L’etica dell’imprenditoria e del profitto

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Nel più fondamentale dei sensi siamo tutti, con ognuna delle nostre azioni, sempre e invariabilmente degli imprenditori alla ricerca di un profitto.

Ogni volta che agiamo, impieghiamo alcuni mezzi fisici (oggetti valutati come beni) – come minimo il nostro corpo e la stanza in cui si trova, ma nella maggior parte dei casi anche vari altri oggetti “esterni” – per cambiare il corso “naturale” degli eventi (cioè il corso degli eventi che ci si aspetta che accadano se agissimo diversamente) al fine di raggiungere uno stato futuro di cose a cui associamo un più alto valore. Con ogni azione miriamo a sostituire uno stato di cose futuro meno favorevole con uno stato di cose più favorevole. In questo senso con ogni azione cerchiamo di incrementare la nostra personale soddisfazione e raggiungere un profitto psichico. “Fare un profitto è invariabilmente lo scopo ricercato da ogni azione” come ha affermato Ludwig von Mises. (Mises, 1966, p.289)

Ma ogni azione è soggetta anche alla possibilità di perdita. Infatti ogni azione si riferisce al futuro e il futuro è incerto o al più conosciuto solo parzialmente. Ogni attore, nel decidere sulle proprie azioni, confronta preventivamente il valore di due stati di cose: lo stato di cose che vuole realizzare attraverso la sua azione e che non si è ancora realizzato, e un altro stato di cose che che potrebbe realizzarsi se egli agisse in modo differente, ma che mai si realizzerà in quanto egli ha agito in un altro modo . Tutto ciò rende ogni azione rischiosa. Un soggetto potrebbe sempre fallire e subire una perdita. Egli potrebbe non realizzare lo stato di cose che avrebbe voluto realizzare – questo significa che la conoscenza tecnica del soggetto, il suo “saper fare” potrebbe essere insufficiente o potrebbe essere temporaneamente “debilitato” a causa di circostanze esterne non predicibili. Oppure, anche se egli avesse generato lo stato di cose desiderato, potrebbe comunque considerare le sue azioni Leggi tutto

Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – V parte

Economia del benessere: una critica

 

Economia ed Etica

Ostemma misesggi fra gli economisti è generalmente accettata, almeno pro forma, l’idea che l’economia di per sé non può produrre giudizi etici. Non è invece abbastanza diffusa l’idea che, accettare la tesi precedente, non implica necessariamente l’accoglimento della posizione di Max Weber secondo cui l’etica non può mai essere dimostrata scientificamente o razionalmente. Sia che accettiamo la posizione di Max Weber, sia che aderiamo alla più antica visione di Platone ed Aristotele sulla plausibilità di un’etica razionale, dovrebbe comunque esser chiaro che l’ economia di per sé non può produrre una posizione etica. Se una scienza etica è possibile, dev’essere costruita al di fuori dei dati offerti dalle verità acquisite da tutte le altre scienze.

La medicina può accertare il fatto che un certo farmaco può curare una certa malattia, lasciando ad altre discipline la questione se la malattia dovrebbe essere curata. Allo stesso modo, l’economia può arrivare alla conclusione che la Politica A con duce ad un miglioramento della vita, della prosperità e della pace, mentre la Politica B conduce alla morte, alla povertà e alla guerra. Sia la medicina sia l’economia possono rilevare queste conseguenze in maniera scientifica, e senza introdurre giudizi etici nell’analisi. Si potrebbe obiettare che i medici non ricercherebbero possibili cure per una malattia se non fossero favorevoli alla cura, o gli economisti non indagherebbero le cause della prosperità se non fossero favorevoli a tale risultato. Su questo punto vi sono due risposte: 1) questo è indubbiamente vero in quasi tutti i casi, ma non è necessariamente così – alcuni medici o alcuni economisti possono essere interessati solo alla scoperta della verità, e 2) questo stabilisce solo la motivazione psicologica degli scienziati; non stabilisce che la disciplina in sé perviene ad alcuni valori. Al contrario, supporta la tesi che l’etica vi è pervenuta indipendentemente dalle scienze specifiche della medicina o dell’economia.

