I superpoteri dell’economista

Gli economisti, solitamente, non pensano di possedere dei superpoteri, ma se lo facessimo, di certo, penseremmo di avere il potere di “vedere ciò che è nascosto” così come Bastiat fece notare più di 150 anni fa. Ciò che è grandioso di questo superpotere è che ci permette di rompere le maniere convenzionali del pensare per permettere di accedere a nuovi punti di vista. Certe volte, addirittura permette di vedere cose che i supereroi presenti nei fumetti non possono.

Come molti altri, recentemente ho guardato il nuovo film di Wonder Woman. Non sono un critico cinematografico, ne tantomeno, un fanatico dei fumetti, e per questo mi astengo dal fare qualsiasi commento riguardo la qualità del film o la sua autenticità nel trasporre la storia dell’eroina. Quello che voglio commentare è uno degli aspetti chiave della trama, e ciò che significa per come noi comprendiamo il mondo, e come il super potere degli economisti di osservare l’imperscrutabile ci possa insegnare una lezione al riguardo.

Non penso che ciò che dirò dopo potrà essere definito uno spoiler, ma nel caso non abbiate visto il film, e non volete avere spiacevoli sorprese, sarebbe meglio per voi di tornare a leggere ciò dopo che abbiate visto il film.

 

Intenzioni vs Realtà

La parte centrare della trama è che Wonder Woman decide che deve porre fine alla Prima Guerra Mondiale prima che i tedeschi possano usare un gas velenoso particolarmente pericoloso per uccidere milioni di individui. Wonder Woman, che è una discendente degli dei, è convinta che la guerra stia avvenendo perché gli umani siano caduti sotto il controllo del cattivo Ares, il dio della guerra. Lei crede che lei può porre fine alla guerra uccidendo Ares. Questa sua convinzione fa si che lei creda che gli essere umani siano buoni nel profondo, ma corrotti da un dio cattivo.

Senza entrare nel dettaglio (per evitare di rovinarvi la visione, nel caso abbiate continuato a leggere … Leggi tutto

Mises, Kant e la spesa per il welfare

I Diritti Naturali dell’Uomo e I Limiti dello Stato

Mises_KantNe La Legge Frédéric Bastiat presenta l’inoppugnabile massima che i diritti dell’uomo esistano precedentemente alla formazione dello Stato e che, pertanto, l’azione collettiva dello Stato non possa essere in contrasto con i preesistenti diritti individuali. Secondo Bastiat, l’uomo può delegare allo Stato soltanto quei poteri che egli stesso già possiede e non ha il diritto naturale di forzare il prossimo alla beneficienza. Dato che di mia volontà non posso costringerti a fare della beneficienza, neanche la forza governativa può forzarti di sua scelta. Eppure, è esattamente ciò che fa. Poniamo la circostanza che tu voglia opporti al fatto che il governo stia dando denaro ad una organizzazione di beneficenza che personalmente avversi. Non andresti molto lontano asserendo che hai il diritto a pagare in proporzione meno tasse. Se continuassi a rifiutarti di pagare, il governo confischerebbe i tuoi beni. Se cercassi di proteggerli, il governo ti ucciderebbe. Eppure, all’interno del contesto dei diritti naturali, il governo non ha alcuna giustificazione nel forzarti a pagare per un’organizzazione che disapprovi e che non finanzieresti volontariamente.

