Perché robot e software non conquisteranno il mondo

REALITY CHECK

Robots@RestaurantsC’è un certo timore causato dall’idea che nei prossimi 30 anni l’automatizzazione produrrà disoccupazione di massa: i computer faranno il lavoro di centinaia di milioni di lavoratori, lasciando senza impiego questi eserciti di licenziati.

Ci viene detto che il governo federale dovrà inserirli in qualche programma di welfare; in caso contrario, moriranno di fame; non saranno in grado di competere con i robot e i software.

Sono curioso: chi pagherà le tasse per questo? I robot?

No, no, no: bisogna tassare i ricchi.

Sono curioso: come faranno ad essere ricchi se non c’è nessuno che può permettersi di acquistare i loro prodotti?

LA BATTUTA DI REUTHER

Oltre 60 anni fa un mio amico mi parlò del seguente scambio.

     Walter Reuther era in visita presso lo stabilimento Ford di Cleveland.

   Un funzionario della compagnia indicò con orgoglio alcune nuove macchine a controllo automatico e chiese a Reuther: “Come si possono raccogliere quote sindacali da questi cosi?”

     Reuther rispose: “Come farete a far comprare loro le Ford?”

Reuther lo disse veramente.

Il mio amico era un democratico e un liberal. Suo padre era membro di un sindacato, lavorava alla catena di montaggio per la produzione di pneumatici.

In quel momento pensai che il commento di Reuther fosse abbastanza buono come risposta rapida, ma ritenevo non fosse applicabile alla situazione descritta nella storiella. Sono ancora convinto della mia posizione: niente impone ad un lavoratore di acquistare i prodotti di una particolare fabbrica. Ci sono artigiani altamente qualificati che sanno come lavorare diamanti raffinati, pur non potendoseli permettere.

IL VALORE DELLA VOSTRA PRODUZIONE

L’economia di libero mercato ci insegna che il valore del contributo di un lavoratore al processo di produzione complessivo sarà pagato in base a tale valore. Il motivo è chiaro: la concorrenza. I datori di lavoro non vogliono che un concorrente sia in grado di trarre profitto dalla produzione dei loro dipendenti, allettandoli con un salario un po’ più … Leggi tutto

La concentrazione della ricchezza

1 Il problema

Socialism An Economic and Sociological AnalysisLa tendenza alla concentrazione degli stabilimenti o delle imprese non è affatto equivalente ad una tendenza alla concentrazione della ricchezza. Nello stesso grado in cui le istituzioni e le imprese sono diventate sempre più grandi il capitalismo moderno ha sviluppato forme di impresa che permettono alle persone con piccole fortune di intraprendere grandi affari. La prova che non c’è tendenza a concentrare ricchezza sta nel numero di questi generi di impresa che sono nati e aumentano quotidianamente in importanza, mentre il singolo commerciante è quasi sparito dalla grande industria, dall’estrazione mineraria e dai trasporti. La storia delle forme di impresa, dal societas unius acti all’azienda azionaria moderna, è una grossa contraddizione della dottrina della concentrazione di capitale installata così arbitrariamente da Marx.

Se vogliamo dimostrare che i poveri stanno diventando sempre più numerosi e sempre più poveri ed i ricchi sempre meno numerosi e sempre più ricchi, è inutile osservare che in un remoto periodo dell’antichità, per noi elusivo quanto l’Età dell’Oro per Ovidio e Virgilio, le differenze di ricchezza erano minori di quanto lo siano oggi. Dobbiamo dimostrare che c’è una causa economica che conduce imperativamente alla concentrazione delle ricchezze. I marxisti non ci hanno neppure provato. La loro teoria che attribuisce all’era capitalista una speciale tendenza verso la concentrazione delle ricchezze, è pura invenzione. Il tentativo di dargli una certa specie di fondamento storico è disperato ed adduce proprio il contrario di quanto Marx asserisce ne venga dimostrato.

