Oggi più che mai abbiamo bisogno del libro “La Legge” di Bastiat

Gli studenti delle scuole superiori negli Stati Uniti sono solitamente tenuti a seguire un corso in pubblica amministrazione dove vengono a conoscenza della struttura del governo, ma raramente scoprono il il corrispondente ruolo del governo o i limiti giustificabili dell’uso della forza nella nostra società. Se lo facessero, una delle letture richieste sarebbe il saggio di Frédéric Bastiat (1801-1850 economista e scrittore francese, filosofo della politica di ispirazione liberale), The Law (La Legge, La Loi), un’opera fondamentale di metà del diciannovesimo secolo che descrive le verità eterne sulla vita e su come perseguiamo la giustizia. Queste verità sono valide oggi come allora.

Bastiat afferma che le persone nascono con diritti naturali di vita, libertà e proprietà. Da questa nozione, l’unica funzione propria dell’uso della forza o della legge è l’organizzazione collettiva del diritto naturale all’autodifesa di questi diritti:

Ogni individuo ha il diritto di usare la forza per legittima difesa personale. E’ per questo motivo che la forza collettiva – che è solo la combinazione organizzata delle singole forze – può essere lecitamente utilizzata per lo stesso scopo e non può essere usata legittimamente per nessun altro scopo

Definisce quindi qualsiasi uso illegittimo della forza o della legge come saccheggio legale. Questo è un termine onnicomprensivo che include qualsiasi violazione ingiustificata della vita, della libertà o della proprietà altrui. Molti esempi abbondano oggi con le normative sul lavoro (ad esempio le leggi sul salario minimo), i prodotti (ad esempio: sussidi e tariffe), l’assistenza sanitaria, l’istruzione, o anche l’uso di marijuana o di altri farmaci.

Il saccheggio legale ha due motivazioni principali:

  1. Il primo è la stupida avidità. Ad esempio, non avresti mai pensato di derubare il tuo vicino, ma sei compiaciuto se il governo usa il saccheggio legale per derubarlo a tuo nome.
  2. Il secondo è una filantropia fuori luogo. Molti socialisti rientrano in questa categoria. Ad esempio, parlano costantemente di fraternità, ma non
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La libertà e la paura delle proprie responsabilità

La libertà è sotto una nuova sfida e un attacco nel mondo contemporaneo. Dalla “correttezza politica” e dalla sua conseguente crescente mentalità totalitaria chiusa delle istituzioni di apprendimento superiore in America e in Europa, alla rinascita del nazionalismo economico con il suo rigetto della libertà di commercio, ci troviamo di fronte a possibili riduzioni dei gradi della libertà individuale, che ancora ci rimangono della nostra vita.

La domanda è perchè? Vari tentativi di risposta sono stati offerti da coloro che temono profondamente questa direzione, specialmente in quel che chiamiamo “Occidente”, dove l’idea, l’ideale e la pratica della libertà personale ed economica sono comparsi per la prima e hanno preso un’importanza significativa negli ultimi trecento anni.

Questa tendenza è sembrata molto peculiare di fronte alla trasformazione drammatica e “miracolosa” della condizione umana negli ultimi duecento anni, durante i quali la vita per la persona comune è passata da una povertà economica abbietta a un’oppressione politica verso un mondo di partecipazione stupefacente e di benessere materiale per la vasta, vasta maggioranza, con il processo di istituzionalizzazione (se non sempre la pratica) del rispetto e della protezione di un’ampia gamma di libertà civili.

Il Trend di allontanamento dalla Libertà, ed il ritorno al Paternalismo

Questa tendenza, ahimè, sta andando avanti da un po’ di tempo. Ad esempio, nel 1936, il famoso economista e scienziato politico svizzero, William E. Rappard (1883-1958), tenne una conferenza a Philadelphia intitolata “La relazione dell’individuo con lo stato”. Guardando indietro alla tendenza degli eventi politici ed economici nel diciannovesimo e ventesimo secolo, Rappard ha spiegato:

“Le rivoluzioni alla fine del diciottesimo secolo […] erano essenzialmente rivoluzioni dell’individuo contro lo stato tradizionale – espressioni del suo desiderio di emanciparsi dai legami e dalle inibizioni che lo stato tradizionale gli aveva imposto […] che si possono definire come l’emancipazione dell’individuo dallo stato, alla volontà dell’individuo.