Allora, sia che sosteniamo … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – VI e ultima parte

5. Etica e utilitarismo

stemma misesMises è un assolutista epistemologico ma un relativista etico. È kantiano in epistemologia e utilitarista in etica. Un’etica assoluta, oggettiva, non esiste; l’uomo, attraverso l’uso della ragione, non può scoprire un’etica vera, scientifica. I fini ultimi, i valori, sono soggettivi, personali e arbitrari. La ragione può solo stabilire i mezzi migliori per raggiungere i fini (soggettivi e arbitrari). La politica migliore è quella che rende massima l’utilità sociale. La libertà economica va introdotta perché è benefica, non perché è giusta sulla base di un astratto principio di diritto naturale; l’operare della natura non ci consente di ricavare conclusioni sul bene o sul male (L’azione umana e Teoria e storia)[1].

Tuttavia Mises non rinuncia alla difesa del liberalismo. Poiché ciò comporta l’affermazione di alcuni valori e fini ultimi, egli deve riconciliare le sue due posizioni, e cioè 1) la possibilità di pervenire a verità in campo economico ma non in campo etico con 2) la difesa del liberalismo.

Mises cerca la soluzione cercando di dedurre il liberalismo di laissez faire dalla “neutrale” analisi prasseologica. Egli offre due tentativi di soluzione.

1) Il primo è una variante del principio di unanimità: se una data politica conduce a conseguenze (evidenziate dalla prasseologia) che tutti i sostenitori concordano essere cattive, allora anche l’economista value-free è autorizzato a definire quella politica “cattiva”. Ad esempio, i sostenitori di una politica di controllo dei prezzi la sostengono perché ritengono che migliori la situazione economica; la prasseologia dimostra che il controllo di un prezzo produce scarsità, dunque produce un obiettivo diverso da quello voluto dai sostenitori; allora questa politica si può definire “cattiva” proprio dal punto di vista di coloro che l’avevano inizialmente sostenuta. Tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, per Mises devono ammettere che la misura è “cattiva”[2].

Rothbard ha criticato tale ragionamento nei termini seguenti. Come fa il prasseologo (Mises) a sapere che cosa è … Leggi tutto

Scienza economica e metodo austriaco – Prefazione

Con grande piacere, riceviamo e pubblichiamo dalla libreria San Giorgio la prefazione, curata da Piero Vernaglione, alla traduzione italiana di Economic Science and Austrian Method di Hans Hermann Hoppe.

PREFAZIONE

Hans-Hermann Hoppe hoppe e pirriè uno dei massimi esponenti della teoria libertaria contemporanea. La sua versione anarco-individualista del libertarismo non rappresenta solo un’impostazione radicale nell’ambito del pensiero politico, ma anche una sfida al dominante modello positivista-empirista degli specialismi disciplinari. Evocando, più o meno consapevolmente, l’archetipo rinascimentale dell’unitarietà dei saperi, Hoppe propone l’ardito progetto di un’epistemologia che non rimanga circoscritta al proprio ambito disciplinare, ma che rappresenti anche il fondamento dei contenuti filosofico-politici.

Dei tre saggi qui tradotti per la prima volta in Italia, i primi due derivano da interventi svolti alla “Advanced Instructional Conference on Austrian Economics” organizzata dal Ludwig von Mises Institute e tenutasi nel giugno del 1987 all’università di Stanford; il terzo fu scritto nel 1993. Essi racchiudono complessivamente tutti gli elementi che costituiscono l’elaborata epistemologia di Hoppe. Relativamente alla quale, l’approfondimento del metodo aprioristico della prasseologia di Ludwig von Mises costituisce un tassello di un più ampio schema dottrinale.

Il primo scritto riassume i fondamenti della prasseologia: l’assioma dell’azione, con le relative categorie, e la successiva deduzione delle leggi economiche, equiparate alle kantiane ‘proposizioni sintetiche a priori’. Il secondo saggio si concentra sulle critiche al metodo empirico nelle scienze sociali e sulle indebite commistioni fra teoria e storia.

