La disperata battaglia della FED contro la stagnazione: inizia una nuova era

Quando si parla del “Giorno dell’Indipendenza” la maggior parte degli americani pensa al quattro di luglio. Ciò non vale per la Federal Reserve. Alla FED il “Giorno dell’Indipendenza” è il quattro di marzo.

Probabilmente questo potrebbe essere l’ultimo “Giorno dell’Indipendenza” che la FED potrà festeggiare!

Perché il quattro di marzo? Il 4 marzo 1951 la Federal Reserve raggiunse un accordo con il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti in cui quest’ultimo, dopo nove anni, restituiva alla FED l’indipendenza nella gestione della politica monetaria.

Dall’aprile 1942, poco dopo che gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale, la FED accettò di porre un tetto ai tassi d’interesse sui titoli di stato per finanziare lo sforzo bellico americano. Il tetto fece sì che la FED cedesse il suo controllo riguardo la politica dei tassi d’interesse.

Il tetto significava anche che la FED cedeva il controllo del proprio bilancio, perché, potenzialmente, avrebbe dovuto acquistare quantità illimitate di debito del Tesoro. (Tali acquisti di asset avevano un potenziale inflazionistico, ma durante la seconda guerra mondiale l’inflazione venne gestita separatamente attraverso il controllo dei prezzi.)

Ora stiamo entrando in un nuovo periodo di dominazione da parte del Tesoro.

La FED dovrà di nuovo a cedere il controllo del suo bilancio e quello sui tassi d’interesse per salvare gli Stati Uniti dalla stagnazione secolare. La FED dovrà subordinare la sua indipendenza politica allo stimolo fiscale coordinato dalla Casa Bianca e dal Tesoro. Le implicazioni per la gente comune saranno enormi.

Se la storia è una guida, quello che successe il 4 marzo 1951 è rivelatorio.

Perché il Tesoro non ripristinò l’indipendenza della FED nel 1945, quando gli Stati Uniti e i suoi alleati vinsero la guerra?

Dopo la seconda guerra mondiale il Tesoro era riluttante a rinunciare al suo dominio sulla FED. Il presidente Truman percepiva fortemente che gli investitori in obbligazioni degli Stati Uniti, non avrebbero dovuto subire perdite di capitale se i tassi fossero … Leggi tutto

Le spese dello Stato per l’”innovazione”: il vero costo è maggiore di quel che pensi

tech3La professoressa Mariana Mazzucato dell’Università del Sussex sta conquistando le prime pagine dei giornali con il suo libro uscito nel 2013 The Entrepreneurial State, nel quale afferma che in ultima istanza lo Stato, e non il settore privato, guida l’innovazione tecnologica. In una serie di dettagliati studi analitici relativi a casi di tecnologie informatiche, compagnie farmaceutiche, biotech ed altri settori, ella sostiene che i laboratori governativi e gli enti pubblici sono i principali responsabili delle scoperte e degli sviluppi fondamentali e ad alto rischio che rendono queste tecniche possibili, con le imprese alla ricerca di profitto che entrano in campo solo in seguito, dopo che il lavoro difficile è stato fatto.

Questo è un dibattito che si protrae da molto tempo, abilmente presentato negli scritti della Mazzucato (ed in un popolare TED talk). Ricordate il commento fatto dal presidente Obama agli imprenditori durante la sua campagna presidenziale del 2012? “Non l’hai costruito tu.” “Qualcuno ha investito in strade e ponti. Se tu avessi avuto un’impresa – tu non l’avresti costruito. Qualcun altro l’ha reso possibile. Internet non si è inventato da solo. Le ricerche sovvenzionate dal governo hanno creato internet cosicché tutte le aziende potessero fare soldi grazie al suo uso.”

In ogni testo di base di economia si trova il punto di vista secondo cui gli attori del settore privato sono miopi, e che solo il governo si può permettere di (o desidera) fare investimenti con calma, lungimiranti, ad alto rischio nella ricerca e nello sviluppo necessari per il progresso tecnico. Persino economisti che generalmente sono in favore del libero mercato e di un governo limitato diranno che di sicuro il mercato è valido per produrre scarpe o camion o computer, ma il mercato non può fornire ricerca di base – è un “bene pubblico” che solo lo Stato può fornire. Il New York Times ha recentemente espresso la sua opinione:

Innovazioni fondamentali come l’energia nucleare, … Leggi tutto

La chimera della concorrenza spietata

dogs2Quando le persone vogliono aggiungere ancor più “vigore” al ritratto negativo con cui dipingono la sovranità individuale, per la quale si agisce senza coercizione – ovvero, nelle condizioni di competizione di mercato in un sistema capitalista – iniziano ad usare nomignoli. Una delle forme più efficaci consiste nel descrivere tale concorrenza come “cane-mangia-cane”. Quando si accetta questa rappresentazione, l’enorme quantità di evidenze in favore della coordinazione sociale volontaria può essere messa da parte sulla base del fatto che essa implica un processo vizioso e sgradevole, così dannoso per le persone da soverchiarne qualsiasi beneficio.

