L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte prima)

Un’economia di mercato si fonda sul rispetto dei diritti di proprietà e, quindi, sul principio per cui sono ammessi trasferimenti volontari di beni (o denaro) da un soggetto ad un altro. Tuttavia, è fondamentale per la tenuta del sistema che esistano mezzi, anche coercitivi, che costringano un debitore a tener fede al consenso già prestato, oppure a risarcire i danni da lui provocati agli altrui diritti di libertà e di proprietà. Questi mezzi, in diritto processuale, si chiamano “procedure esecutive” o “di esecuzione forzata”; si dividono in individuali, dove ciascun creditore è chiamato a farsi parte diligente e attivarsi per riscuotere quanto gli spetti; concorsuali, che prevedono l’aggressione al complesso del patrimonio del debitore e il riparto del ricavato, secondo criteri di proporzionalità, fra tutti i creditori. In omaggio al principio di autoresponsabilità, la regola è sempre costituita dall’esecuzione individuale; alla procedura concorsuale si fa luogo solo nelle situazioni più gravi, tanto che l’esempio tipico è il fallimento dell’imprenditore.

Tuttavia, storicamente l’istituto del fallimento non ha rappresentato solo un mezzo per soddisfare i creditori, disciplinato secondo criteri di efficienza, né si è evoluto solo secondo esigenze di massimo ricavo (o minima perdita).

Una società dove vigono, almeno in complesso, i princìpi del libero mercato – si tratti di un’intera collettività o del ceto dei mercanti – finisce, necessariamente, per vivere secondo i valori della “civiltà mercantile”, sottesi a quelle che, non per nulla, sono state definite “virtù borghesi”: in primo luogo, il rispetto della parola data.

In effetti, “parola data” è una metafora: le parole non si danno, semmai si pronunziano.

E qual è il senso di questa metafora? Un senso prettamente giuridico.

In diritto romano, e poi ancora, senza soluzione di continuità, fino alla Rivoluzione Francese e alle codificazioni napoleoniche, vigeva il principio per cui la proprietà dei beni non si trasferiva nel momento dell’accordo – e per il fatto stesso dell’accordo – bensì con la traditioLeggi tutto

La chimera della concorrenza spietata

dogs2Quando le persone vogliono aggiungere ancor più “vigore” al ritratto negativo con cui dipingono la sovranità individuale, per la quale si agisce senza coercizione – ovvero, nelle condizioni di competizione di mercato in un sistema capitalista – iniziano ad usare nomignoli. Una delle forme più efficaci consiste nel descrivere tale concorrenza come “cane-mangia-cane”. Quando si accetta questa rappresentazione, l’enorme quantità di evidenze in favore della coordinazione sociale volontaria può essere messa da parte sulla base del fatto che essa implica un processo vizioso e sgradevole, così dannoso per le persone da soverchiarne qualsiasi beneficio.

Sfortunatamente, l’immagine del “cane-mangia-cane” per caratterizzare la competizione di mercato è completamente fuorviante: non solo la rappresenta scorrettamente, attribuendole peculiarità che non si addicono ad accordi veramente liberi, ma queste ultime rappresentano caratteristiche essenziali dello stato, ovvero di quella che comunemente viene proposta come “soluzione” ai mali della competizione che rende gli uomini lupi gli uni verso gli altri. Inoltre, tale immagine inquadra il problema in un modo che preclude ai più la possibilità di riconoscere la fallacia dell’analogia.

Tanto per cominciare, “cane-mangia-cane” è uno strano modo di descrivere qualsiasi cosa. Non ho mai visto alcun cane mangiarne un altro, né conosco nessuno che abbia visto qualcosa di simile. Infatti, alcuni fanno derivare l’origine della locuzione da quella latina, canis canem not est,  o “cane non mangia cane” che dice l’opposto (ed ha più senso, dato che un animale può provare a proteggere il suo terreno di caccia contro altri predatori in competizione, ma non mangia tali competitori). È insensato usare come premessa centrale per la condanna del sistema di mercato, tacciato di essere spietato e crudele, un’analogia che si basa su qualcosa che in realtà non accade nel comportamento animale.

Lo scambio di mercato è puramente volontario

La caratterizzazione del sistema capitalistico secondo il detto cane-mangia-cane è diametralmente opposta alla realtà. La proprietà privata su cui si basa il capitalismo impone esclusivamente accordi volontari: … Leggi tutto

Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

vault2Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che … Leggi tutto

Il socialismo nella pratica: un laboratorio letale

Mises spiegò analiticamente perché il sistema socialista è irrazionale: niente mercati dei capitali. Nessuno sa quanto debbano costare beni e servizi. Disse che i sistemi o avrebbero violato il loro impegno a pianificare ogni cosa o altrimenti sarebbero falliti. Non fu mai perdonato per questa violazione del galateo. Aveva ragione, e gli intellettuali avevano torto.