Il terzo saggio, oltre a ricapitolare la controversia fra metodo Austriaco e metodo sperimentale, contiene l’importante novità proposta da Hoppe: la prasseologia come fondamento dell’epistemologia. Accanto all’assioma dell’azione viene posto un secondo assioma, mutuato da Karl O. Apel: l’“a priori dell’argomentazione”. Tale assioma afferma che qualsiasi questione relativa a ciò che è giusto o ingiusto, vero o falso, valido o non valido, sorge ed è decidibile solo se gli individui possono scambiarsi asserzioni. Le idee stesse di giustizia, verità o validità, i loro fondamenti, la loro applicazione a tutti i campi … Leggi tutto

Perché essere libertari?

[Questo saggio è il capitolo 15 del libro “Egualitarismo come rivolta contro la Natura.]

rothbardDunque, perché essere libertari? Con questa domanda intendo: qual è il punto dell’intera questione? Perché assumersi un profondo impegno, che dura per tutta la vita, verso il principio e l’obiettivo della libertà individuale? In un mondo largamente illiberale come il nostro, essere fedeli ad un tale impegno significa trovarsi inevitabilmente in radicale disaccordo con lo status quo, ed ugualmente ineluttabilmente in uno stato di alienazione da esso, che ci imporrà molti sacrifici, sia in termini economici sia di prestigio. Quando la vita è breve, e il momento della vittoria lontano nel futuro, perché passare attraverso tutto ciò?

Incredibilmente, abbiamo trovato, tra il crescente numero di libertari in questo paese, molte persone che, partendo da una visione estremamente ristretta o da un punto di vista estremamente personale, sono giunte ad un impegno libertario. Molti sono irresistibilmente attratti dalla libertà come sistema intellettuale o come obiettivo estetico, ma la libertà rimane per loro un gioco di parole puramente intellettuale, completamente scisso da ciò che considerano le “vere” attività delle loro vite quotidiane. Altri sono motivati a rimanere libertari solamente in previsione di ottenere il loro personale profitto economico. Comprendendo che un libero mercato fornirebbe opportunità di gran lunga migliori alle persone competenti e indipendenti di raccogliere i profitti imprenditoriali, costoro divengono e rimangono libertari esclusivamente per trovare maggiori opportunità per guadagni economici. È senza dubbio vero che le opportunità per guadagnare sarebbero molto superiori e più diffuse in un mercato ed una società liberi; tuttavia, riporre la propria primaria enfasi su questa motivazione come giustificazione per l’essere libertari può essere considerato solamente grottesco. Nel … Leggi tutto

Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal

2.2. Opere principali e pensiero

Albert Jay Nock LibertarianOldRightè stato scrittore fecondo; lo si può notare non soltanto dai volumi scritti e pubblicati, ma soprattutto dalla vasta produzione di articoli, editoriali e saggi che sono  stati sovente raccolti e pubblicati anch’essi in volume.

Per una corretta interpretazione del suo pensiero, occorre necessariamente considerare l’ambiente sociale in cui Nock ha vissuto i primi anni della sua vita. Indubbiamente la  famiglia, madre protestante e padre reverendo, ha contribuito  a forgiare  in  lui  quelle  convinzioni  intellettuali  e  morali  che caratterizzeranno  i suoi  punti  di  vista  futuri.  I   due  istituti  scolastici frequentati, anch’essi sotto l’influenza della stessa Chiesa Episcopale in cui il padre era inserito, non hanno fatto altro che rafforzarle. Questi principi si sono inizialmente riflessi soprattutto nella pratica quotidiana; ne è chiara testimonianza il suo ingresso nelle istituzioni religiose ed il percorso che lo ha portato fino al ruolo di rettore della Chiesa Episcopale di Titusville.