La Vera Giustizia e l’Imperativo Categorico

Forse c’è un fondamento logico superiore che giustifica lo Stato a violare i nostri diritti naturali confiscando coercitivamente le nostre proprietà per il presunto miglioramento degli altri. In riferimento a tale fondamento logico, ci rivolgiamo a due filosofi – Immanuel Kant e T. Patrick Burke. Cominciamo con Kant. La nostra concezione di “vera giustizia” non trova una migliore espressione di quella di Immanuel Kant nella spiegazione del suo “imperativo categorico”. Un imperativo categorico dice incondizionatamente cosa fare a tutti gli uomini, in tutti i posti, tutto il tempo. Non desume il suo potere da alcuna autorità diversa dalla pura ragione. Kant distingue questo imperativo categorico da un imperativo ipotetico, quale il “bisogno”. Sebbene un imperativo ipotetico possa essere valido, come ad esempio “le persone bisognose vivrebbero meglio se ricevessero sussidi statali”, non … Leggi tutto

Ripensare la Secessione | II parte

A sostegno della secessione

Uno degli argomenti più forti a favore della secessione è rinvenibile nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti.

Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili diritti, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o abolirlo e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità.

secessionIn altri termini, i governi che non godono del sostegno del popolo possono essere modificati o aboliti, venendo sostituiti da nuovi governi, maggiormente rispondenti ai loro desideri. I Padri Fondatori si sono fermati un passo prima dell’approvazione dell’anarchia, prevedendo la sostituzione di un nuovo governo a quello abolito. La Dichiarazione prosegue affermando:

“Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di ridurre gli uomini a sottomettersi a un dispotismo assoluto, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere a nuove garanzie per l’avvenire.”

Apparentemente, i Padri Fondatori non erano favorevoli alla secessione, se non in conseguenza di una lunga serie di abusi che avrebbe comportato un dispotismo assoluto. Questa visione risulta supportata in un’altra sezione del documento:

“La prudenza, tuttavia, consiglierà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili  e peregrine; e, conformemente a ciò, l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a soffrire, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi Leggi tutto

La religione statalista di Javert

A coloro che javert-crowedanno per scontati la prosperità e il benessere – e tutti noi, che lo si ammetta o meno, lo facciamo – farebbe bene guardare il film  Les Misérables, che vede Russell Crowe recitare la parte dell’inflessibile ispettore Javert (per non menzionare la straordinaria interpretazione di “I Dreamed A Dream”  da parte di Anne Hathaway). Il film dipinge in modo brillante un livello di povertà che nessuno di noi ha mai conosciuto. Dovremmo ben riflettere su questo e sulle ragioni per cui noi, oggi, non viviamo una tale condizione di povertà (suggerimento: non è grazie al Congresso).

Quelle immagini sono un efficace rimprovero per tutti i nuovi primitivisti di destra e di sinistra che vanno esaltando il ritorno a vite più semplici, la decrescita, e che pretendono di mettere un freno al nostro utilizzo di ogni bene, dal gas all’acqua e al cibo. Questo film è un monumento a ciò che significa veramente la povertà. I risultati non sono romantici, nè tantomeno salutari. Sono volgari, dolorosi, crudeli.

Non sorprende il fatto che quella povertà fosse accompagnata da una inesorabile soppressione della libertà individuale da parte del governo, a dimostrazione di quanto, in questo mondo, povertà e statalismo siano direttamente correlati.

La povertà, a quei livelli, è qualcosa che facciamo veramente molta fatica a comprendere. Ma l’autore del romanzo, Victor Hugo, la vide intorno a sè nella Parigi in cui viveva. Scrisse il romanzo nel 1832, durante un periodo economicamente molto difficile per la Francia. La moneta veniva svalutata. I raccolti non erano soddisfacenti. La carestia dilagava. Un’epidemia di colera si era abbattuta su Parigi dopo che la città era stata invasa da immigranti di altre nazioni dell’Europa, da cui erano stati banditi.

La situazione era particolarmente difficile nelle città come Parigi. Le soluzioni politiche del tempo favorirono da una parte le istanze reazionarie per il ripudio dei principi repubblicani e la restaurazione della monarchia e … Leggi tutto

L’esattore delle tasse

ReymerswaeleTaxCollectorLo scritto, tratto dalla seconda versione dei Sofismi Economici (1848), si sviluppa sotto forma di dialogo tra Giacomo Buonuomo (G), vignaiolo, e Mr. Lasouche, esattore delle tasse (L).

