centrale delle aspettative, osservando come positive aspettative di profitto possano guidare il cambiamento delle preferenze degli imprenditori, che, divenendo maggiormente orientati al futuro, muovono al rialzo il tasso di interesse d’equilibrio. Questo passaggio è centrale anche nel fondamentale Hayek (1933).

Tuttavia, Lachmann cerca di essere ancora più radicale: egli riconosce che Hayek abbia discusso il problema delle aspettative; peraltro, lo ‘accusa’ di non aver sviluppato abbastanza le cause di aspettative divergenti e le potenziali conseguenze che esse potrebbero generare[6]. L’economista tedesco, pertanto, abbraccia il concetto shackleiano di kaleidic society[7], «a society in which sooner or later unexpected change is … Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – III Parte

2.4 Il tasso d’interesse naturale

      ferlito 2Il punto riguardante il tasso d’interesse naturale è probabilmente il più importante. La posizione austriaca al riguardo, influenzata da Wicksell, è del tutto peculiare: alcuni chiarimenti sono indispensabili prima di proseguire nell’analisi del dibattito tra Lachmann e Sraffa. Gran parte della teoria austriaca sul ciclo economico si basa sulla distinzione, introdotta da Wicksell, tra due tassi di interesse, quello naturale (o di equilibrio[1]) e quello monetario. L’eguaglianza tra i due valori è una delle tre condizioni fissate dall’economista svedese per lo stabilirsi di una situazione di equilibrio monetario. La seconda è data dall’equilibrio sul mercato dei capitali (eguaglianza tra risparmi ed investimenti). La terza, infine, consiste nell’equilibrio del mercato dei beni di consumo, vale a dire nella stabilità dei prezzi[2].

Per giungere alla definizione del tasso naturale d’interesse è necessario partire dalla definizione della legge della preferenza temporale, secondo la quale «other things being equal, humans always place present goods higher than future goods on their scales of value»[3]; data questa assunzione di base, possiamo definire «the interest rate [as] the market price of present goods in terms of future goods»[4]. È pertanto limitante e profondamente sbagliato definire il tasso di interesse come il costo del denaro. Il mercato dei capitali è solo un particolare mercato, dove l’azione del tasso di interesse è particolarmente evidente, ma non è l’unico mercato di beni. In tale mercato particolare l’offerta – i venditori – è rappresentata dai consumatori, i quali possiedono beni presenti; essi sono disposti a posticipare il consumo di essi nella misura rappresentata precisamente dal tasso d’interesse[5]. Una delle forme in cui tale astinenza si manifesta è il risparmio: i consumatori rinunciano a consumare moneta oggi per ottenere più moneta domani. La moneta risparmiata è offerta sul mercato dei capitali, in cui la domanda è rappresentata dagli imprenditori, i quali necessitano di risorse finanziarie … Leggi tutto

Austriaci e neoclassici

stemma misesIn questo lavoro vengono esaminate le principali differenze fra la Scuola Austriaca e la tradizione Neoclassica. Sebbene nelle classificazioni dottrinali più sommarie gli Austriaci vengano incorporati nella scuola Neoclassica, ciò può essere considerato corretto solo relativamente alle origini delle due tradizioni di ricerca, in particolare con Menger. Successivamente le differenze metodologiche si sono accentuate in una misura tale da configurare due orientamenti teorici distinti, e a tratti contrapposti[1].

1) Le scuole classica e neoclassica considerano come soggetto idealtipico l’homo oeconomicus, l’uomo d’affari, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto monetario, o in generale dell’interesse personale inteso in senso strettamente egoistico. Ma questo modello è parziale, e non dà conto ad esempio di una figura centrale come è quella del consumatore, e di un atto fondamentale qual è il consumo; oppure di preferenze diverse dal guadagno monetario, come ad esempio il valore affettivo che un individuo attribuisce ad un determinato bene. L’homo oeconomicus afferra solo una parte dell’uomo, mentre l’uomo agente e la teoria dell’azione umana colgono l’intera dinamica economica.

2) Equilibrio – I neoclassici ritengono che l’economia di mercato sia sempre in uno stato di equilibrio di lungo periodo, senza profitti, perdite e incertezza. La Scuola di Losanna (Walras, Pareto, Schumpeter) si limita a determinare le appropriate grandezze degli elementi del sistema, appunto le condizioni dell’equilibrio.

In fisica “equilibrio” è uno stato in cui un’entità rimane; ma in economia c’è una tendenza verso l’equilibrio, mai uno stato di equilibrio. Gli Austriaci infatti si sono concentrati non sull’equilibrio ma sul processo attraverso il quale il mercato muove verso l’equilibrio; e in questo contesto il tempo diventa un concetto centrale[2]. Gli attori economici, poiché agiscono per uno scopo, per raggiungere un dato stato finale, puntano all’equilibrio; il concetto di azione, di processo, implica lo stato di equilibrio. Ma nel mondo reale questo equilibrio non è mai completamente raggiunto, è sempre modificato, perché cambiano continuamente le determinanti dell’attività economica: … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

3. Ludwig Lachmann

stemma misesLachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere … Leggi tutto

Determinazione del prezzo e quantità scambiate – Scambio indiretto. I Parte

stemma misesSi rimuove l’ipotesi del baratto, cioè si introduce la moneta; ogni bene o servizio viene scambiato con la moneta, e viceversa. I prezzi dunque diventano prezzi monetari, calcolati in numero di unità del bene-moneta che vengono date in cambio di una unità del bene.

L’acquirente domanda il bene per l’uso diretto, cioè per l’utilità che gli arreca, o per la speculazione. Il venditore vende per l’utilità che gli arreca la moneta che riceve in cambio.

La moneta è l’oro.

