Le differenze tra buona e cattiva globalizzazione

Globalismo” e “globalizzazione” sono termini che soffrono la mancanza di una precisa definizione. Entrambi sono liberamente usati da una grande varietà di commentatori, attribuiti tanto a cose buone che cattive – spesso in opposizione tra loro. Qualche volta globalismo significa riduzione delle barriere doganali. Altre volta è l’espressione di una politica estera aggressiva attraverso organizzazioni internazionali come la NATO. E ancora può significare un supporto a burocrazie globali come le Nazioni Unite. Questa mancanza di precisione è stata recentemente tratteggiata sulle colonne del New York Times da Bret Stephens nell’articolo intitolato “elogio del Globalismo”. Stephens, facendo finta di cercare la definizione del globalismo, alla fine rivela il vero scopo dell’articolo: un modo per prendere in giro il provincialismo degli elettori di Trump per l’indisposizione di costoro a sottoscrivere la presunta visione cosmopolita del medesimo autore. Stephens ci descrive i favorevoli alla globalizzazione come colore che vogliono “fare del mondo un posto migliore”, questo implica che i non favorevoli non lo vogliono. Veniamo informati che il globalismo considera un valore le alleanze militari e il libero mercato. Ma Stephen non ci fornisce una chiara definizione di questi termini, e non ci dice come queste istituzioni vengano usate per far diventare il mondo “un posto migliore”, così la risposta al dubbio se la globalizzazione sia una buona cosa permane inevasa. Quando l’Alleanza Internazionale è stata usata per giustificare il lancio di bombe su civili o per far trasformare l’Iraq in un paese fallito e un paradiso sicuro per al Qaeda, significa far diventare il mondo un posto migliore? Quando l’Unione europea usa gli accordi di “libero mercato” come mezzi per soffocare le imprese sotto il peso di tasse e regolamenti, vuol dire fare del mondo un posto migliore?

Globalizzazione: fusione di forze sia a favore che contro il mercato

Sfortunatamente, in questo non c’è nulla di nuovo. La globalizzazione è da lungo tempo un termine sottoposto ad un pesante abuso Leggi tutto

Ludwig von MIses: Un ritratto — Parte 3

Screen shot 2012-07-22 at 9.38.22 PMGLOBALIZZAZIONE

Il quinto capitolo parla di globalizzazione, una cosa del XIX secolo spazzata via dallo statalismo nel XX secolo, e venuta nuovamente fuori di recente. Nel mezzo tra le due, c’è stato un Medioevo di protezionismo, di espropriazioni di investimenti esteri, di ostacoli ai movimenti di capitali, persone e merci, di discriminazioni contro gli stranieri.

Questi erano i metodi con cui si cercava di far progredire la società.

Esiste un solo modo per crescere, che è investire. E per investire ci sono due modi: risparmiare, o ottenere prestiti. I movimenti internazionali di capitali, cioè i prestiti tra cittadini ed imprese di diverse nazioni, rappresentano un elemento fondamentale che consente la crescita economica dei Paesi poveri, e dunque la globalizzazione della ricchezza prodotta dal capitalismo. Gli Stati Uniti e l’Europa continentale si sono sviluppati grazie al capitale inglese, ad esempio.

Oggi la battaglia contro l’esportazione di capitale verso i Paesi poveri, cioè a favore della perpetuazione della loro miseria, è portata avanti dalle imprese che cercano protezione, dai contadini che difendono l’”identità nazionale”, dai movimenti no global, dai sindacati che vogliono la legislazione “antidumping”. Di fatto, stanno dicendo “niente benessere per i negri”, anche se giustificano le loro idee con argomenti più etici, e anzi, spesso, parlano di morale con la stessa leggerezza con cui si ingurgitano popcorn al cinema.

Quando la FIAT deve decidere se investire in Polonia o in Italia, si parla della minaccia di non investire in Italia come un danno ai lavoratori. Quali lavoratori? Se si investe da una parte, si investe di meno dall’altra: qualcuno ne verrà danneggiato in ogni caso. Il fatto che non si considerino i lavoratori polacchi non è forse razzismo, ma poco ci manca. La “minaccia” di non investire in Italia non è che la decisione di investire altrove: non è ricatto, ma una scelta su dove impiegare al meglio i propri fondi. E se nessuno straniero investe in Italia, non lamentiamoci … Leggi tutto

“Ipermodernità”: la catastrofe economica Occidentale – Da Bretton Woods ai giorni nostri

Bretton Woods: dopo il tramonto (1971-oggi)theo-keynes-hay-friedman

Il 15 Agosto 1971, di fronte al drastico calo delle riserve auree[1] e alla necessità di finanziare la guerra del Vietnam, Richard Nixon sospende la convertibilità del biglietto verde. Dapprima si pensa ad un suo ripristino [2], ma «L’unico strumento di risposta flessibile [ad una crisi già incipiente] stava nella politica monetaria, nella capacità di stampare moneta a qualsiasi velocità sembrasse necessaria per garantire la stabilità dell’economia» [3]. La crisi petrolifera infligge il colpo di grazia al gold exchange standard: gli Articles of Agreement del FMI vengono modificati per vietare agli Stati membri di fissare una parità aurea [4]. Il mondo precipita nella stagflazione, perché la politica monetaria espansiva non riesce a risolvere problemi strutturali; le fuluttuazioni cambiarie mettono a repentaglio il commercio internazionale; e, mentre le grandi imprese, per sopravvivere, debbono concentrarsi sull’innovazione di processo, l’abbondanza di denaro creato ex nihilo e i tassi di interesse ribassati (ossia, la politica monetaria espansiva) incentivano il ricorso al debito e lo sviluppo del settore finanziario [5]. Non da ultimo, si proclama la morte di Keynes: Milton Friedman e la Scuola di Chicago lanciano la nuova ortodossia, il neo-monetarismo o neo-liberismo, che esalta proprio il ruolo della politica monetaria nel governo dell’economia,  propugnando, invece, lo smantellamento del regime fordista-keynesiano, i cui «rapporti di forza» sono avvertiti come “rigidità” che inibiscono la piena efficacia della politica espansiva.

