Il QE fallisce di nuovo — Ha intorbidito il mercato obbligazionario europeo, ma non ha stimolato i prestiti

La descrizione semplicistica del QE deriva da quello che si crede che sia un processo semplice. La banca centrale acquista titoli e così facendo si presume che incarni un’offerta “extra” per i prezzi delle obbligazioni; pertanto i tassi d’interesse scendono nonostante le emissioni. Anche negli Stati Uniti il QE ha avuto problemi con questo semplice rapporto. Piuttosto che farla sembrare una correlazione diretta, semplice e facile da vedere, il meglio che il FOMC ha potuto fare è stato uscirsene con una certa relazione statistica di “premi a termine”.

Nonostante il gergo, i premi a termine rappresentano la semplice scusa degli economisti per cercare di spiegare come mai i mercati non sempre sono “razionali”. Per illustrare questo punto, ad aprile Ben Bernanke ha scritto una serie di articoli sul perché i tassi d’interesse siano stati così confusi in relazione al suo genio monetario.

Ad esempio, negli Stati Uniti i rendimenti dei decennali sono scesi da circa il 3% alla fine del 2013, a circa il 2.5% durante l’estate del 2014, a circa l’1.9% di oggi. Il recente calo è stato inaspettato per molti osservatori, me compreso. Perché i tassi d’interesse a lungo termine sono così in bassi? E perché di recente sono diminuiti ulteriormente, nonostante i segnali di forza dell’economia degli Stati Uniti?

I premi a termine sembrano essere la risposta, a causa dei quali i mercati obbligazionari fanno il contrario di quello che la politica intende e richiede. Durante il periodo citato da Bernanke, il FOMC stava rallentando il QE e i rendimenti hanno continuato a scendere ben oltre il punto in cui è terminato il QE. Questo comportamento sfrenato non è dissimile, in espressione nominale, dal periodo del “conundrum” di Greenspan.

Bernanke di nuovo:

Il “conundrum” di Alan Greenspan del 2006, quando la FED alzò i tassi a breve termine, ma i tassi a lungo termine non seguirono l’esempio, pare che sia stato il risultato di un premio

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L’ABC della gestione della fiducia economica

MELBOURNE — Di recente la presidentessa della FED, Janet Yellen, non ha parlato molto. 

Ma all’improvviso ha messo l’accento sui prezzi degli asset, sostenendo che i tassi d’interesse sarebbero stati aumentati il più presto possibile.

Ha perfettamente senso se capite che prima significa tardi e tardi significa molto, molto più tardi. Sono anni che la FED ha intrapreso un percorso per aumentare i tassi d’interesse. Il fatto che si stia prendendo così tanto tempo, riflette l’estrema suscettibilità dell’economia nei confronti di un aumento dei tassi d’interesse.

Il piano della FED è quello di permettere ai mercati di prezzare gradualmente tale innalzamento in modo che quando infine agirà, il mercato terrà il passo.

Lo strumento principale dei banchieri centrali in questi giorni è la gestione della fiducia. Cioè, preparare il mercato ad eventuali cambiamenti nella politica. Quando le modifiche entreranno in vigore alla fine, si tratterà di una notizia vecchia. Fiducia conservata.

Un effetto collaterale di questa politica è un dollaro forte e prezzi delle materie prime deboli. Il petrolio e l’oro sono scesi all’aumentare del dollaro statunitense. Anche il dollaro australiano si è indebolito rispetto al dollaro, quindi in termini di dollari australiani i ribassi sono stati quasi impercettibili.

Inoltre le chiacchiere della FED sul tasso d’interesse hanno mantenuto un coperchio sui mercati azionari statunitensi. Hanno chiuso in pari quando è stata trovata una “soluzione” alla crisi greca. Maggiori informazioni sulla farsa greca in un attimo, con uno sguardo a come i negoziati sono andati avanti in un’atmosfera quasi-dittatoriale.

In primo luogo, continuiamo lungo il percorso della fiducia, perché la Cina è un gestore della fiducia particolarmente abile. L’avrete notato ieri con l’uscita dei numeri riguardanti la crescita economica del secondo trimestre.

Sorpresa delle sorprese, hanno riprotato una crescita del 7%! Nessuno si sognerebbe d’annunciare numeri al di sotto dell’obiettivo di crescita nel bel mezzo di un crollo del mercato azionario, soprattutto quando si classifica come reato capitale vendere le Leggi tutto

Il rimbalzo del PIL greco: una non-sorpresa

Oggi, i notiziari economici Ciprohanno riportato con stupore la notizia di una crescita del PIL greco pari allo 0,8%, nel secondo trimestre, rispetto al precedente (e dell’1,4% tendenziale); le previsioni indicavano un calo dello 0,5.