“Nella seconda metà del diciannovesimo secolo e fino ad oggi, l’individuo, avendo emancipato se stesso dallo

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Dio è un libertario

Grazie di essere qui oggi (Fondazione Rafael del Pino, Madrid 17 maggio 2017). Ancora una volta con grande gioia e soddisfazione mi è concesso di portare il mio contributo a tutti voi, a quello che credo sia la decima conferenza spagnola sulla scuola Austriaca di Economia. Normalmente la mia lettura verte sulla teoria economica o sulla filosofia libertaria. Lo scorso anno ho fatto una eccezione, proponendo un dettagliato approfondimento, concentrando il mio breve intervento su tematiche inerenti le prospettive politiche del nostro tempo. Credo che la situazione lo meritasse. Quest’anno, sono in procinto di fare un’altra eccezione, e ho intenzione di proporvi una breve digressione nel campo della teologia.

Alcuni anni fa, la Prof.ssa Maria Blanco, che potrebbe essere tra noi oggi, mi consultò per un libro riguardante i maggiori economisti di Spagna, a tal proposito io enfatizzai il concetto che con un approccio multidisciplinare verso la scuola austriaca, diventa molto importante non trascurare la teologia. Filosofia e diritto sono senz’altro necessarie, ma anche la teologia è una buona chiave di lettura, ed è un campo che dobbiamo esplorare. Oggi, ho intenzione di esporre alcune ricerche, o per lo meno condividere una serie di riflessioni sulla sfera teologica e le relazioni che questa intrattiene con il movimento libertario. Le mie prime parole sono di gratitudine verso Papa Francesco, perché ha ispirato il contenuto di queste riflessioni. Mi riferisco in particolare al commento di Papa Francesco sul movimento libertario, contenute nel messaggio del 28 aprile rivolto ai partecipanti della sessione plenaria dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali. Pertanto, grazie a Papa Francesco per avermi ispirato gli argomenti che sorreggono quanto sto per dirvi oggi.

Vorrei aggiungere che ho preparato questa lettura all’ombra dei pini marini, sulla sponda del mare Mediterraneo, nei pressi della mia casa di Majorca proprio sabato 13 maggio 2017, esattamente cento anni dopo che la nostra Madonna di Fatima apparse per la prima volta ai tre giovani pastorali portoghesi, Leggi tutto

Tutti i presidenti dovrebbero essere presidenti “passivi”

Alcuni mezzi d’informazione sono sconvolti che molti degli ordini esecutivi e delle proposte legislative del Presidente Donald Trump inviati al Congresso degli Stati Uniti rappresentano un tentativo di annullare l’eredità presidenziale di Barack Obama. La domanda è, perché si dovrebbe presumere che i presidenti debbano avere lasciti politici alle spalle dopo la fine del loro mandato?

In questo particolare caso, molti politici di “sinistra” si concentrano sulle proposte della Casa Bianca di Trump per abrogare e sostituire l’ObamaCare (ha dato una copertura sanitaria a 13 milioni di americani n.d.t.) – una legge la Affordable Care Act (legge di assistenza a prezzi accessibili) – nonché la legislazione sugli accordi “internazionali sui cambiamenti climatici”, l’uso del territorio e le norme minerarie e l’accordo sull’armamento nucleare dell’Iran.

Non tutte le eredità presidenziali sono “uguali” agli occhi degli esperti

Una domanda interessante è se i sapientoni dei notiziari avessero la stessa risonanza della politica pubblica e se un presidente precedente fosse stato un classico liberale ed avesse lasciato “un’eredità” di smantellamento dello stato interventista, dello stato sociale e che il suo successore inizi a ribaltarlo intenzionalmente.

