Riflettore sull’economia keynesiana – I parte

  1. Sua Rilevanza
  2. Il Modello Spiegato
  3. Il Modello Criticato
  4. “L’Economia Matura”

Sua Rilevanza

deus_ex_machinaCinquanta anni fa, l’allora esuberante popolo americano poco sapeva e poco si curava dell’economia. Comprendeva, tuttavia, le virtù della libertà economica e questa comprensione era condivisa dagli economisti, che integravano il buonsenso con i più acuti strumenti di analisi.

Attualmente, l’economia sembra essere il primo problema dell’America e del mondo. I giornali sono pieni di discussioni complesse sul preventivo di spesa, su prezzi e stipendi, su prestiti stranieri e produzione. Gli economisti attuali aumentano notevolmente la confusione del pubblico. L’eminente professor X dice che il suo programma è l’unica cura per i mali economici del mondo; l’ugualmente eminente professor Y sostiene che questa è assurdità: così gira la giostra.

Tuttavia, una scuola di pensiero – il keynesismo – è riuscita a catturare la gran maggioranza degli economisti. L’economia keynesiana – che orgogliosamente si auto-proclama come “moderna,” anche se profondamente radicata nel pensiero medievale e mercantilista – si è offerto al mondo come la panacea per le nostre difficoltà economiche. I keynesiani sostengono, con suprema baldanza, di aver “scoperto” cosa determina il livello di occupazione in ogni dato momento. Assericono che la disoccupazione può venir curata prontamente con la spesa governativa di deficit e che l’inflazione può essere controllata per mezzo di eccedenze di imposta del governo.

Con grande arroganza intellettuale, i keynesiani spazzano via ogni opposizione bollandola come “reazionaria,” “antiquata,” ecc. Sono estremamente vanagloriosi per aver guadagnato la devozione di tutti i giovani economisti – un’affermazione che ha, purtroppo, molto di vero. Il pensiero keynesiano è fiorito nel New Deal, nelle dichiarazione del presidente Truman, nel suo Consiglio dei Consulenti Economici, con Henry Wallace, nei sindacati dei lavoratori, nella maggior parte della stampa, in tutti i governi stranieri e nei comitati delle Nazioni Unite e, con qualche sorpresa, fra gli “uomini d’affari illuminati” del genere Comitato per lo Sviluppo Economico.

Contro questo furioso assalto, molti cittadini di idee … Leggi tutto

Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

vault2Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che … Leggi tutto

L’Azione Umana: il paragrafo mancante

Publichiamo la parte mancante dal paragrafo 6, capitolo XXVII, dell’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana di Ludwig von Mises.
Punto centrale dell’esposizione consiste nel riconoscere la corruzione come fenomeno imprescindibile dal sistema statale: abituati infatti ad intenderla come evento isolato di funzionari deviati, e dunque concausa della deriva dell’impianto democratico, dimentichiamo spesso come essa invece abbracci una casistica assai più larga e sistematica di comportamenti arbitrari ed illegittimi, anche quando operati nel pieno rispetto della normativa vigente. In un regime interventista la corruzione è infatti implicita nell’esercizio della funzione, non nella decisione particolare del funzionario.

 

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La corruzione

 

Human ActionUn’analisi sull’interventismo sarebbe del tutto incompleta senza un riferimento al fenomeno della corruzione.

Difficilmente l’interferenza dello stato nei processi di mercato, come subita dal cittadino coinvolto, potrebbe essere etichettata come qualcosa di diverso da una sequenza di confische o elargizioni. E’ la norma che ciascun individuo, isolato o come elemento di una categoria, possa essere arricchito solo a spese di altri individui o categorie; in molti casi, tuttavia, il danno imposto a un gruppo non viene affatto bilanciato dal beneficio assegnato ad altri.

Non esiste alcuna via su cui si possa esercitare in modo legittimo e morale il tremendo potere che l’interventismo mette nelle mani di parlamenti e governi. Gli apologeti dell’interventismo si illudono di poter sostituire la discrezionalità illimitata di un legislatore sommamente saggio e disnteressato, con una corte di burocrati infaticabili e scrupolosi al seguito, a quelle che essi etichettano come conseguenze “socialmente deleterie” della proprietà e degli interessi privati. Ai loro occhi, l’uomo comune è un fanciullo indifeso in urgente bisogno di un guardiano paterno per proteggerlo dalle astuzie dei malintenzionati. In nome di una più “elevata e nobile” idea di giustizia, essi rigettano qualunque nozione storica di legge e legalità: tutto ciò che essi compiono è sempre giusto poiché va a danno di chi, egoisticamente, vuol trattenere per sè quanto agli occhi di … Leggi tutto

Le fondamenta politiche della pace

liberalism_misesSi potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali … Leggi tutto

Il socialismo distrugge la civiltà: I parte

huertaiasAlle pagine 33-35 del mio libro Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship*, esamino il processo mediante il quale la divisione della conoscenza imprenditoriale si approfondisce in senso “verticale” e si espande in senso “orizzontale“, consentendo (e richiedendo al tempo stesso) un aumento della popolazione, favorendo la prosperità e il benessere generale, e determinando il progresso della civiltà. Come ho avuto modo di esporre, questo processo fa leva:

 1. sulla specializzazione della creatività imprenditoriale in settori sempre più limitati e specifici, caratterizzati da un dettaglio sempre maggiore e da una più marcata profondità di analisi;

 2. sul riconoscimento dei diritti di proprietà privata dell’imprenditore creativo sui frutti della propria attività di creazione, in ciascuno di questi ambiti;

 3. sul libero e volontario scambio dei frutti della specializzazione di ogni agente economico; scambio che, per definizione, risulta essere sempre reciprocamente vantaggioso per tutti i partecipanti al processo di mercato; e

 4. sulla crescita costante della popolazione umana, che rende possibile “occupare” imprenditorialmente e coltivare un numero crescente di nuovi ambiti di conoscenza imprenditoriale creativa, recando valore nella vita di tutti.