Tuttavia, un articolo di Ekathimerini ricorda, molto opportunamente, che i controlli sui movimenti di capitale sono entrati in vigore il 28 giugno – quindi il loro impatto si vedrà nelle statstiche del trimestre successivo, tuttora in corso – e che, fino alla loro introduzione, i greci si erano lanciati in una vera e propria corsa alla spesa in articoli di lusso e altri beni-rifugio.

Per la verità, forse parlare di “beni-rifugio” non è del tutto appropriato e una buona parte di questi acquisti era già in programma ma è stata anticipata; di sicuro, però, la prospettiva di un ritorno alla dracma, o di un taglio sui conti correnti in puro stile cipriota, ha posto i greci di fronte all’alternativa tra l’uovo oggi e… il nulla domani. Non mi stupirei, quindi, se si trovasse conferma di quanto ho sostenuto in un articolo precedente, cioè che lo scopo di ciascuno era svuotare il conto corrente, il cui saldo, improvvisamente non più percepito come sostituto monetario perfetto, era diventato la “moneta cattiva” della legge di Gresham. In effetti, è difficile pagare in contanti articoli di lusso e simili (in Italia, dati gli importi, sarebbe anche illegale; in Grecia non saprei); se i dati sulle entrate fiscali vedranno un incremento delle entrate di cassa non interamente spiegabile con questo sussulto del PIL, credo che potrà valere come conferma del fatto che i conti correnti sono stati usati per comprare… perfino la pace con il Fisco.

Il dato congiunturale è senz’altro una buona notizia per la Grecia: dopo anni di obiettivi macroeconomici mancati, un risultato migliore delle attese riduce il rischio di un nuovo giro di vite sul fronte fiscale, oltre a quelli appena introdotti. Ma non bisogna … Leggi tutto

Non solo debito: spesa pubblica e denaro facile alimentano la crisi greca

greekgraph2_0Il governo greco continua a negoziare con i creditori internazionali dopo il suo recente default per il mancato rimborso del prestito da €1.6 miliardi concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Di conseguenza la Grecia rischia di perdere l’accesso ad una quota di prestito da €1.8 miliardi e €10.0 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche.

I commentatori sono del parere che il fattore chiave dietro i guai in Grecia sia l’elevato debito pubblico, che come percentuale del PIL, si è attestato a oltre il 177% nel 2014, contro il 79.6% nel 1990.

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Ma non è il debito in quanto tale il problema attuale della crisi in Grecia. La maggior parte delle analisi economiche hanno ignorato le grandi spese governative ed i forti aumenti dell’offerta di moneta.

Dall’inizio del 2000 la tendenza di fondo della dinamica di crescita della spesa statale, è salita ad un tasso annuo che è arrivato al 45.5% nel marzo 2009. Da allora l’andamento della dinamica di crescita è calato.

Nel luglio 2004 il tasso di crescita annuale della misura monetaria AMS della Grecia era pari al 20%. Nell’agosto 2009 è arrivato al 18%, prima di scivolare a -13.8% nell’aprile di quest’anno.

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Le politiche fiscali e monetarie allentate sono state protagoniste della creazione di varie attività non produttive, capaci solo di sperperare ricchezza.

L’espansione monetaria indebolisce il processo di creazione di ricchezza

Un calo nella dinamica di crescita nelle spese del governo e nell’offerta di moneta è un bene per il processo di creazione di ricchezza.

In altre parole, un calo della dinamica di crescita delle spese del governo e dell’offerta di moneta (vedi grafici) ha arrestato la deviazione di ricchezza da attività generatrici di ricchezza ad attività che la sprecavano.

La crisi attuale è incentrata su attività non produttive che non possono più acquisire risorse da quelle generatrici di ricchezza a causa di un calo della spesa pubblica e del tasso di crescita dell’offerta di moneta.

Da … Leggi tutto

I recenti dati economici mostrano il lato positivo della deflazione

pennies2La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Bank of England ammoniscono ripetutamente di come la deflazione sia estremamente pericolosa per un’economia. Le banche centrali, la maggior parte degli economisti, ed i media, parlano della deflazione come uno dei più grandi disastri che possano colpire un’economia.

Data l’apparente importanza della questione – e il possibile danno collaterale delle politiche inflazionistiche – è incredibile quanto siano pochi coloro i quali si preoccupano di chiedersi la vera, fondamentale domanda: i dati storici dimostrano che la deflazione sia qualcosa di terribile? I numeri suggeriscono di no. In realtà, guardando alle recenti statistiche su PIL, inflazione ed occupazione, si potrebbe perfino dire che un po’ di deflazione sia ciò di cui molte economie avrebbero realmente bisogno. Esaminiamo alcuni esempi forniti dall’attualità.