Sfortunatamente, l’immagine del “cane-mangia-cane” per caratterizzare la competizione di mercato è completamente fuorviante: non solo la rappresenta scorrettamente, attribuendole peculiarità che non si addicono ad accordi veramente liberi, ma queste ultime rappresentano caratteristiche essenziali dello stato, ovvero di quella che comunemente viene proposta come “soluzione” ai mali della competizione che rende gli uomini lupi gli uni verso gli altri. Inoltre, tale immagine inquadra il problema in un modo che preclude ai più la possibilità di riconoscere la fallacia dell’analogia.

Tanto per cominciare, “cane-mangia-cane” è uno strano modo di descrivere qualsiasi cosa. Non ho mai visto alcun cane mangiarne un altro, né conosco nessuno che abbia visto qualcosa di simile. Infatti, alcuni fanno derivare l’origine della locuzione da quella latina, canis canem not est,  o “cane non mangia cane” che dice l’opposto (ed ha più senso, dato che un animale può provare a proteggere il suo terreno di caccia contro altri predatori in competizione, ma non mangia tali competitori). È insensato usare come premessa centrale per la condanna del sistema di mercato, tacciato di essere spietato e crudele, un’analogia che si basa su qualcosa che in realtà non accade nel comportamento animale.

Lo scambio di mercato è puramente volontario

La caratterizzazione del sistema capitalistico secondo il detto cane-mangia-cane è diametralmente opposta alla realtà. La proprietà privata su cui si basa il capitalismo impone esclusivamente accordi volontari: … Leggi tutto

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola austriaca (parte terza)

La concorrenza in senoPeople protest against labour reforms imposed by the Spanish government in central Barcelona alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma zero. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente da quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a … Leggi tutto

Le fondamenta politiche della pace

liberalism_misesSi potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali … Leggi tutto

I confini dello Stato

liberalism_misesPer il liberale non v’è contrasto fra politica interna e politica estera, e il dubbio tanto spesso sollevato e discusso approfonditamente in relazione al fatto che le questioni estere abbiano precedenza su quelle interne – o viceversa – è, ai suoi occhi, ingannevole. Poiché il liberalismo, sin dal principio, è un concetto politico che abbraccia tutto il mondo, e le stesse idee che cerca di realizzare all’interno di un’area limitata sono valide anche per le più larghe sfere della politica mondiale. Se il liberale fa una distinzione fra la politica interna e quella estera è unicamente per fini di comodità e classificazione, per suddividere in macro-gruppi la vasta sfera dei problemi politici e non perché sia dell’opinione che per ognuno di essi valgano principi diversi.

L’obiettivo della politica interna del liberalismo è lo stesso di quello della sua politica estera: la pace. Mira alla stessa pacifica cooperazione fra le nazioni come all’interno di ciascuna di esse. Il punto di partenza del pensiero liberale è il riconoscimento del valore e dell’importanza della cooperazione umana, e le intere politiche e programmi del liberalismo sono progettati per servire lo scopo del mantenimento dell’attuale stato di mutua cooperazione fra i membri della razza umana, estendendolo ulteriormente. L’ideale ultimo immaginato dal liberalismo è la perfetta cooperazione dell’intero genere umano, in maniera pacifica e senza attriti. Il pensiero liberale volge lo sguardo sempre all’intera umanità, non soltanto a parti di essa. Non si ferma a gruppi circoscritti, non finisce ai confini del villaggio, della provincia, della nazione o del continente. Il suo pensiero è cosmopolita ed universale: racchiude tutti gli uomini e l’intero mondo. Il liberalismo è, in questo senso, umanesimo; ed il liberale, un cittadino del mondo, un cosmopolita.