L.: È  vero che avete ottenuto venti botti di vino?

G.: Sì, e devo ringraziare solo mia abilità e il mio impegno.

L.: Abbiate la decenza di consegnarmi sei fra le botti migliori…

G.: Sei botti su venti! Santo Cielo! Avete proprio intenzione di mandarmi in malora. E poi, Vossignoria, ma per quali motivi dovrei mai assecondare questa vostra richiesta?

L.: La prima botte sarà consegnata a coloro che vantano crediti nei confronti dello Stato. Del resto, quando le persone contraggono dei debiti, il minimo che si possa fare è corrispondere loro degli interessi, come naturale compenso.

G.: E che ne è stato del capitale?

L.: Questa è una storia troppo lunga, da raccontarvi in questo momento. Comunque, una parte è stata impiegata per produrre delle cartucce, che hanno emesso il più bel fumo del mondo. Un’altra è servita per compensare quegli uomini che hanno subito delle profonde menomazioni  in paesi stranieri, dopo averli devastati. In seguito, quando questa spesa ha provocato la nostra invasione, il nostro benevolo nemico ha pensato bene di non congedarsi da noi, senza averci prima spogliato del nostro denaro; e questi soldi dovevano solo essere presi in prestito.

G.: E quali vantaggi se ne potranno mai trarre, ora ,da questa cosa?

L.: La soddisfazione di poter dire –
<<Oh, come sono fiero di essere Francese,
Quando levo lo sguardo alla colonna>>.

G.: E l’umiliazione di lasciare ai miei eredi una proprietà gravata da un’ipoteca irredimibile. Tuttavia, è necessario far fronte ai propri debiti, per quanto folle può essere l’uso che si è fatto dei proventi. Questo, quindi,  per quanto riguarda la cessione di una botte: ma per quanto riguarda le altre cinque?

L.: Un’altra serve a sovvenzionare i servizi pubblici, l’appannaggio della casa reale, i giudici che … Leggi tutto

Come lo Stato annienta la coscienza morale degli individui

“Non rubare” è una regola di condotta antica almeno quanto il mondo. E non avrebbe potuto essere altrimenti, pena l’impossibilità dello sviluppo di qualsivoglia società complessa.

Ci hanno insegnato sin da piccoli a rispettare ciò che appartiene agli altri: “Non prendere i giocattoli di tua sorella, senza il suo permesso”, ci ammoniva nostra madre, punendoci se ci fossimo ostinati a persistere nella nostra condotta scorretta di “furfantelli” ai primi passi. Con il trascorrere del tempo, a tre anni, eravamo in grado di capire benissimo la differenza tra il “mio” e il “tuo”. E se non avessimo preso la lezione a cuore e ci fossimo protratti, ben oltre l’infanzia, a trattare la proprietà altrui come qualcosa da cui attingere liberamente, giungendo sino ad impossessarcene, allora saremmo stati considerati alla stregua di sociopatici, di nemici della decenza, se non addirittura della civiltà stessa.

Tuttavia lo Stato, per come lo conosciamo, si fonda interamente su questo tipo di sociopatia. I governanti, semplicemente, si impossessano di ciò che non gli appartiene e ne dispongono per soddisfare i loro porci comodi.

Nel momento in cui lo Stato, in tempi recenti,  ha assunto una posizione di assoluto predominio su un determinato gruppo di persone, quest’ultime si sono certamente rese conto del fatto che le sue acquisizioni non sono poi tanto differenti da un saccheggio. Tali persone sono costrette a pagare semplicemente perché, poste di fronte all’inappellabile scelta “tra la borsa e la vita”, preferiscono continuare a vivere.