2 il fondamento delle ricchezze al di fuori dell’economia di mercato

Il desiderio di aumentare la ricchezza può essere soddisfatto con lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalista, o con la violenza e la petizione come in una società militarista, in cui il forte acquista con la forza, il debole facendo una petizione. Nella società feudale la proprietà dei forti resiste a soltanto a condizione che abbiano il potere di mantenerla; quella dei deboli … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

3. Ludwig Lachmann

stemma misesLachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – III parte

2.3 Il ruolo dell’imprenditore

stemma misesIl terzo punto di dissenso riguarda gli effetti che la teoria hayekiana della conoscenza ha sul ruolo dell’imprenditore. L’imprenditore di Kirzner[1] è un soggetto complessivamente passivo, che dipende dai “segnali” forniti dal sistema dei prezzi di mercato (tra cui profitti e perdite), e non assume rischi. Per Kirzner l’unica qualità dell’imprenditore è la “prontezza” (alertness), afferrare i segnali del mercato prima dei concorrenti, scoprire le opportunità ancora non percepite da altri[2]. L’azione umana come “finalizzata a uno scopo” (purposefulness), concetto che Kirzner considera ancora centrale, è ridefinita solo in termini di “prontezza” (mentre per Mises rappresenta la capacità di scegliere ed economizzare). L’uomo kirzneriano affronta solo il presente, non il futuro, dunque nel suo mondo non vi sono rischi o incertezza. Ma la prontezza è diversa dall’incertezza, e non elimina l’incertezza; una persona può essere pronta e cogliere un’opportunità, ma questo non garantisce che alla fine la sua azione produca un profitto. Esempio: un individuo si accorge che un medesimo bene è venduto a un prezzo in un luogo e ad un prezzo più alto in un altro luogo; allora acquista i beni nel primo luogo per venderli nel secondo (arbitraggio). Nel notare tale discrepanza di prezzo è stato pronto; ma nel periodo di tempo che passa dall’acquisto alla vendita potrebbero accadere degli eventi che non gli consentono di realizzare il profitto sperato, o addirittura che gli infliggono una perdita. Ad esempio, apre un nuovo negozio che vende il bene a un prezzo addirittura più basso del prezzo del primo luogo, oppure molte persone che abitano nel secondo luogo si trasferiscono in altre zone e così via. La prontezza non elimina l’incertezza. Con il criterio della prontezza si possono spiegare i profitti, ma non esiste un criterio per spiegare le perdite.

Nel mondo misesiano, invece, l’imprenditore è estremamente attivo. Per Mises, come si è visto nel paragrafo precedente, l’elemento … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – II parte

2.2 La conoscenza

stemma misesLa tematica appena esaminata sull’intenzionalità o inintenzionalità delle azioni umane è strettamente intrecciata al problema della conoscenza.

Per gli antirazionalisti gli esiti inintenzionali rappresentano anche per gli individui – e consentono loro – l’acquisizione della conoscenza che altrimenti manca.

Per gli hayekiani gli uomini sono caratterizzati da una pervasiva e sistematica ignoranza sui dati del mercato. (È questo anche l’argomento contro l’intervento statale e il socialismo: i pianificatori non possono conoscere alcunché). Tuttavia per questa ignoranza esiste una via d’uscita: anche se di fatto non conosce alcunché, l’Uomo Hayekiano può con sofferenza apprendere attraverso i processi del libero mercato, così come relativamente al diritto può utilizzare le norme frutto dell’“evoluzione”. Esiste un mondo di conoscenza disponibile, con le forze inconsce del mercato che offrono all’uomo tale conoscenza attraverso i prezzi di mercato e i segnali derivanti dai profitti e dalle perdite. È significativa l’espressione utilizzata da Hayek e Kirzner sul mercato come un “processo di scoperta”. Gli individui “scelgono” eventualmente il mercato solo nel senso che preferiscono mantenere qualcosa che già esiste, e che ci si accorge che funziona. Tale argomento è applicabile anche al diritto: poiché la ragione non ha alcun ruolo, o un ruolo molto piccolo, negli affari umani, gli uomini che gestiscono lo Stato non sanno abbastanza per poter stabilire ‘a tavolino’ norme giuridiche o costituzionali per l’intera società. Dunque è opportuno aderire alle regole frutto dell’evoluzione, che sono superiori a quelle costruttivisticamente realizzate, perché incorporano le conoscenze disperse, diffuse nella società. Poiché non conosciamo, non dobbiamo progettare niente a tavolino. La ragione non può fornire informazioni a priori sul valore utilitaristico di qualsiasi istituzione o insieme di istituzioni economiche e sociali.

Per i misesiani invece i soggetti del sistema economico conoscono molte cose dei propri mercati – non solo i prezzi, ma tutta la conoscenza qualitativa che deve essere incorporata nella produzione e nelle iniziative rischiose: il tipo di consumatori, il tipo di … Leggi tutto

Soggetti del sistema economico

stemma misesLe categorie economiche, relativamente alle loro funzioni, possono essere suddivise in: imprenditori, capitalisti/proprietari dei fattori produttivi, lavoratori. Esse sono categorie dell’azione umana. La classificazione è funzionale, non personale, nel senso che una stessa persona può svolgere, in fasi temporali successive o contemporaneamente, ognuna di queste funzioni. Ad esempio, una persona può essere lavoratore alle dipendenze e proprietario terriero.

