“E chi costruirà le strade?”

Pensiamoci un momento. Milioni di individui, associati tra loro, non sarebbero in grado di preparare un piano per fissare lastre di pavimentazione al fine di collegare il punto a con il punto b. No, gli individui che agiscono come imprenditori non sono in grado di scambiare tra loro per soddisfare gli interessi dei consumatori. Il processo di creazione di una strada richiede, al contrario, un monopolio territoriale che preleva coercitivamente i soldi dal pubblico. Questo monopolio deve quindi scegliere quali imprese di costruzione costruiranno le strade, la quantità di strade e la loro posizione. Chiaramente, e qui faccio del sarcasmo, lastre di pavimentazione o sentieri di ghiaia non possono certo essere lasciati ai capricci di associazione di volontariato e di scambio. E’ necessario un sistema basato sulla violenza.

Tutto quello che vi piace lo dovete al capitalismo

Sono sicuro vi sia già capitata questa esperienza o qualcosa di simile. Siete seduti a pranzo in un buon ristorante, magari un albergo. I camerieri vanno e vengono. Il cibo è fantastico. La conversazione procede bene su tutti gli argomenti. Parlate del tempo, di musica, cinema, salute, cose futili sui giornali, bambini e così via. Ma poi la conversazione si sposta sull'economia e le cose cambiano.

La visione Hayekiana liberale è coerente?

Ho letto “Ricostruendo la Repubblica Commerciale” di Stephen Elkin (Reconstructing the Commerical Republic , Chicago 2006) e ho trovato questo libro veramente interessante, nonostante il mio finale disaccordo con le critiche del progetto di liberalismo classico. Lo raccomando a tutti coloro si considerano vicini al filone dell'economia politica tradizionale di von Hayek e Buchanan. Un argomento importante nel libro riguarda ciò che si può indicare con il termine mantenimento costituzionale. Elkin intuisce che, a meno di incentivi specifici e potenti costruiti in un sistema di vincoli, il mantenimento costituzionale è destinato a decadere. Elkin usa questo argomento per criticare il progetto di von Hayek in La costituzione della libertà e anche in Legge, Legislazione e Libertà. I suoi argomenti critici verso von Hayek, egli sostiene, possono essere ugualmente diretti alle idee di Richard Epstein, James Buchanan e Milton Friedman.

L’intervento pubblico non è la via d’uscita dalla crisi!

Prima dell’avvento del Keynesismo, quasi tutte le recessioni duravano poco dal momento che i produttori era lasciati liberi di ricombinare le tessere del puzzle in combinazioni migliori. È proprio la mancanza di fiducia nel mercato, assieme alla mal riposta fiducia nel processo politico, prodotti dalla dottrina keynesiana ad averci portato a pensare che uno stimolo pubblico sia necessario ed efficiente per farci uscire dalla crisi. Hayek e gli Austriaci, invece, ci hanno dato buone ragioni per pensare altrimenti.

Le depressioni economiche: le loro cause e come curarle

L’idea che l’aumento della spesa pubblica o il denaro facile siano “buoni per gli affari” e che i tagli di bilancio o la valuta forte siano “cattivi” permea anche i giornali e le riviste più conservatrici. Queste riviste danno anche per scontato che il sacro compito del governo federale sia quello di guidare l’economia sulla stretta strada tra gli abissi della depressione da un lato e l’inflazione dall’altro, poiché l’economia di mercato è ritenuta sempre suscettibile a soccombere ad uno di questi mali.

Il volto dell’eco-fascismo genocida

Non sto esagerando. Questo è lo scrittore finlandese Pentti Linkola – un uomo che propone la riduzione della popolazione mondiale intorno ai 500 milioni e l’abbandono della moderna tecnologia e dell’obiettivo della crescita economica – parole sue.

Paragona la terra a una scialuppa di salvataggio strapiena:

Cosa fare quando una nave che trasporta un centinaio di passeggeri si ribalta improvvisamente e c’è solo una scialuppa di salvataggio? Quando questa è piena, quelli che odiano la vita provano a sovraccaricarla con troppe persone, affondandola. Quelli che l’amano prenderanno la scure della nave e taglieranno le mani di troppo che si aggrappano ai lati della stessa".

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Trascurando la realtà

Se stai seguendo o hai seguito alcuni dei tradizionali corsi di economia, è molto probabile che ti ponga domande come la seguente: se un modello economico non rispecchia il mondo reale, perché dovrei fidarmi dei suoi risultati? Una delle risposte che spesso ottengo quando pongo quella domanda è simile a questa: il modello non è come il mondo reale, perché non è supposto che sia come il mondo reale. Se lo fosse, allora non sarebbe un modello! Ricevere una risposta ti può far sentire intellettualmente inferiore o incapace di formulare un pensiero astratto. Si può avere l’impressione che ci sia qualcosa di ovvio che non riusciamo a cogliere. A volte la risposta va un più in là: i modelli sono rappresentazioni semplificate della realtà, che noi utilizziamo per meglio comprenderla. Questa risposta è un po’ più raffinata, ma non ci dice ancora come abbiamo determinato che alcuni aspetti della realtà non fossero abbastanza importanti da esser inclusi nel modello. Costruire un modello in questo modo implica anche che abbiamo già compreso gli elementi della realtà e il modo in cui sono correlati.