Giappone

Il Giappone è l’unico paese occidentale ad aver sperimentato negli ultimi decenni una deflazione prolungata. Secondo l’opinione dei fobici della deflazione, quest’ultima sarebbe un disastro anche perché indurrebbe le famiglie a posticipare i loro acquisti, causando un calo dei consumi e un alto tasso di disoccupazione. Di conseguenza, il Giappone dovrebbe essere un paese caratterizzato da un’alta disoccupazione, tutto fuorché un’alta spesa per i consumi ed una qualità della vita molto più bassa di, diciamo, vent’anni fa. Il Giappone dovrebbe quindi anche essere assente da ogni confronto economico internazionale in termini di innovazione. Al contrario, il Giappone è presente nella top 5 di ogni ranking relativo ai paesi più innovativi al mondo, i consumi sono aumentati nonostante anni di diminuzione dei prezzi, il tasso di disoccupazione è più basso del 4% e le vie giapponesi sono colme di negozi pronti ad offrire ogni bene conosciuto dall’uomo.

Ovviamente, l’esperienza giapponese relativa alla deflazione potrebbe essere soltanto un’eccezione alla regola. Fortunatamente, abbiamo dei dati relativi anche ad altre economie.

Grecia

Nell’Eurozona, ci sono due paesi che recentemente sono caduti in deflazione: in Grecia, i prezzi sono in caduta sin dall’inizio del 2013; … Leggi tutto

Cattivi consigli per i Greci

Questa estate Roger Bootle ha vinto il premio Lord Wolfson (£250,000) per il miglior consiglio ad un paese che lascia l'Unione Monetaria Europea (si può supporre che questo consiglio sia rivolto alla Grecia). Una politica più statalista ed anti-liberale non poteva essere scelta (questo indica bene la mentalità della giuria). La sua posizione era in netto contrasto con quella del Dr. Philipp Bagus, il cui consiglio liberale, trasparente e di libero mercato è stato respinto a favore di quello di Mr. Bootle, che include la segretezza e la coercizione di stato come ricetta.

Campanellino, Kaputt

È la realtà di fondo di ogni nazione Occidentale. Tutte hanno debiti che non possono essere rimborsati. I politici della zona euro l'hanno scoperto presto perché ci sono 18 nazioni che hanno fatto promesse impossibili e banchieri idioti che hanno fatto prestiti a questi politici. Tutti si aspettano che i Tedeschi intervengano in loro aiuto.

Uno sguardo alla presuntà austerità greca

Dal 2009 la Grecia è nell’epicentro della crisi dell’euro e, dopo le elezioni parlamentari della settimana scorsa, sembra che il suo abbandono della moneta unica sia una questione di settimane. Tutti concordano sul fatto che la Grecia non si sia messa nei guai perché ha speso troppo poco, ma esattamente il contrario. Quando George Papandreou è diventato Primo Ministro nel mese di ottobre del 2009, scoprì che il suo predecessore conservatore aveva falsificato i bilanci e lo aveva lasciato con un deficit fiscale impressionante del 12,7% del PIL. Il socialista Papandreou è stato quindi costretto ad accantonare le sue promesse di maggiori sussidi e attuare un programma di austerità fiscale in cambio di salvataggi multi miliardari da parte dell’Unione Europea.

Due anni e mezzo dopo le cose sembrano sempre più tetre per la Grecia, con un’economia che continua a ridursi e con una disoccupazione in crescita. Oggi molte persone sostengono che, anche se la dissolutezza è stata la fonte dei problemi della Grecia, l’austerità sta oggi peggiorando le cose attraverso dei tagli alla spesa troppo veloci e repentini. Fareed Zakaria del Time ha spiegato le dinamiche nel suo programma sulla CNN:

Il problema è che poiché questi governi tagliano la spesa in economie molto depresse, questo causa un ulteriore rallentamento della crescita – ad esempio i dipendenti del governo che sono stati licenziati tenderanno ad acquistare meno beni e servizi – e tutto questo significa un calo delle entrate fiscali e quindi deficit ancora più grandi

Zakaria non è l’unico che descrive l’austerità come un gran numero di tagli alla spesa e alcuni esperti drammatizzano anche il termine aggiungendo aggettivi come “profondo”, “brutale”, “selvaggio o “autolesionista”. Guardiamo quanto sono stati brutali questi tagli alla spesa in Grecia:

