Le conseguenze del Brexit

È così la Gran Bretagna ha deciso: fuori. Inutile dire che il panico s’è diffuso tra tutti quei cori che continuano a tessere le lodi di un’unione coatta dei popoli. Ignorano cosa sia la libera associazione. Ignorano cosa siano le libertà individuali. Sono apologeti di un ordine sociale top-down. Blaterano di libertà, in realtà ciò che intendono è esattamente l’opposto. Sono i figli deformi di quel progetto che Jean Monnet e Raymond Fosdick idearono a tavolino all’inizio del XX secolo. L’Europa altro non è che un esperimento della pianificazione centrale in cui, attraverso il cavallo di troia del libero commercio e della libera circolazione dei beni, i pianificatori centrali hanno cercato d’ingabbiare le decisioni individuali degli attori di mercato.

Il libero commercio è, ovviamente, una manna per la società nel suo complesso, però il solo obiettivo degli eurocrati era quello d’implementare un commercio gestito centralmente. Ovvero, secondo le loro regole arbitrarie e non secondo le regole del mercato: un acquisto, un voto. Il nuovo ordine mondiale è essenzialmente questo: commercio gestito a tavolino da una manica di burocrati non eletti da nessuno. Non esistono benefici sociali diffusi in questo modo di organizzare la società, e il Brexit altro non è che la relativa conseguenza empirica. Ciò che abbiamo visto attraverso il referendum inglese è la materializzazione della perdita della fiducia degli individui nei grandi schemi della pianificazione centrale.

Ovviamente non è sufficiente a creare un sovvertimento di massa di tale ordine, ma quando la prossima recessione colpirà e metterà alla berlina l’incapacità delle banche centrali di farvi fronte, allora gli euroscettici smetteranno di essere tali e si trasformeranno in veri credenti di un’uscita dall’UE e dall’euro. Questo è un processo già in incubazione. Soprattutto, è un processo inarrestabile poiché l’accentramento e il globalismo cederanno il passo al decentramento e alla sovranità nazionale. Tutte le sovranità che il NWO ha lentamente eroso nel corso di questi anni, saranno legittimamente … Leggi tutto

La bolla dei prestiti per automobili è pronta a scoppiare?

Martedì scorso abbiamo appreso che nel 2015 sono stati venduti oltre diciassette milioni di veicoli, un record nella storia degli Stati Uniti.

Mentre i media mainstream sostengono che questo record sia stato raggiunto grazie ad un miglioramento dell’economia degli Stati Uniti, ancora una volta non sono riusciti a capire una questione fondamentale: l’espansione del credito.

Quando i tassi d’interesse sono mantenuti artificialmente bassi, gli individui sono indotti in errore e spendono più di quanto nelle loro reali possibilità. Col senno di poi, scoprono che i loro errori di giudizio hanno sconvolto il loro benessere finanziario.

Questa è una lezione che il paese avrebbe dovuto imparare sin dalla crisi dei mutui subprime nel 2008. L’eccessiva creazione di credito ha portato troppi individui a comprare case, costruire case e investire nel settore immobiliare. Questo aumento artificiale della domanda ha portato ad un’impennata temporanea dei prezzi, con conseguenti pignoramenti di oltre quattro milioni di case e la scomparsa di oltre nove milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti.

Invece di imparare dagli errori del passato, la Federal Reserve ha incrementato le sue politiche espansionistiche. Dal 2009 l’offerta di moneta è aumentata di quattro mila miliardi, mentre il tasso dei fondi federali è rimasto pari o vicino allo zero per cento. Di conseguenza la bolla immobiliare è stata sostituita con diverse altre bolle, compresa quella nell’industria automobilistica.

Sin dal 2009 le case automobilistiche hanno approfittato degli oneri finanziari a buon mercato per aumentare la produzione dei veicoli di oltre il 100 per cento:

 

 

Al fine di maggiorare gli acquisti di veicoli, sin dalla recessione del 2008 queste aziende hanno incentivato i consumatori con offerte difficili da rifiutare, come ad esempio i famigerati “liar loan” e i “no-money down loan”. Solo lo scorso anno le concessionarie hanno aumentato del 14 per cento la spesa per gli incentivi sulle vendite, e ora gli avvisi nei loro esercizi proclamano orgogliosamente … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – II parte

2.2 La conoscenza

stemma misesLa tematica appena esaminata sull’intenzionalità o inintenzionalità delle azioni umane è strettamente intrecciata al problema della conoscenza.