Imprenditore è qualunque individuo che agisce in relazione ai cambiamenti che si verificano nei dati di mercato (le discrepanze fra i prezzi in periodi successivi), scommettendo sulle incerte condizioni future per migliorare il proprio benessere (profitto). In sostanza, l’imprenditore utilizza i risparmi (personali o presi in prestito) per acquisire input – assumere lavoratori, acquistare o affittare terra, macchinari, materie prime, energia elettrica, semilavorati – con cui vengono prodotti beni e servizi in funzione della vendita; di fatto l’attività dell’imprenditore consiste nell’organizzazione e gestione dell’impresa. L’impresa è l’unità, costituita da una combinazione di fattori produttivi, che produce beni o servizi per il mercato (compresi commercianti e artigiani).

L’attività dell’imprenditore è caratterizzata dal rischio. Il suo obiettivo è il profitto. Il profitto è la differenza positiva fra i ricavi e i costi[1]; la perdita la differenza negativa. Es.: un imprenditore acquista fattori produttivi per un valore di 100 once d’oro; egli spera di vendere dopo un anno il prodotto ottenuto con questi fattori a un prezzo di 110; se ci riesce ha ottenuto un tasso di rendimento annuo pari al 10% (10 once in termini assoluti); se il tasso di interesse è pari al 5%, il profitto è pari al 10 – 5 = 5% annuo, cioè 5 once. L’imprenditore più intuitivo ed abile a utilizzare la conoscenza[2] esistente e a indovinare le preferenze (la domanda) dei consumatori farà profitti, cioè conseguirà un prezzo del bene che è più alto del prezzo dei fattori produttivi impiegati; l’imprenditore non capace subirà perdite. Il profitto dipende dalla correttezza delle previsioni fatte dall’imprenditore su eventi futuri, … Leggi tutto

Inflazione | Lezione IV – Parte II

La musica inflazionisticaMisesPoster continuò esattamente fino al 20 novembre 1923. La massa aveva creduto che la moneta iniettata fosse vera moneta, ma scoprì che era avvenuto un cambiamento. Alla fine dell’inflazione tedesca, nell’autunno del 1923, le fabbriche pagavano il per diem agli operai ogni mattina. E l’operaio che andava in fabbrica con la moglie le consegnava la paga, milioni di marchi, immediatamente. La donna si recava immediatamente a fare compere, qualunque compera. Sapeva quello che la maggior parte della gente sapeva, cioè che di giorno in giorno il marco perdeva il 50% del suo potere d’acquisto. La moneta si scioglieva nelle tasche come cioccolato nel forno. Questa ultima fase dell’inflazione tedesca non durò a lungo. Dopo alcuni giorni l’incubo finì. Il marco non aveva più alcun valore e una nuova valuta dovette essere installata.

Lord Keynes, da cui è spuntato l’adagio “nel lungo periodo siamo tutti morti”, appartiene a una lunga lista di autori inflazionisti del secolo XX. Tutti questi autori contrastarono il sistema aureo. Quando Keynes attaccò il sistema aureo, lo definì «barbara reliquia». E la maggior parte delle persone ritiene sia ridicolo ipotizzare un ritorno al sistema aureo. Negli Stati Uniti, per esempio, un uomo è visto come sognatore se è dell’avviso che, prima o poi, gli Stati Uniti dovranno ripristinare il sistema aureo.

Eppure, il sistema aureo ha una qualità meravigliosa: la quantità di moneta in un regime aureo è indipendente da politiche governative e partiti politici. Questo è il vantaggio dell’installazione dell’oro come moneta. La moneta aurea costituisce una protezione dalle condotte dissipatrici del governo. In un sistema aureo, alla richiesta di spendere, il ministro del Tesoro replicherà domandando dove troverà il denaro. Egli vorrà sapere come troverà il denaro per effettuare la spesa richiesta.

In un sistema inflazionistico, non c’è niente di più facile per un politico che inviare l’ordine di fabbricazione monetaria alla stamperia governativa. In un sistema aureo, un governo sano è molto … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | V parte

La pubblicità

Gli imprenditori competonohayek l’uno con l’altro, nel senso del processo, cercando di offrire sul mercato opportunità migliori. Ma offrire opportunità migliori non significa solo prezzi più bassi, bensì significa anche offrire qualcosa che i consumatori cercano più intensamente.