La spesa è scesa approssimativamente al livello del 2007 in termini nominali, mentre in termini reali continua ad aumentare (guardo la spesa in termini reali perché è quello che Ryan Avent dell’Economist haLeggi tutto

Pensiero economico nella Grecia Antica

L’odissea intellettuale  che pone le basi della civiltà Occidentale inizia nella Grecia classica. Sfortunatamente, i pensatori Greci fallirono nel tentativo di cogliere i principi essenziali dell’ordine spontaneo di mercato e del processo dinamico cooperativo sociale che li circonda. Mentre dobbiamo riconoscere l’importanza dell’eredità Greca nel campo dell’epistemologia, della logica, dell’etica e anche nella concezione del diritto naturale, i Greci fallirono miseramente nel campo della scienza economica, non intravedendo la necessità dello sviluppo di una scienza, quella economica appunto, volta allo studio dei processi spontanei di cooperazione sociale che costituiscono il mercato.

Perfino peggiore fu il fatto che quando i primi intellettuali emersero, emerse altresì la simbiosi e la complicità tra gli studiosi e i legislatori. Dall’inizio, la grande maggioranza degli intellettuali abbracciò lo statalismo, sottovalutando sistematicamente, nonché criticando e denigrando, la società degli scambi e del commercio e i mestieri che nacquero intorno ad essa.

Sarebbe troppo chiedere, all’alba della conoscenza scientifica e filosofica, ai Greci una comprensione anche solo basilare dell’economia politica, una disciplina ancora fra le più giovani, che cerca di studiare una realtà astratta e complessa quale è l’ordine spontaneo del mercato. Comunque, è utile notare che i filosofi Greci, come gli intellettuali odierni, non sfuggirono alla presunzione scientista, per la quale essi stessi erano qualificati a imporre i loro punti di vista sui concittadini attraverso la coercizione governativa. La storia si ripete in continuazione, ed oggi, l’umanità, sembra ancora non aver fatto molti passi avanti in questo senso.

Il contesto storico – politico

Un parallelismo esiste non solo riguardo le simpatie stataliste degli intellettuali, ma anche sullo scontro tra due nozioni di governo e libertà individuale del tutto antitetiche. Infatti, durante la maggior parte del XX secolo, il mondo e la società erano generalmente divisi: da un lato, c’era la visione liberale classica, basata sul governo limitato, rispetto per la società civile, libertà individuale e responsabilità (rappresentati, almeno in termini relativi, dalla società Americana); dall’altro lato … Leggi tutto

Il futuro dell’Euro

I problemi della zona euro sono in ultima analisi gli investimenti improduttivi. In Grecia continua in questi giorni la lotta su chi finirà per pagare il conto di questi investimenti. Nel corso degli anni 2000 una politica monetaria espansiva ha abbassato artificialmente i tassi di interesse. Gli imprenditori hanno finanziato progetti di investimento che apparivano redditizi solo a causa di quei tassi così bassi ma non erano sostenuti da risparmi reali. Si sono quindi sviluppate bolle immobiliare e di beni di consumo nei paesi periferici.

Nel 2007 le bolle cominciarono a scoppiare. I prezzi delle case iniziarono a stagnare e addirittura a scendere. I proprietari di case ed i costruttori cominciarono ad andare in bancarotta per debiti. Poiché le banche avevano finanziato ed avevano investito in questi cattivi progetti subirono delle perdite. Dopo il crollo della banca d’investimento Lehman Brothers i prestiti interbancari crollarono ed i governi vennero loro in soccorso. Salvarono le banche e, di conseguenza, si fecero carico delle perdite del sistema bancario derivate dagli investimenti improduttivi.

Dato che le perdite dovute ai malinvestment sono state socializzate i debiti pubblici dei paesi della zona euro sono aumentati. Inoltre, le entrate fiscali sono crollate a causa della crisi. Allo stesso tempo, i governi hanno iniziato a sovvenzionare i settori industriali e ad attivare gli ammortizzatori sociali.

Inoltre, anche prima della crisi, i governi avevano accumulato investimenti improduttivi a causa della loro spesa sociale eccessiva. Due cause hanno incentivato la spesa sociale nella periferia. La prima causa è rappresentata dai bassi tassi di interesse. I bassi tassi d’interesse sono stati causati da una politica monetaria espansiva da parte della Banca Centrale Europea (BCE) e dalla stessa moneta unica. L’euro, infatti, è nato con un’implicita garanzia di salvataggio. I partecipanti al mercato si aspettavano che, se le cose fossero peggiorate, i governi più forti avrebbero salvato quelli più deboli, al fine di salvare il progetto politico dell’euro. I tassi d’interesse che … Leggi tutto