 Oggi, in cui il mondo è dominato da idee illiberali, il cosmopolitismo è sospetto agli occhi delle masse. In Germania ci sono patrioti fanatici che non possono perdonare quei grandi poeti tedeschi, specialmente Goethe, i cui … Leggi tutto

Guerra: l’inizio della fine

Continuiamo con l’anticipazione dell’edizione italiana dell’opera Banking and the Business Cycle di C. A. Phillips, T. F. McManus e R. W. Nelson.

Proponiamo i capitoletti Post-War Price levels Abnormal (14) e Proximate Versus Ultimate Causes of the Great Depression (16) contenuti nel capitolo II Generating the Great Depression.

Qui trovi la prima anticipazione. E qui trovi la seconda.

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Acronimi
FRS = Federal Reserve System

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14. Livelli postbellici dei prezzi: abnormi

banking and the business cycle«Si dice che Lenin avesse dichiarato che il modo migliore per distruggere il sistema capitalistico fosse la distruzione della valuta». [1] Quanto vicino alla distruzione sia stato il sistema capitalistico negli Stati Uniti, in conseguenza della sfrenatezza inflazionistica della valuta durante e dopo la Guerra Mondiale attraverso la creazione di valuta in forma di depositi, è tuttora incerto. Infatti, «è un processo che vuole», usando il vivido linguaggio di Keynes, «che tutte le forze profonde della legge economica siano dalla parte [in direzione Libey] della distruzione, e tale processo opera in modo che neanche un uomo su un milione sia in grado di diagnosticarlo» [2]. I Paesi europei effettuarono un’esigua liquidazione del credito durante la deflazione del 1920–1921, e parecchi di essi continuarono a inflazionare le banconote, raggiungendo vette astronomiche. Nella drastica, ma breve, deflazione dei prezzi del 1920–1921, gli Stati Uniti non completarono la liquidazione del credito bancario inflazionato durante la guerra: né i prezzi né la struttura produttiva e finanziaria giunsero a completi rapporti di equilibrio. Come risultato la ripresa economica che seguì l’immediata depressione postbellica si basò su una precedente inflazione e su un livello dei prezzi che non poteva in nessun modo essere considerato normale.

 

Note

[1] John Maynard Keynes, Essays in Persuasion, Macmillan & Company, Londra 1931, p. 77.

[2] Ibidem, p. 78.

 

16. Cause prossime e cause definitive della Grande Depressione

Le origini della Grande Depressione sono, dunque, da individuare nella Grande Guerra e … Leggi tutto

L’equilibrio in assenza di Stato

6339La società di mercato in assenza di Stato — un’organizzazione pacifica basata su rapporti volontari tra gli individui, in cui lo Stato è assente — non è un’idea molto popolare. La stragrande maggioranza delle persone crede che questo tipo di formazione sociale non riuscirebbe a definire ed a far rispettare i diritti di proprietà, piombando nel caos, nella tirannia dei ricchi o in un ritorno allo Stato. Questa convinzione ha portato ad un rifiuto diffuso del paradigma di una società funzionante senza Stato.

Murray Rothbard è considerato da molti il campione della dottrina di una società in assenza di Stato. Tuttavia, anch’egli ammise che “non esiste alcuna garanzia assoluta che una società di mercato non possa cadere preda della criminalità organizzata.”[1]

Per quanto immaginare “garanzie assolute” per una qualsiasi organizzazione sociale sia, generalmente, inappropriato, sostengo altresì che vi siano buone ragioni per credere che esiti negativi come il caos, la tirannia dei ricchi, o financo la “criminalità organizzata” siano alquanto improbabili in assenza di uno Stato.

Per dimostrarlo, valuterò le forze economiche che governano lo sviluppo di ogni organizzazione umana e che la tengono unita. Vi mostrerò come le caratteristiche economiche di una società senza Stato promuovano la non-violenza e la cooperazione, disincentivando la coercizione, il furto e l’estorsione. Questo viaggio analitico ci porterà anche a capire come il collante che salda società e Stato, nella loro forma attuale, non è altro che la paura di un nemico immaginario. Coloro che si riveleranno essere capaci di superare tale timore possono gettare le basi di una società senza Stato.

Né caos, né tirannia

La tipica storia che si sente, allorquando viene messa in discussione la necessità dello Stato, ripropone il classico antagonismo di ogni individuo verso l’altro e la razzia delle rispettive risorse; inoltre, dal momento che non ci sarebbe lo Stato a “regolare” questa situazione, ne deriverebbe il caos. Tutti trarrebbero, presumibilmente, vantaggio dal derubarsi a vicenda. … Leggi tutto

L’origine dell’imposta sul reddito

«Le libertà conquistate1597 dai cittadini statunitensi nel 1776 furono perdute nella rivoluzione del 1913». Così si esprime Frank Chodorov [1]. Se la casa di un uomo era una volta il suo castello, l’imposta reddituale ha dato al governo la chiave di ogni porta e il diritto di cambiare la serratura.