Per gli antirazionalisti gli esiti inintenzionali rappresentano anche per gli individui – e consentono loro – l’acquisizione della conoscenza che altrimenti manca.

Per gli hayekiani gli uomini sono caratterizzati da una pervasiva e sistematica ignoranza sui dati del mercato. (È questo anche l’argomento contro l’intervento statale e il socialismo: i pianificatori non possono conoscere alcunché). Tuttavia per questa ignoranza esiste una via d’uscita: anche se di fatto non conosce alcunché, l’Uomo Hayekiano può con sofferenza apprendere attraverso i processi del libero mercato, così come relativamente al diritto può utilizzare le norme frutto dell’“evoluzione”. Esiste un mondo di conoscenza disponibile, con le forze inconsce del mercato che offrono all’uomo tale conoscenza attraverso i prezzi di mercato e i segnali derivanti dai profitti e dalle perdite. È significativa l’espressione utilizzata da Hayek e Kirzner sul mercato come un “processo di scoperta”. Gli individui “scelgono” eventualmente il mercato solo nel senso che preferiscono mantenere qualcosa che già esiste, e che ci si accorge che funziona. Tale argomento è applicabile anche al diritto: poiché la ragione non ha alcun ruolo, o un ruolo molto piccolo, negli affari umani, gli uomini che gestiscono lo Stato non sanno abbastanza per poter stabilire ‘a tavolino’ norme giuridiche o costituzionali per l’intera società. Dunque è opportuno aderire alle regole frutto dell’evoluzione, che sono superiori a quelle costruttivisticamente realizzate, perché incorporano le conoscenze disperse, diffuse nella società. Poiché non conosciamo, non dobbiamo progettare niente a tavolino. La ragione non può fornire informazioni a priori sul valore utilitaristico di qualsiasi istituzione o insieme di istituzioni economiche e sociali.

Per i misesiani invece i soggetti del sistema economico conoscono molte cose dei propri mercati – non solo i prezzi, ma tutta la conoscenza qualitativa che deve essere incorporata nella produzione e nelle iniziative rischiose: il tipo di consumatori, il tipo di … Leggi tutto

Conoscenza, verità e menzogna

ethics libertyLa nostra teoria dei diritti di proprietà può essere usata per districare un’intrecciata matassa di problemi complessi che ruotano attorno a questioni di conoscenza, verità e menzogna, e la diffusione della conoscenza.

Per esempio, ha Smith il diritto (di nuovo, siamo interessati al suo diritto, non alla moralità o all’estetica del suo esercitare tale diritto) di stampare e diffondere l’affermazione secondo cui “Jones è un bugiardo” o “Jones è stato condannato per furto” o “Jones è un omosessuale”?

Ci sono tre possibilità logiche riguardo alla verità di un’affermazione simile:

1 – l’affermazione riguardo a Jones è vera;

2 – è falsa e Smith sa che è falsa; oppure

3 – più realisticamente, la veridicità o falsità dell’affermazione si trova in una zona vaga, non conoscibile con certezza né precisamente (per esempio, nei casi summenzionati, che uno sia o meno un “bugiardo” dipende da quante e quanto grave è lo schema di bugie che una persona ha detto e se per tali essa sia ascrivibile alla categoria dei “bugiardi” – un’area dove i giudizi individuali possono differire e, probabilmente, differiranno).

Supponiamo che l’affermazione di Smith sia definitivamente vera. Sembra chiaro che, allora, Smith abbia perfettamente il diritto di stampare e diffondere l’affermazione. Per certo rientra tra i suoi diritti farlo. Certamente è anche tra i diritti di Jones di cercare di confutare l’affermazione fatta su di lui. Le attuali leggi di diffamazione rendono l’azione di Smith illegale se fatta con intenzionale “malizia”, anche se l’informazione è vera. E, dunque, sicuramente la legalità o illegalità dovrebbero dipendere non sulla motivazione dell’attore, ma sulla natura obiettiva del fatto. Se un’azione è oggettivamente non invasiva, allora dovrebbe essere legale senza tener conto delle intenzioni benevole o maliziose dell’attore (sebbene l’ultima potrebbe benissimo essere rilevante per la moralità di tale azione). E ciò avviene nonostante le ovvie difficoltà che si incontrano in campo legale nel dover determinare le motivazioni soggettive di un individuo per una … Leggi tutto