Avrebbe lo stesso tono ed il piangere se fosse stata minata l’eredità di un presidente di una società più libera per il popolo americano indebolito? Che si trattava di un tentativo di cancellare i risultati di qualcuno eletto “dal popolo” per spostare il paese in direzione del laissez-faire?

Ne dubito, visti i sentimenti politici di molti dei media e del mondo accademico di oggi. Probabilmente sarebbe salutato come una “reazionaria” retromarcia temporanea, passata alle politiche “progressiste” che stavano mantenendo l’America nella “parte giusta della storia”.

Questo non significa che ciò che il presidente Trump ha proposto, o sta tentando di attuare, in qualche modo rappresenti un programma classico liberale. A mio avviso, è proprio il contrario. La sua progettata “eredità” è quella di rendere l’America ancora grande. Ma rendere l’America grande, come Trump Leggi tutto

Liberalismo classico & anarcocapitalismo

In questo primo decennio del XXI secolo, il pensiero liberale, sia nei suoi aspetti teorici sia in quelli politici, si è trovato a un bivio storico. Sebbene la caduta del muro di Berlino e del socialismo reale, iniziata nel 1989, apparve annunciare “la fine della storia” (per usare la sfortunata e pretestuosa frase di Francis Fukuyama) oggi, e in molti aspetti più che mai, lo statalismo prevale in tutto il mondo accompagnato dalla demoralizzazione degli amanti della libertà.

Un “aggiornamento” del liberalismo è pertanto d’obbligo. È giunto il momento di rivedere completamente la dottrina liberale e aggiornarla alla luce degli ultimi progressi della scienza economica e dell’esperienza offerta dagli ultimi eventi storici.

Questa revisione deve cominciare col riconoscimento che i liberali classici hanno fallito nel tentativo di limitare il potere dello Stato e che oggi la scienza economica è in grado di spiegare l’inevitabilità di questo fallimento. Il successivo passo è quello di concentrarsi sulla teoria dinamica dei processi di cooperazione sociale promossi dall’imprenditorialità che danno origine all’ordine spontaneo del mercato. Questa teoria può essere ampliata e trasformata in un’analisi completa del sistema anarcocapitalistico della cooperazione sociale che si rivela come l’unico sistema veramente vitale e compatibile con la natura umana.

In questo articolo analizzeremo in dettaglio questi argomenti, insieme a una serie di ulteriori considerazioni pratiche sulla strategia scientifica e quella politica. Inoltre, utilizzeremo questa analisi per correggere alcuni comuni fraintendimenti ed errori di interpretazione.

L’errore fatale del liberalismo classico

L’errore fatale dei liberali classici consiste nel non aver capito che il loro ideale è teoricamente impossibile, in quanto contiene il seme della propria distruzione, precisamente nella misura in cui include la necessaria esistenza di uno stato (anche minimo) come unico agente di coercizione istituzionale.

Pertanto, i liberali classici commettono un grande errore nell’approccio: vedono il liberalismo come un piano d’azione politica e un insieme di principi economici, il cui scopo è limitare il potere dello stato accettandone l’esistenza … Leggi tutto

Azione umana e mercato, la chiave per capire l’economia moderna

L’importanza della Scuola Austriaca è dovuta principalmente alla facilità con cui presenta al pubblico temi che, all’apparenza, possono risultare ostici o addirittura incomprensibili. Essa concentra nelle sue teorie tutti quei concetti d’economia che ognuno di noi vorrebbe apprendere ma che, purtroppo, vi rinuncia a causa dell’estrema complessità che il mondo accademico conferisce alla materia. Questo perché scompare dai radar quel tassello che invece è al centro del processo economico, ovvero, l’attore di mercato. Per l’economia mainstream, infatti, quest’ultimo è ridotto ad una macchietta, il quale sa tutto e conosce tutto. Il cosiddetto homo oeconomicus è un modello fallace ereditato dalla teoria classica, dove la sua figura viene relegata ai margini della scienza economica visto che la sua unica pulsione sarebbe quella di massimizzare i guadagni e minimizzare i costi.