Se nessuna di queste risposte vi ha fatto sentire completamente a vostro agio con la teoria economica attualmente predominante, l’approccio di Léon Walras,  potreste voler esaminare le opere di alcuni degli economistiaustriaci. LudwigvonMises, FriedrichHayek e MurrayRothbard sono stati i protagonisti di questa scuola di pensiero nel XX secolo. Studiosi come Mises, Hayek e Rothbard hanno dimostrato che ci sono, con ogni probabilità, descrizioni più solide dei mercati rispetto a quelle contenute esclusivamente nei modelli matematici di equilibrio generale.

Principi base di Economia Austriaca

L’approccio Walrasiano e quello Austriaco giungono spesso a conclusioni simili quando si tratta di opportunità di mercato, ma arrivano a queste conclusioni seguendo percorsi molto diversi. Il vantaggio dell’approccio austriaco consiste proprio nel percorso necessario per arrivare a queste conclusioni – mantenendo diversi principi fondamentali con cui la … Leggi tutto

Serve più inflazione?

Paul Krugman, nel suo recente editoriale del New York Times “Non c’è abbastanza inflazione” (5 Aprile 2012), sostiene che per aumentare l’occupazione serve più inflazione. Il doppio mandato della Federal Reserve, la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, è rilevante e importante. Dal momento che abbiamo “prezzi stabili (più o meno),” ma non siamo “affatto vicini alla piena occupazione,” la “FED non sta facendo troppo, ma troppo poco.”

Joseph Salerno, in un recente post su Circle Bastiat, ha incluso il Professor Krugman in un gruppo di economisti “d’elite”, tra cui Olivier Blanchard del FMI, i Professori della Ivy League Ken Rogoff e Greg Mankiw, ed il presidente della FED Bernanke, che credono, seguendo alla lettera la curva di Phillips, che “un’accelerazione del tasso di inflazione sia la panacea per l’economia, ancora in difficoltà, degli Stati Uniti.”

In un articolo successivo, “Disoccupazione e Inflazione” (8 Aprile 2012), Krugman scrive,

Spesso sento persone sostenere che l’esperienza degli anni ’70 abbia confutato l’esistenza della curva di Phillips. Non è vero. Quello che ha fatto è stato mostrare che la disoccupazione non era l’unico fattore determinante dell’inflazione corrente; anche l’inflazione attesa era cruciale.

Per Krugman, la curva di Phillips corretta per le aspettative, non fornisce, come recepiscono invece molti economisti, un avvertimento sull’inefficacia di lungo periodo delle politiche monetarie mirate ad aumentare l’occupazione, ma “implica solamente [..] che la curva si trasformi in “una spirale in senso orario” nel piano disoccupazione-inflazione.”

Fornisce il grafico seguente per illustrare queste spirali per i periodi disinflazionistici a metà degli anni ’70 e del 1980-1984 e l’apparente collasso delle spirali in una retta per l’attuale “depressione minore.” Attribuisce il collasso della curva alla rigidità dei salari nominali in un contesto di bassa inflazione. La sua conclusione, che può essere giusta, ma per le ragioni sbagliate, è che “la stabilità dei prezzi non è una guida adeguata per la politica monetaria”.

Per Krugman, la … Leggi tutto

Gli incroci della storia (parte prima)

Le teorie su morale, diritto, economia, politica, studiano fenomeni di natura diversa, sulla base di ipotesi specifiche; tutte, però, tendono a spiegare la complessità del reale, che è il risultato di molti ordini di motivazioni, ritenute concause dell’agire. Perciò, filosofi come Hume, Smith, J. S. Mill e Menger parlano di discipline morali e sociali. La contrapposizione marxiana tra lavoro e capitale, tra forze («sociali») e rapporti («privati») di produzione, e la contraddizione dialettica fra struttura economica («determinante in ultima istanza») e sovrastruttura ideologica, sono un modo semplicistico di spiegare la storia. Hanno avuto, però, un successo enorme; anche perché il loro semplicismo è stato piegato a ogni tipo di lettura.

Weber, collegandosi alla tradizione liberale, contesta la sequenza causale di Marx e sottolinea il ruolo delle idee, della cultura e dei valori morali come determinanti dell’agire. Negli stessi anni di Weber, Pareto giunge alla conclusione che, per comprendere la storia (e capire meglio l’economia) bisogna studiare la società: il Trattato di Sociologia Generale (1916) segue la pubblicazione delle sue opere economiche. Percorsi analoghi sono seguiti da Schumpeter e Hayek.

Negli anni 1942-44 vedono la luce opere fondamentali, che studiano l’intreccio di relazioni che formano l’oggetto delle scienze sociali.

  • Nel 1942 Schumpeter pubblica Capitalism, Socialism and Democracy[2].
  • Dal 1942 al 1944, su Economica, escono tre saggi di Hayek dal titolo “Scientism and the Study of Society”[3].
  • Nel 1943 Popper pubblica The Open Society and Its Enemies. I vol. The Spell of Plato[4].
  • Nel 1944 sono pubblicati due libri di Mises: Omnipotent Government. The Rise of the Total State and Total War; e Bureaucracy[5].
  • Sempre nel 1944, Hayek pubblica The Road to Serfdom[6].

Esistono serie ragioni per una lettura comparata di queste opere, nelle quali alcuni grandi protagonisti della diaspora austriaca si interrogano sulle radici del clima intellettuale e politico nel quale si sono sviluppati gli eventi bellici, e sul Leggi tutto