Così, nel corso degli anni Settanta e Ottanta [6], sorge un nuovo assetto, detto di “accumulazione flessibile” e «caratterizzat[o] da un confronto diretto con le rigidità del fordismo. Poggia su una certa flessibilità nei confronti dei processi produttivi, dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei modelli di consumo. E’ caratterizzat[o] dall’emergere di settori di produzione completamente nuovi, nuovi modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, soprattutto, tassi molto più elevati di innovazione commerciale, tecnologica e organizzativa. Leggi tutto

“Ipermodernità”: la catastrofe economica Occidentale – L’età di Keynes e Bretton Woods

L’età di Keynes e di Bretton Woods (1944-1971)

La Seconda Guerra keynesMondiale sovverte completamente lo scenario geopolitico, offrendo agli Stati Uniti – che emergono come potenza egemone rispetto ad un’Europa in rovina – l’opportunità di progettare un nuovo ordine (economico) mondiale, volto ad eliminare i tre grandi mali del periodo interbellico: volatilità dei cambi, barriere doganali[1] (e nazionalismo economico in genere), squilibri eccessivi nella bilancia dei pagamenti. I rappresentanti delle Nazioni Unite [2], riuniti a Bretton Woods, vedono un solo mezzo adatto ad evitarli: la cooperazione internazionale, affidata al governo di istituzioni create ad hoc. Nascono, così, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Al primo compete la gestione del nuovo gold exchange standard, quindi delle parità che ciascuno Stato membro manterrà con il dollaro, che, rimasto unica valuta convertibile in oro [3], si avvia a diventare la moneta del mondo interno, la “liquidità internazionale” per antonomasia) [4]; inoltre, per ovviare a squilibri temporanei nella bilancia dei pagamenti, gli Stati medesimi potranno attingere alle riserve del Fondo, autorizzato a concedere prestiti a breve termine (per un massimo di tre anni) [5]. Gli interventi strutturali spettano, invece, alla Banca mondiale [6]; e in tale sede, «perfino negli anni in cui imperava l’ideologia del libero mercato [sic!], spesso si discuteva di quali potessero essere le politiche più idonee per risolvere i problemi di un determinato paese» [7].

La stessa esistenza di due istituzioni pone un problema di rapporti reciproci; e, dopo un iniziale riparto di compiti [8], si instaura, nella prassi, una netta supremazia del Fondo [9].

Invece, la promozione del libero scambio, obiettivo condiviso dalle Nazioni Unite, dovrebbe spettare ad una terza istituzione, l’Organizzazione Internazionale del Commercio (ITO); ma l’accordo istitutivo[10] non ottiene la ratifica del Congresso degli Stati Uniti, timoroso di perdere la sovranità sulla politica commerciale, sicché si deve prorogare l’accordo-ponte – il GATT, General Agreement on Tariffs and Trade[11] – raggiunto … Leggi tutto

“Ipermodernità”: la catrastrofe economica Occidentale – Introduzione

I sociologi, incuriositi Grande_guerra_nadrodalle trasformazioni sociali sempre più rapide e profonde che si trovano a studiare, hanno coniato prima il termine riassuntivo di postmodernità (applicato al periodo 1970-2000 ca.), poi quello di ipermodernità, che sottolinea l’aspetto di eccesso e si riferisce, sempre grosso modo, a quest’inizio di millennio. Occorre riconoscere che la loro indagine sui fenomeni è riuscita a produrre una buona descrizione e a individuare molti nessi causali corretti; sfortunatamente, è loro mancata una retta comprensione del ruolo centrale giocato dalla moneta e, spesso, una formazione di impronta keynesiana o, peggio, socialista, ha distorto la loro lettura dei processi economici, altrimenti (va detto) piuttosto precisa.

Questo non è e non vuol essere un saggio di sociologia: non ambisce affatto a spiegare il mondo intero. Si limita a spiegare, fin dal titolo, quel che l’ipermodernità significa in campo economico.

Naturalmente, la tesi che sostengo può sembrare troppo pessimista; ma temo che l’analisi storica la confermi, una volta assegnato il giusto peso ad alcuni dei fattori determinanti le trasformazioni che, giustamente, hanno destato tanto interesse in sociologia:

  • anzitutto, il meno noto in assoluto, il mutamento che ha investito il cardine dell’economia moderna (nonché post- e ipermoderna), la moneta;
  • la stagflazione e le sue conseguenze sulla struttura produttiva;
  • la parallela esplosione dell’investimento finanziario – più conveniente di quello produttivo (almeno in apparenza) – e quindi del debito, un debito che si assume destinato ad un rinnovo perpetuo, come dire a non essere onorato mai;
  • la «globalizzazione, ossia l’eliminazione delle barriere al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economia nazionali»[1] (), che, insieme con la libera circolazione dei capitali, formano gli aspetti realmente controversi di un più ampio “fenomeno” globalizzatorio;[2]
  • la configurazione del mercato del lavoro, appunto, come mercato al pari degli altri e, pertanto, del lavoro stesso come merce;
  • lo sviluppo della telematica, che fa saltare i consueti riferimenti spaziotemporali, consentendo di lavorare sullo
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