Ma la Scuola Austriaca dimostra che tutti possono accedere alla comprensione della cosiddetta scienza triste. E lo dimostra senza nemmeno una equazione nei suoi esempi. Questo perché, diversamente dalle altre scuole d’economia, non si rivolge agli accademici bensì alle persone stesse. Ovvero, ai lettori curiosi e vogliosi d’entrare in possesso di nuova conoscenza. La Scuola Austriaca permette di raggiungere tale conoscenza e lo fa annoverando letture agili, proponendo ragionamenti brevi e di facile accessibilità. In realtà, questa scuola di pensiero economico rappresenta un esercizio per diradare quella paura che per tutto questo tempo ha attanagliato le menti della maggior parte delle persone riguardo la teoria economica.

Scrisse Ludwig von Mises nel suo capolavoro, L’Azione Umana:

Fu errore fondamentale della scuola storica tedesca delle wirtschaftlichen Staatswissenschaften e dell’istituzionalismo americano interpretare l’economia come caratterizzazione di un tipo ideale, l’homo oeconomicus. Secondo questa dottrina l’economia tradizionale od ortodossa non tratta dell’uomo quale realmente è e agisce, ma di una immagine fittizia o ipotetica. Descrive un essere determinato esclusivamente da motivi “economici”, cioè soltanto dall’intenzione di fare il maggior profitto materiale o monetario possibile. Tale essere non ha né ha mai

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Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 2

Rivolgendoci verso l’altro più celebre antico filosofo Greco, Aristotele (384 B.C. – 322 B.C.), ritroviamo ben poco del regime politico che caratterizza il suo maestro Platone. Per Aristotele, il comportamento più appropriato è “la via di mezzo, ” ovvero, evitare gli “estremi” o comportamenti e obiettivi velleitari nelle questioni umane.

Se da una parte Aristotele spera che delle politiche sagge possano aiutare a migliorare le condizioni e le azioni degli uomini, da un’altra egli riconosce anche che la natura umana non può essere plasmata, piegata o trasformata per conformarla a qualche ideale di Stato perfetto e popolato da persone nel modo in cui Platone credeva fosse in linea di principio desiderabile e possibile.

Aristotele e l’Importanza della Proprietà Privata

Questo viene fuori più chiaramente nel discorso di Aristotele sulla proprietà privata, e nel suo respingere l’appello di Platone per un ordine sociale comunista nel quale i beni materiali sono condivisi. Aristotele sosteneva che se tutte le terre fossero state condivise e lavorate collettivamente, allora probabilmente sarebbero sorte rabbia e ostilità tra i lavoratori partecipanti.

Perché? Poiché è in questa circostanza che gli uomini si sarebbero resi conto di non aver ricevuto ciò che spettava loro di diritto, nel momento in cui lavoro e ricompensa non erano rigorosamente e saldamente connessi, come avviene nel sistema della proprietà privata.

Aristotele concepiva i diritti di proprietà come un meccanismo incentivante. Quando gli individui credono e sono certi che potranno mantenere i frutti del loro lavoro, allora saranno inclini a prodigarsi nel lavoro in maniera produttiva, cosa che non accadrebbe in un sistema fondato sulla proprietà comune o collettiva. Aristotele affermava:

Quando si coltiva la terra tutti insieme, la questione della proprietà crea enormi problemi. Se non si condividono equamente benefici e fatiche, coloro che lavorano molto e ricevono poco protesteranno necessariamente contro di quelli che al contrario lavorano poco e ricevono o consumano molto . . .

La proprietà dovrebbe essere…come regola Leggi tutto

Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 1

Attraverso le loro opere giunte fino a noi, gli antichi Greci hanno lasciato un patrimonio di conoscenza su una grande varietà di argomenti riguardanti la scienza, la logica, la filosofia, la letteratura e l’arte. Inoltre, la città-stato di Atene è considerata la culla della libertà intellettuale e della democrazia: eredità che ha contribuito al plasmarsi delle idee che hanno influenzato lo sviluppo della Civiltà Occidentale.