Durante il 1909 la situazione muta radicalmente: Nock vive una crisi di coscienza e  medita sulla propria fede, allontanandosi definitivamente dal clero per lavorare al The American Magazine. Scrive parecchi articoli, ma il suo sguardo sul mondo è diverso dal precedente: ora cerca un approccio più scientifico che religioso, che gli permetta di analizzare i comportamenti umani lasciando in disparte il criterio spirituale; vuole capire le cause e le conseguenze delle azioni umane nella società [5].

Nonostante il cambio di visuale, rimarrà molto legato soprattutto ad uno dei suddetti  principi:  l’importanza  fondamentale  della  fibra  morale  («moral fibre»); non più dal  punto di vista religioso o spirituale, ma intesa come movente  e  risultato  di  un  certo  tipo  di  comportamento,  come  soggetto causante mutamenti nella società e della società stessa.

Nello stesso periodo entra in contatto con gli scritti dell’economista Henry George  (1839  – 1897) e la sua filosofia sociale ne viene palesemente influenzata: la libertà come motore necessario al miglioramento dell’essere umano e l’impossibilità di  

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Fa’ la cosa giusta – I parte

Lo scritto costituisce traduzione integrale del saggio “On doing the right thing” dell’omonima raccolta di scritti (1928) di Albert Jay Nock, pensatore statunitense radicale (definito da Rothbard “Tory Anarchist”, così come Henry Louis Mencken) dei primi decenni del Novecento. Il testo integrale è scaricabile qui. Ne consigliamo caldamente la lettura.

Mises Italia

Di recente honock dovuto sfortunatamente trascorrere un bel po’ di tempo a Londra, proprio mentre soffiava vento da est; ed in queste deprimenti circostanze mi è venuta l’idea di mostrare perché la tanto decantata comprensione tra gli inglesi e noi (americani, NdT) non potrà mai realmente esistere.

A dispetto della Sulgrave Foundation (1) e di tutte le grossolane fesserie sulla cousinship (2) partorite durante le cene della Pilgrims’ Society (3); nonostante la famosa marcia di Sousa “Hands across the Sea”, le tradizioni comuni, gli ideali comuni, e quello che Mr. Dooley (4) ha chiamato “th’ common impulse f’r th’ same money” (5) – solo quest’ultimo, credo, non sia mai menzionato – questi due popoli non riusciranno in nessun modo a capirsi. Ci sono parecchie ragioni influenti, ignorate o trascurate, in contrasto con questa tesi; una di queste, ad esempio, è rappresentata dal linguaggio. Un americano può emettere suoni a cui un inglese attribuirà approssimativamente lo stesso significato; di conseguenza si presume che essi possiedano un linguaggio comune, mentre, a dire il vero, non hanno nulla del genere. Sostanzialmente la lingua non permette una vera comprensione reciproca; piuttosto, il contrario: credo, infatti, si avvicinerebbero maggiormente ad una tale comprensione se entrambi ne dovessero imparare una nuova per comunicare. Molte altre ragioni nascono invece da recondite ed apparentemente insignificanti differenze nell’educazione, nelle abitudini, nelle relazioni sociali, nelle procedure istituzionali e nel consueto modo di vivere, e contano di più, suppongo, rispetto a quelle derivanti da questioni più gravi. Come ho detto, ho avuto la vaga idea di estrapolarne ed esporne alcune, ma l’indolenza ha così persistentemente interferito che mai … Leggi tutto

Siamo in pieno regime (alimentare)

Due proposte di legge panesalutiste appena licenziate rispettivamente da due consigliere regionali piemontesi PD e da tre senatrici, sempre PD, sono sciocche come il pane senza sale che ci vorrebbero costringere tutti a mangiare.

Intendiamoci: mangiare sano è una scelta verosimilmente saggia, anche se uno può tranquillamente mangiare senza sale per decenni e poi beccarsi comunque un accidenti in giovane età, così come ci sono diversi casi di persone che, anche senza arrivare ai livelli di Mick Jagger, si sono goduti parecchio la tavola e la vita, e sono arrivati belli arzilli a tarda età.