Il ciclo naturale: III parte

III. Incertezza e aspettative

 

business_economic_cycleL’incertezza è uno degli elementi chiave del processo economico. A ben guardare, non possiamo neanche immaginare il sorgere di occasioni di profitto all’infuori di un contesto di incertezza e disequilibrio[14]. Infatti, senza incertezza, tutte le occasioni di profitto sarebbero già esaurite; in un contesto incerto, invece, l’imprenditore in grado di meglio esercitare previsioni, o colui che, per diverse ragioni, riesce meglio a realizzare le proprie aspettative, i propri piani, gode di un vantaggio creato proprio dal fatto di sapersi muovere meglio in un contesto incerto, di sapere ‘immaginare meglio’ il futuro.

Le caratteristiche principali della vera incertezza, non la sua fittizzia rappresentazione neoclassica, «sono l’inerente impossibilità di elencare tutti i possibili risultati derivanti da una serie di azioni e la completa endogeneità di essa»[15]. Se dunque l’incertezza è un elemento endogeno al sistema, una caratteristica intrinseca, esso non può che originare un sistema in continuo mutamento, in cui l’azione umana è guidata principalmente dalle aspettative: sono le aspettative, determinate dalle preferenze, che generano qualsiasi tipo di azione. Tale azione è intrinsecamente incerta, nel senso che nulla, a priori, garantisce che le aspettative siano realizzate.

In un sistema di tal fatta è chiaro che anche l’acquisizione di nuova informazione non può annullare l’incertezza. L’accumulazione di conoscenza, semplicemente, modifica l’incertezza[16]. Il contenuto informativo non è completo, è solo più ricco. Gli elementi per proseguire nell’azione sono mutati, ma non completi. I contorni dell’orizzonte, e quindi l’incertezza rispetto alla forma completa, sono differenti. È dunque chiaro che il ponte teorico tra le preferenze e l’azione è costituito dalle aspettative: i desideri sul futuro e gli scenari che ci si attende si verifichino determinano la nostra possibilità di azione. Come sottolineato da Lachmann (1979, p. 65), l’evoluzione del concetto di preferenze verso quello di aspettative può essere considerata come una delle maggiori innovazioni prodotte dal soggettivismo metodologico nel secolo scorso.

È chiaro che le aspettative non … Leggi tutto

“E’ Gratuito!” – III parte

Comportamento economico ed altre ricerche

Nella letteratura freesull’economia comportamentale abbiamo studi decennali sull’argomento, condotti da Dan Ariely e dai suoi colleghi (Editor’s Note: l’espressione “economia comportamentale” è scorretta, poiché tale settore appartiene, attualmente, alla branca della psicologia e non all’economia, come definita da Mises; tuttavia le sue scoperte restano interessanti).

Gli esperimenti vennero eseguiti su soggetti intelligenti (studenti del MIT, UC Berkeley , e Duke) cercando di comprendere il potere del concetto di “gratuito”. Lo studio coinvolse degli studenti intenti ad acquistare cibo alla caffetteria del MIT: il primo test riguardava un’offerta presente accanto al registratore di cassa: un Hershey’s Kiss per 1 cent ed un Lindt al tartufo a 14 cent: mostrò che il 30 per cento degli studenti comprava il Lindt a 14 cent, mentre l’ 8 per cento comprava l’Hershey’s kiss per 1 cent ed il 62 per cento, invece, non comprava nulla. Dopo un break di 30 minuti era attesa una nuova folla di studenti: i ricercatori fecero calare il prezzo dei dolci ad 1 cent ciascuno, quindi una riduzione uniforme di prezzo. Gli Hershy’s Kiss vennero offerti a 0 cent ed i Lindt a 13 cent. Questa volta il 31 per cento degli studenti prese un Hershey’s kiss a 0 cent, solo il 13 per cento comprò un Lindt a 13 cent ed il 56 per cento non acquistò nulla. L’attrazione verso gli Hershey’s kiss gratuiti spingeva gli studenti a comprare una quantità inferiore di Lindt e quindi a scegliere più Kisses.

L’autore conclude:

“…. Il prezzo zero ha un ruolo speciale nell’analisi costi benefici dei consumatori… non sorprende, quando il costo è zero, che molti studenti prendano dolciumi rispetto al caso di un prezzo positivo”.