Domanda

Comportamento del consumatore

L’acquirente A dispone di un dato reddito monetario. La sua scala, o scheda, di preferenze in un dato momento t è la seguente:

          non più di

1a unità  <   5 once d’oro

2a unità  <   4 oz

3a unità  <   3 oz

4a unità  <   2 oz

ciò dipende dalla legge dell’utilità marginale: ogni unità successiva apporta al consumatore un’utilità via via minore perché è utilizzata per soddisfare un bisogno necessariamente meno urgente del bisogno soddisfatto con l’unità precedente; e contemporaneamente, poiché si priva di moneta, ogni unità monetaria che gli resta ha per lui un’utilità via via maggiore. A sarà disposto ad acquistare unità del bene fino a che l’utilità (soggettivamente da lui percepita) derivante da una unità in più consumata è superiore all’utilità che gli possono apportare le unità monetarie cedute in cambio; nell’esempio ciò avviene fino alla quarta unità.

Dalla scala possiamo ricavare la tabella della domanda di A, che indica l’ammontare di unità che A consumerebbe ad ogni singolo prezzo:

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Legge della domanda: al ridursi del prezzo aumentano le quantità domandate del bene, e viceversa, all’aumentare del prezzo si riducono le quantità acquistate.

Infatti, se il prezzo di un bene si riduce, il bene diventa relativamente meno costoso rispetto agli altri beni che il consumatore può acquistare con il proprio reddito, e dunque egli ne aumenterà le quantità acquistate. Il contrario se il prezzo aumenta: il bene diventerà

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Il mio incontro con Hayek

hayekLa mia frequentazione con l’opera di F. von Hayek dura ormai da qualche anno; mi imbattei per caso in lui all’inizio del percorso universitario, affrontando lo studio di Keynes; credo di aver letto un articolo di non ricordo quale autore, nel quale si parlava di Hayek come d’un filosofo-politico che, fino agli anni ’40 si era cimentato (con esiti non memorabili) negli studi economici, osteggiando per vari anni la montante rivoluzione che Keynes stava conducendo nel pensiero economico; ma tali studi economici avrebbero costituito roba superata, che non valeva punto la pena d’esser studiata.

Per alcuni anni ho portato con me la convinzione che Hayek fosse stato un economista mediocre, e ciò che invece valesse la pena studiare fosse solo la parte più propriamente filosofica, ad indirizzo liberale (verso la quale già provavo simpatia), dal best seller “La via verso la schiavitù” in avanti. A confermare tale idea vi era anche un giudizio di Keynes su una delle opere strettamente economiche di von Hayek, “Prezzi e Produzione”, secondo cui quell’opera era la dimostrazione di come un logico rigoroso, muovendo da un errore nelle ipotesi, potesse finire in manicomio.

Iniziai quindi ad approfondire le opere tarde del pensatore austriaco, a cominciare dal ponderoso “Legge Legislazione e Libertà”; opera che, per quanto lunga densa e, per molti aspetti, criptica per il me stesso di allora, mi impressionò. Seguitai in letture o direttamente di Hayek, o di altri che ne avevano scritto, per un po’; ma rimaneva un tarlo: era davvero possibile che un autore che mi sembrava così interessante, insignito per giunta del Nobel per l’economia nel 1974, meritasse di finire nel dimenticatoio per quanto riguardava la parte economica? Tale tarlo fu sciolto nel momento in cui mi imbattei in Hayek negli studi universitari, nel corso sugli scenari macroeconomici del professor Gnesutta; tra i vari argomenti che potevamo scegliere come oggetto della tesina di metà corso, … Leggi tutto

Hayek e Keynes: ricette a confronto

Quello che ci proponiamoTigerTailDebates di fare in questo breve saggio è di analizzare il modo in cui Hayek da un lato e Keynes dall’altro, credono si possa uscire da un periodo di difficoltà economica.

Non è nostra intenzione, in questa sede, procedere ad una completa esposizione del ciclo economico austriaco e della teoria generale; più nello specifico ci domanderemo: come si ponevano i due autori di fronte ad una situazione di grave crisi, di estesa “disoccupazione” dei fattori produttivi (da intendere, quindi, sia come disoccupazione dei lavoratori, sia come largo inutilizzo di beni capitali; quindi capannoni non utilizzati, macchinari acquistati ma che non hanno modo di esser impiegati, ecc.)?

Logica vuole che, se diverse sono le cornici teoriche, altrettanto diverse saranno anche le ricette proposte per uscire dalla crisi.

La ricetta di Hayek è, in effetti, il corollario della sua spiegazione della crisi: se la crisi è il risultato di una politica del credito facile, consona a rendere convenienti investimenti in settori che, senza quel tipo di politica, non lo sarebbero stati; e se tale espansione creditizia ha spinto le imprese ad usare fattori di produzione in modo, quantomeno, “azzardato” (dando luogo a malinvestments, cattivi investimenti), allora, di conseguenza, si uscirà dalla crisi liquidando queste spregiudicate iniziative economiche.

È la politica monetaria ad esser sotto accusa: gli incentivi da essa forniti hanno prodotto forti distorsioni del sistema produttivo; tipici, anche per quel che riguarda la crisi dei nostri giorni, sono i malinvestimenti nel settore edilizio.

la spiegazione vera (seppur non verificabile) di uno stato di disoccupazione generalizzata, fa discendere questa situazione da una discrepanza tra la distribuzione del lavoro (e degli altri fattori della produzione) nelle industrie e la distribuzione della domanda fra i prodotti ottenuti impiegando tali fattori. Questa discrepanza è provocata da una distorsione del sistema di prezzi e salari relativi, e può essere corretta solo mediante un cambiamento di queste relazioni, facendo sì che prevalgano quei

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