Ma in confronto le loro riflessioni sull’economia furono sempre poche e pressoché sempre relativamente poco sistematiche. Una delle principali ragioni di ciò è dovuta al fatto che per gli antichi Greci le questioni riguardanti “l’economia” furono secondarie rispetto ad altre tematiche ritenute molto più importanti per la società e l’umanità.

Per i filosofi Greci e per gli intellettuali dell’epoca, le tematiche principali furono i dilemmi su “la giustizia”, su “la virtù”, su “il bene” e “la bellezza”. Quelli che oggi definiamo problemi e questioni “economiche” furono relegati ad una ristretta cerchia di considerazioni su come le organizzazioni e le istituzioni economiche avrebbero potuto essere modificate o strutturate al servizio di questi fini o obiettivi “più nobili.”

La concezione greca della società al di sopra del singolo individuo

Estendendo questo concetto si comprende la visione generale che gli antichi Greci avevano circa l’individuo all’interno della società. Secondo il loro pensiero, l’individuo dipendeva dalla società nella quale era nato per tutto ciò che lo rendeva o poteva rendere una persona. Cioè, la comunità assisteva e formava l’individuo fino a renderlo un essere umano “civile”. La società aveva la precedenza, o la priorità, al di sopra dell’individuo. L’individuo nasceva, viveva, e moriva. Invece la società e lo stato, secondo il loro pensiero, continuavano comunque a vivere.

La più moderna concezione di uomo libero, agente autonomo che sceglie i propri fini, seleziona i mezzi per ottenere i propri obiettivi desiderati e che in generale vive per se stesso, fu un concetto estraneo al modo di pensare degli antichi Greci.Leggi tutto

La promessa dell’economia cristiana — Parte 2

L’Economia è Vera?

Alcuni economisti sembrano riguardare alla fisica come la regina delle Scienze, e l’Economia, scimmiottando la fisica, viene reputata la regina delle scienze sociali, dato che solo l’Economia può (1) prevedere il comportamento umano, previsioni che possono essere testate empiricamente, e (2) usare calcoli e formule matematiche, allo stesso modo dei fisici. Secondo questi economisti, l’Economia è predittiva, testabile e precisa, soddisfacendo pertanto i criteri generalmente accettati per farne una scienza legittima.

Ora a me non interessa disputare se l’Economia sia una scienza o meno. A me pare che sia dopotutto una questione di come si definisca scienza, e comunque questo ha poche importanti implicazioni, sempre che ne abbia. Certo è difficile sfuggire all’impressione che gran parte delle dotte discussioni sulla scienza e l’economia del ventesimo secolo siano state solo un cavillare intorno alle parole.

Ma la questione molto più importante, la questione fondamentale è se l’economia è vera. Virtualmente ignorata nelle erudite disquisizioni eppure molto più significativa della questione se l’economia sia una scienza o meno.

Come conclusione in una mia precedente lezione ho suggerito che sono stati i razionalisti in economia, gli economisti Austriaci, e in particolare Ludwig von Mises, nonostante il loro fallimento nel fornici di conoscenza economica, ad aver avuto il maggior potenziale per dare un contributo alla nostra comprensione dell’Economia Cristiana, perché quantomeno il loro metodo è valido, nonostante loro stessi, sulla base dei loro stessi princìpi, non hanno saputo render conto del metodo o del contenuto della disciplina.

Giunto alle questioni intorno la verità, uno degli economisti Austriaci ha affrontato con realismo la questione, quello che è stato in un certo modo il più umile di tutti gli economisti. Mises scrisse in uno dei suoi ultimi libri Theory and History:

Avevano ragione quei teologi che ritenevano che soltanto la Rivelazione avrebbe potuto fornire all’uomo una certezza perfetta. La ricerca scientifica umana non può andare al di là dei limiti tracciati

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