Sembra vi sia una magia cognitiva sulle offerte “gratuite”. Come Mises e il concetto di costo opportunità ci ricordano, il “gratuito” non è realmente tale ed i costi vengono spesso scaricati sugli altri, che invece potrebbero non essere interessati … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | VI parte

Critica all’economia del benessere

La critica all’economia del benessereSocial_indifference_curves_small è quella mossa inizialmente da Hayek nella forma:

nell’impostazione consueta della teoria del benessere il problema da risolvere è quello di trovare il modo migliore di utilizzare le risorse disponibili, nell’ipotesi che noi possediamo tutte le informazioni rilevanti riguardo al sistema dato delle preferenze e ai vari mezzi disponibili”.

Il problema posto in questi termini, tuttavia, è prettamente logico o matematico; la soluzione è implicita negli assunti che lo identificano. Continua Hayek:

non è assolutamente questo il problema economico che la società deve affrontare […] i “dati” sui quali si basa il calcolo economico non sono mai, e mia potranno essere, “dati” per l’intera società a una singola mente che possa calcolarne le implicazioni […]. Il problema economico è quello di utilizzare la conoscenza che, nella sua totalità, non è mai data per nessuno”.

Per l’economia del benessere la funzione sociale del mercato è quella di uno strumento di calcolo che generi le giuste soluzioni per il sistema di equazioni che identificano la distribuzione ottima. Per Hayek, invece, la funzione sociale del mercato è quella di un meccanismo per comunicare informazione, di strumento sociale per mobilitare tutti i frammenti di conoscenza sparsi nell’economia. L’analisi ortodossa del benessere assume che il compito sociale, di importanza cruciale, di rendere disponibile a coloro i quali assumono le decisioni i frammenti sparsi di informazione è già stato portato a termine.

Nella consueta economia del benessere si utilizza la scatola di Edgeworth per mostrare che là dove le curve di indifferenza delle parti si intersecano, c’è spazio per uno scambio che sia vantaggioso per entrambi. Ovviamente, lo scambio può in effetti non aver luogo, nonostante la presenza delle condizioni per uno scambio reciprocamente vantaggioso, perché la conoscenza è imperfetta. Questa situazione crea un’opportunità che può essere sfruttata imprenditorialmente da un’azione che elimini la mancanza di coordinamento. È possibile valutare il successo … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | V parte

La pubblicità

Gli imprenditori competonohayek l’uno con l’altro, nel senso del processo, cercando di offrire sul mercato opportunità migliori. Ma offrire opportunità migliori non significa solo prezzi più bassi, bensì significa anche offrire qualcosa che i consumatori cercano più intensamente.

Ciò significa che la teoria dell’economia positiva non può fornire alcuno strumento utile per distinguere tra i cosiddetti costi di vendita e i costi di produzione in quanto entrambi si riferiscono a costi che l’imprenditore deve sostenere, nel momento in cui tenta di offrire opportunità che i partecipanti al mercato considerano più allettanti rispetto a quelle disponibili. Il produttore deve non solo vendere il prodotto disponibile al consumatore ma deve anche allertare lo stesso della disponibilità del prodotto.

La differenziazione del prodotto non è più quindi una caratteristica di un mercato non perfettamente concorrenziale in stato di equilibrio, bensì è il tratto distintivo del dispiegarsi della concorrenza in un mercato in disequilibrio. Così come un prezzo può essere spinto in alto o in basso verso il suo livello di equilibrio, altrettanto la qualità del prodotto può essere spinta verso il “prodotto di equilibrio”: il prodotto non è un dato conosciuto a priori.

E’ la giusta identificazione dei fini e dei mezzi rilevanti (piuttosto che l’utilizzazione efficiente dei mezzi attraverso cui si raggiungono i fini) che fa “buona” la decisione circa la qualità del prodotto.

La pretesa incompatibilità tra gli sforzi di vendita (specialmente la pubblicità) e la concorrenza è stata accettata, per molti anni, quasi unanimemente. Due erano le circostanze che venivano generalmente addotte a sostegno di questa posizione. Da un lato, mettendosi all’interno del framework teorico della concorrenza perfetta, le condizioni caratterizzanti la stessa rendono inutile gli sforzi di vendita: anche in assenza di pubblicità il mercato di concorrenza assorbe, al prezzo di mercato, qualunque quantità le imprese vogliano vendere. Ciò significa che, se nel mercato reale si fa pubblicità, ciò deve essere attribuito alla presenza di … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | IV parte

La teoria della concorrenza perfetta

La teoria della concorrenzaDom-off_Cmg perfetta analizza la determinazione dei prezzi e delle quantità nell’ambito di un certo numero di “forme di mercato” alternative.