Ma di massima evitare di maltrattare il proprio stomaco è un modo di volersi bene. Ma il punto è che è una scelta, e tale deve restare. Altrimenti, diventa una violenza, e non lo è di meno per il fatto di essere fatta a fin di bene. Del resto, nessuno penserebbe che uno stupratore va assolto solo perché è convinto di essere un grande amatore e violenta le donne perché non vuole che le sue abilità vadano sprecate. Non si capisce perché debba valere un principio diverso se la violenza riguarda altre parti del corpo. Perché di questo si tratta.

Certo, nel caso delle scuole, oggetto della proposta piemontese, la questione è più delicata. Non tutti i ragazzi hanno la fortuna di avere genitori responsabili, ed è importante che tutti vengano messi in condizione di scegliere davvero, consapevoli di cosa comporta mangiare cibo spazzatura invece che golose insalatine scondite. Ma allora gli sforzi vanno compiuti sul piano dell’informazione, e del resto ormai le campagne salutiste non mancano nelle nostre scuole.

Ma le piddine piemontesi non si accontentano, e vogliono sostituire le merendine con frutta e verdura, supponiamo a kilometro zero ed equa e solidale, nelle scuole e – par di capire – in tutti i luoghi con funzione pubblica accessibili ai minori. Cioè in pratica vai a fare due ore di coda all’anagrafe … Leggi tutto

La Giustizia dell’Efficienza

Il problema centrale hoppe puzzledell’economia politica è quello di organizzare la società in modo da promuovere la produzione di ricchezza; la filosofia politica, invece, si occupa della “giustizia” dell’ordine sociale.

La prima questione concerne problemi di efficienza: quali mezzi sono appropriati per ottenere uno specifico risultato, in questo caso la ricchezza?

La seconda questione esce dal regno delle cosiddette scienze sociali. Si chiede se il fine che l’economia politica assume possa essere giustificato come tale e, di conseguenza, se i mezzi che l’economia politica raccomanda possano essere intesi come mezzi efficienti per giusti fini.

Di seguito presenterò una giustificazione a priori per la risposta positiva: i mezzi raccomandati dall’economia politica sono mezzi efficienti per giusti fini.

Inizierò descrivendo i mezzi raccomandati dall’economia politica e spiegherò. sistematicamente, come tutta la produzione di ricchezza ottenuta dall’adottarli sia più grande di quella prodotta scegliendo altri mezzi. Poiché il mio primo obiettivo è quello di dimostrare la giustizia dell’uso dei mezzi per la produzione di ricchezza, la mia descrizione e spiegazione dell’efficienza economica sarà estremamente breve.

L’economia politica inizia dal riconoscimento della scarsità: è solo perché non viviamo nel Giardino dell’Eden che abbiamo a che fare con problemi di efficienza economica. Secondo l’economia politica, il mezzo più efficiente, quantomeno per alleviare, se non superare, la scarsità, è l’istituzione della proprietà privata. Le regole sottostanti questa istituzione sono state correttamente identificate, in gran parte, da John Locke. Esse sono le seguenti: ogni persona possiede il proprio corpo così come i beni scarsi che utilizza con l’aiuto delle proprie facoltà fisiche prima di chiunque altro. Questa proprietà implica il diritto di impiegare i beni scarsi in qualunque modo si reputi adatto fintanto che, così facendo, non si aggrediscano le proprietà altrui, vale a dire fintanto che non si cambi senza invito l’integrità fisica della proprietà di un’altra persona o si determini un altro controllo su quella proprietà senza il suo consenso. In particolare, quando un … Leggi tutto

Sociologia della tassazione: lo “stato” di guerra permanente

Gli altri due aggiustamenti apportati dallo Stato, al fine di uscire dal suo punto più basso di popolarità e di addivenire alle sue dimensioni attuali, hanno a che vedere con le relazioni interstatali. Per prima cosa, come spiegato in precedenza e testé accennato di nuovo da de Jouvenel, gli Stati, in qualità di sfruttatori monopolistici, tendono a farsi coinvolgere nella guerra con gli altri Stati. Qualora il loro potere interno di sfruttamento sia debole, cresce il desiderio di compensare queste perdite per via di una espansione esterna.