Ciò significa che la teoria dell’economia positiva non può fornire alcuno strumento utile per distinguere tra i cosiddetti costi di vendita e i costi di produzione in quanto entrambi si riferiscono a costi che l’imprenditore deve sostenere, nel momento in cui tenta di offrire opportunità che i partecipanti al mercato considerano più allettanti rispetto a quelle disponibili. Il produttore deve non solo vendere il prodotto disponibile al consumatore ma deve anche allertare lo stesso della disponibilità del prodotto.

La differenziazione del prodotto non è più quindi una caratteristica di un mercato non perfettamente concorrenziale in stato di equilibrio, bensì è il tratto distintivo del dispiegarsi della concorrenza in un mercato in disequilibrio. Così come un prezzo può essere spinto in alto o in basso verso il suo livello di equilibrio, altrettanto la qualità del prodotto può essere spinta verso il “prodotto di equilibrio”: il prodotto non è un dato conosciuto a priori.

E’ la giusta identificazione dei fini e dei mezzi rilevanti (piuttosto che l’utilizzazione efficiente dei mezzi attraverso cui si raggiungono i fini) che fa “buona” la decisione circa la qualità del prodotto.

La pretesa incompatibilità tra gli sforzi di vendita (specialmente la pubblicità) e la concorrenza è stata accettata, per molti anni, quasi unanimemente. Due erano le circostanze che venivano generalmente addotte a sostegno di questa posizione. Da un lato, mettendosi all’interno del framework teorico della concorrenza perfetta, le condizioni caratterizzanti la stessa rendono inutile gli sforzi di vendita: anche in assenza di pubblicità il mercato di concorrenza assorbe, al prezzo di mercato, qualunque quantità le imprese vogliano vendere. Ciò significa che, se nel mercato reale si fa pubblicità, ciò deve essere attribuito alla presenza di … Leggi tutto

Mezzi: beni, servizi, fattori produttivi | III parte

Determinazione dei prezzi dei fattori produttivi

stemma misesConcetto di prodotto marginale: quantità addizionali di prodotto ottenute aumentando di una unità il fattore produttivo. Il prodotto marginale in valore è dato dal prodotto in termini fisici moltiplicato per il valore monetario.

L’imprenditore impiegherà un fattore produttivo (meglio: il servizio di un fattore) se il suo prezzo è inferiore al prodotto marginale in valore, in modo da conseguire un profitto. Es.: le quantità prodotte in un giorno da un lavoratore (o le quantità prodotte in un giorno da un acro di terra; o da un bene capitale come un macchinario) sono pari a 20 once d’oro, che è dunque il prodotto marginale in valore; allora l’imprenditore sarà disposto a pagare quella unità di fattore produttivo fino a 20 once. Supponiamo che la paghi 15 once. Conseguirà allora un profitto di 5 once. Ma altri imprenditori, vedendo che in quel settore vi sono opportunità di profitto, entreranno, e nel fare ciò incrementeranno la domanda del fattore, fino a che esso non raggiungerà il prezzo (del servizio, rent) di 20 once. Dunque ogni fattore guadagna il suo prodotto marginale in valore, che è anche il suo prezzo.

[In realtà l’analisi dovrebbe tenere conto del tempo, dunque l’esempio corretto dovrebbe essere: il prodotto marginale in valore è scontato al tasso di interesse corrente, che rispecchia il tasso di preferenza temporale della collettività. Dunque il fattore produttivo in questione produce da qui a un anno una quantità in valore che sarà venduta a 20 once. Il valore presente di questo bene futuro è uguale al prodotto marginale in valore scontato al tasso di interesse. Se il tasso di interesse è del 5%, il p.m.v. sarà pari a 19 once (che si chiamerà prodotto marginale in valore scontato, p.m.v.s., o valore attuale del prodotto marginale, v.a.p.m). Dunque l’imprenditore vorrà acquistare il fattore ad un prezzo £ 19 once. È giusto che il lavoratore conceda all’imprenditore l’interesse, … Leggi tutto

Gli argomenti morali a favore della libera impresa

Abbiamo fallito nel proporre un’adeguata difesa della libera impresa, che fosse fondata su argomentazioni di carattere etico e morale. Abbiamo vinto sul piano materiale. Ma quando si tratta di opporre ragioni di ordine morale, abbiamo lasciato vincere a tavolino i nostri detrattori.