La concorrenza perfetta è antitetica rispetto alla concorrenza reale in quanto, mentre in quest’ultima gli imprenditori cercano di “superarsi” migliorando continuamente il modo di produrre, vendere, commercializzare, nella prima è perfettamente inutile tentare di realizzare qualcosa in modo migliore, in quanto l’unica scelta possibile è quella di accettare il verdetto del mercato.

La differenza tra le accezioni di concorrenza come “stato” e concorrenza come “processo” risale a quella tra lo Smith interessato alla concorrenza come processo attivo e il Cournot interessato agli effetti della concorrenza.

Il modello della concorrenza perfetta viene, difatti, definito inizialmente da Cournot, nel suo lavoro del 1838, “Mathematical Principles of the theory of wealth”. La definizione che Cournot dà della concorrenza è quella di “una situazione in cui il prezzo non varia con la quantità, in cui la curva di domanda che si trova davanti l’impresa è orizzontale”. Da questa definizione risulta come Cournot fosse interessato all’effetto finale del processo concorrenziale, ossia il fatto che ogni impresa alla fine di questo processo non potesse esercitare la benché minima influenza sul prezzo del prodotto, essendo il numero di imprese produttrici dello stesso praticamente illimitato; ogni impresa è price-taker. Questa è la descrizione di una situazione, di uno stato appunto; non di un processo.

Il secondo aspetto centrale della concorrenza perfetta viene definito da Jevons nel 1871, nel suo “The theory of Political Economy”, come il possesso da parte di ogni attore del mercato di informazione perfetta. Ciò significa che ogni produttore conosce il prezzo minimo a cui è venduto il dato bene.

E’ di Frank H. Knight (“Risk, Uncertainty and Profit”, 1921) la definizione canonica delle condizioni necessarie alla concorrenza perfetta:

  1. numero infinito di venditori e compratori;
  2. mobilità totale delle risorse (affinché sia garantita l’equalizzazione del rendimento di ogni
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Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | III parte

Il nucleo teoricoFriedrich-August-von-Hayek di Hayek è ormai ben delineato, e di lì a un anno gli permetterà di pubblicare un saggio in cui, partendo dalle considerazioni fin qui sviluppate, è lo stesso modello di concorrenza perfetta, in tutte le sue ipotesi e le sue “necessità logiche”, ad essere implacabilmente sezionato e criticato.

Il lavoro di cui parliamo è “Il significato della concorrenza”, del 1946, in apertura del quale Hayek punta il dito contro la pratica, che si era venuta diffondendo tra gli economisti, di giudicare i risultati prodotti dalla concorrenza nel mondo reale con i risultati prodotti dalla costruzione genuinamente teorica della concorrenza perfetta.

Il grave difetto della teoria della concorrenza perfetta, ci viene spiegato, è che essa descrive uno stato di cose che si verrebbe a creare quando fossero rispettate certe ipotesi, e che tuttavia ha ben poco da spartire con la concorrenza reale. Il paradosso, così come formulato da Hayek, è che in presenza di “concorrenza perfetta” la concorrenza reale diverrebbe inutile. Scrive il Nostro:

“La teoria moderna della concorrenza si occupa in maniera quasi esclusiva di uno stato, detto di <equilibrio concorrenziale>, in cui si suppone che i dati dei diversi individui si siano già tutti pienamente aggiustati gli uni agli altri, mentre il problema che richiede una spiegazione è quello relativo alla natura del processo attraverso il quale si realizza questo aggiustamento reciproco dei dati” (Hayek, 1946/1948, 1).

La concorrenza è per sua natura un processo dinamico le cui caratteristiche essenziali vengono eliminate dalle ipotesi sottese all’analisi statica.

Vediamo quali sono le condizioni necessarie richieste dalla teoria dell’equilibrio concorrenziale per avere concorrenza perfetta:

  1. che una merce omogenea venga offerta e domandata da un grande numero di venditori e compratori relativamente piccoli, ossia che siano price-taker;
  2. che vi sia libertà di entrata nel mercato e che non siano presenti altri vincoli al movimento dei prezzi e delle risorse;
  3. che tutti coloro che operano nel mercato abbiano
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