Ma nel momento in cui lo Stato, da tempo, si è insediato ed imposto nell’ambito di un dato contesto sociale, ecco allora che le sue pretese diventano, né più né meno, che un “atto dovuto”,  configurandosi come una mera presa d’atto dei fatti; e le stesse persone tendono a perdere la loro consapevolezza circa l’incontestabile truismo che quanto ricevuto dallo Stato corrisponde, sempre e comunque, a dei beni in precedenza rubati, posto che lo Stato, non possedendo legittimamente nulla … Leggi tutto

La rapina attraverso il sussidio

Questo piccolo libro UncleSamTheftsulle fallacie è stato ritenuto troppo teoretico; nonché scientifico e metafisico. E sia; osserviamo l’effetto di uno stile più superficiale, trito e, se necessario, rude. Essendo io convinto che il popolo sia stato ingannato quando si parla di protezione, mi sono sforzato di provarlo. Ma se gridare risulta più favorevole che argomentare, urliamo a gran voce “Re Mida ha le orecchie d’asino” [1].

Una rapida esplosione di parole schiette ha, molto spesso, più effetto della più educata tra le perifrasi. Ricorderete Oronte e la difficoltà provata dal Misantropo nel convincerlo della sua follia [2]:

ORONTE
Ma voi, voi lo sapete che dice il nostro patto,
E vi prego, parlate molto sinceramente.

ALCESTE
Signore, l’argomento è alquanto delicato,
E in materia di gusto noi vogliamo le lodi.
Ma un giorno, a una persona di cui non faccio il nome,
Dissi, nell’osservare i versi da lui scritti,
Che un uomo deve sempre poter padroneggiare
I pruriti che abbiamo di fare lo scrittore,
E mettere una briglia alle subite voglie
Di fare bella mostra dei nostri passatempi;
E che per frenesia di ostentare gli scritti
Ci esponiamo sovente a far brutte figure.

ORONTE
Forse che il vostro scopo è di dirmi con questo
Che ho torto di volere…?

ALCESTE
Non voglio dire questo.
Ma dicevo a quel tale che uno scritto un po’ fiacco
Annoia e tanto basta a screditare un uomo,
E che per quante doti un uomo possa avere
Vien sempre giudicato dagli aspetti peggiori.

ORONTE
Forse che sul sonetto avete da eccepire?

ALCESTE
Non voglio dire questo. Ma perché non scrivesse,
Gli facevo notare come nel nostro tempo
Questa smania ha distrutto molta gente dabbene.

ORONTE
Forse che scrivo male? Somiglio forse a loro?

ALCESTE
Non voglio dire questo. Ma infine, gli dicevo,
Che pressante bisogno avete di rimare?
Chi diavolo vi spinge a pubblicare versi?
La comparsa di un brutto libro la si perdona
Soltanto al Leggi tutto

Il protezionismo aumenta i salari?

Cerchiamo di verificare se sia compiuta o meno un’ingiustizia nel fissare attraverso la legge le persone da cui si devono acquistare i beni di cui abbiamo bisogno - pane, carne, biancheria o vestiti; e nel dettare, se così si può dire, la scala artificiale dei prezzi che dovete adottare durante i vostri affari.

Due sistemi morali

Immagino di sentire un lettore così interrogarsi: «Ho forse sbagliato ad accusare gli economisti politici di essere caustici e freddi? Ma che bel quadretto di umanità! La spoliazione è un potere fatale, quasi naturale, che sta assumendo ogni forma, praticata con ogni pretesto, contro la legge e secondo la legge, abusando delle cose più sacre; giocando, contemporaneamente, sulla debolezza e la credulità delle masse, e continuando ad espandersi grazie a ciò di cui si alimenta. Può immaginarsi uno scenario del mondo più triste di questo?»

Post hoc, ergo propter hoc

Questa è la più grande, nonché più comune, fallacia del ragionamento. In Inghilterra, per esempio, si sono manifestate perdite reali. Queste perdite derivano dalla successione di due fenomeni: primo, la riforma delle tariffe; secondo, il susseguirsi di due cattivi raccolti. A quale di queste due ultime circostanze dobbiamo attribuire la prima?