Oggi i cittadini degli Stati Uniti non sono più i padroni e il governo non è più il servitore. Come è potuto succedere? La rivoluzione combattuta in nome dei diritti naturali inerenti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità aveva promesso l’ipostatizzazione dell’individuo. Invece, la tassazione federale corrompe gli stati e gli individui per servire gli interessi della volontà centralistica.

Come ha potuto radicarsi la schiavitù fiscale nella terra della libertà?

1812

La prima proposta per l’introduzione di una imposta reddituale negli Stati Uniti risale alla Guerra del 1812. Dopo due anni di guerra, il governo federale aveva accumulato 100 mln USD di debito, cifra incredibile per allora. Al fine di finanziare la guerra contro la Gran Bretagna, il governo raddoppiò le aliquote della sua fonte principale di entrata – le tasse sulle importazioni – paralizzando il commercio e provocando una riduzione nei proventi governativi rispetto a quando i saggi tributari erano inferiori. Al culmine della guerra, furono applicate accise su articoli e commodity; anche beni immobili, schiavi e terra furono tassati. Dopo la fine della guerra, nel 1816, queste tasse furono abolite e, a compensazione, fu istituita un’elevata tariffa protezionistica per redimere il debito bellico accumulato. Fortunatamente, la nozione di imposta reddituale fu debellata.

Lo spirito malevolo della tassa sul reddito riapparve però come provvedimento finalizzato a finanziare l’esercito dell’Unione contro l’azione secessionistica della Confederazione. La guerra costò, mediamente, 1.750.000 USD al giorno [2]. Per sostenere l’entità della spesa, il Congresso repubblicano prese in prestito in modo massivo, raddoppiò le tariffe protezionistiche (la Morrill Tariff provocò, inizialmente, la secessione del Profondo Sud), svendette terreni pubblici, implementò un … Leggi tutto

“Ipermodernità”: la catastrofe economica Occidentale – Da Bretton Woods ai giorni nostri

Bretton Woods: dopo il tramonto (1971-oggi)theo-keynes-hay-friedman

Il 15 Agosto 1971, di fronte al drastico calo delle riserve auree[1] e alla necessità di finanziare la guerra del Vietnam, Richard Nixon sospende la convertibilità del biglietto verde. Dapprima si pensa ad un suo ripristino [2], ma «L’unico strumento di risposta flessibile [ad una crisi già incipiente] stava nella politica monetaria, nella capacità di stampare moneta a qualsiasi velocità sembrasse necessaria per garantire la stabilità dell’economia» [3]. La crisi petrolifera infligge il colpo di grazia al gold exchange standard: gli Articles of Agreement del FMI vengono modificati per vietare agli Stati membri di fissare una parità aurea [4]. Il mondo precipita nella stagflazione, perché la politica monetaria espansiva non riesce a risolvere problemi strutturali; le fuluttuazioni cambiarie mettono a repentaglio il commercio internazionale; e, mentre le grandi imprese, per sopravvivere, debbono concentrarsi sull’innovazione di processo, l’abbondanza di denaro creato ex nihilo e i tassi di interesse ribassati (ossia, la politica monetaria espansiva) incentivano il ricorso al debito e lo sviluppo del settore finanziario [5]. Non da ultimo, si proclama la morte di Keynes: Milton Friedman e la Scuola di Chicago lanciano la nuova ortodossia, il neo-monetarismo o neo-liberismo, che esalta proprio il ruolo della politica monetaria nel governo dell’economia,  propugnando, invece, lo smantellamento del regime fordista-keynesiano, i cui «rapporti di forza» sono avvertiti come “rigidità” che inibiscono la piena efficacia della politica espansiva.

Così, nel corso degli anni Settanta e Ottanta [6], sorge un nuovo assetto, detto di “accumulazione flessibile” e «caratterizzat[o] da un confronto diretto con le rigidità del fordismo. Poggia su una certa flessibilità nei confronti dei processi produttivi, dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei modelli di consumo. E’ caratterizzat[o] dall’emergere di settori di produzione completamente nuovi, nuovi modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, soprattutto, tassi molto più elevati di innovazione commerciale, tecnologica e organizzativa. Leggi tutto