Sulla scorta di questa analisi, tutto ciò (i) che garantisce la proprietà privata dei frutti generati da ogni individuo, in virtù del suo contributo al processo produttivo; (ii) che presidia il pacifico possesso di quanto ogni individuo inventa o scopre; (iii) e che facilita (o quantomeno non ostacola) gli scambi volontari (i quali, come detto, sono sempre apportatori di reciproci benefici, nel senso che implicano un miglioramento per ciascuna parte partecipante allo scambio) genera prosperità, aumenta la popolazione, nonché promuove lo sviluppo in termini quantitativi e qualitativi della civiltà.

Parimenti, qualsiasi attacco al possesso pacifico delle risorse e ai diritti di proprietà che ad esse afferiscono, come qualsiasi manipolazione coercitiva del libero processo di scambio volontario, ed, in breve, qualsiasi intervento dello Stato in un’economia di libero mercato, arreca invariabilmente degli effetti indesiderati, soffoca l’iniziativa individuale, corrompe la morale e le … Leggi tutto

Il devastante costo dei sussidi: ciò che si vede e ciò che non si vede

sussidiIl concetto di “distruzione creatrice” elaborato da Schumpeter descrive come, in un contesto di libero mercato, le industrie nuove e più efficienti tendano ad estromettere quelle più datate, generando crescita economica. La perversione di questo processo, per come operata dallo Stato, può essere invece definita “distruzione non creatrice”. Lo Stato sovvenziona palesemente alcune industrie e alcuni gruppi (compreso se stesso ed i propri dipendenti), mentre surrettiziamente annienta la ricchezza complessiva ed il benessere sociale, riducendo la crescita economica e la prosperità generale.

Gli atti di prestidigitazione e di inganno perpetrati dallo Stato consistono nel catalizzare l’attenzione sui sussidi generosamente elargiti con la sua mano destra, adombrando abilmente la ben più grande distruzione, operata a suon di tasse e regolamentazione, con la sua mano sinistra. Come ha rilevato Bastiat, economista francese del 19° secolo, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, si riscontrano due effetti ben precisi in ogni intervento dello Stato: effetti visibili ed effetti impercettibili. Esso mira a far sì che ci si concentri solo sull’attività economica intesa a riparare le “finestre”, non importa quanto reali o immaginarie, (i sussidi), evitando accuratamente di evocare tutte le finestre che lui stesso rompe, le case che demolisce, e la gente distratta dal costruirne di nuove e di migliori (la distruzione).

Lo Stato, ad esempio, propaganda incessantemente l’effetto di stimolo della spesa in tempo di guerra, in grado di sovvenzionare tutte quelle aziende che producono materiale bellico e di supportare tutti coloro che lavorano in quelle industrie. Ma le tasse con cui si sovvenziona tutto ciò sono estratte da una vasta fetta della popolazione, che sperimenta sulla propria pelle come la ricchezza possa essere drenata e distrutta.  Ma la distruzione non termina a questo punto. Con una minor ricchezza a disposizione, decrescono inevitabilmente anche le capacità delle persone di risparmiare e di investire in capitale umano e fisico. L’innovazione nelle industrie che producono burro viene … Leggi tutto

Welfare, salari minimi e disoccupazione

salari_minimiTra le diverse manifestazioni dell’interventismo governativo nelle nostre vite, il salario minimo è, forse, quella vista con maggior favore. Non solo alletta il nostro innato senso di “equità”, ma anche il nostro interesse personale. Il suo fascino può erroneamente portarci alla conclusione che “dato che è popolare”, ergo “è giusto”. I più astuti sostenitori del salario minimo tendono immediatamente a evidenziare l’ovvio, vale a dire che un salario minimo eccessivo ($1.000 all’ora) sarebbe inequivocabilmente dannoso. In seguito, cominciano velocemente ad allontanare tale paura asserendo che, dal punto di vista empirico, non ci sarebbe nessuna perdita di posti di lavoro nel caso in cui il salario minimo venisse lentamente alzato. Ciò è come dire che, sebbene il fuoco faccia bollire l’acqua, un piccolo fuoco non sia in grado di scaldarla. A supporto di tale affermazione viene citato frequentemente uno studio del 1994, ad opera di David Card ed Alan Krueger[1], il quale mostra una correlazione positiva fra l’incremento del salario minimo e l’occupazione nel New Jersey. Molti altri hanno scrupolosamente sfatato le conclusioni di tale studio, ed è significativo che persino gli autori abbiano ritrattato le proprie affermazioni[2].

I Giovani e la Disoccupazione all’Ingresso del Mercato del Lavoro

Il problema di questi “studi” che pretendono di dimostrare solo gli aspetti positivi e non quelli negativi di un innalzamento del salario minimo consiste nel fatto che è parecchio facile conteggiare coloro che avrebbero un aumento di paga. D’altro canto, ciò è che è molto più difficile, se non impossibile, è contare le persone che sarebbero state assunte, ma che non lo sono state. Allo stesso modo, le riduzioni nella retribuzione di tipo non-monetario non vengono mostrate in un’analisi prettamente monetaria.

Comunque, i dati economici di tipo empirico non sono del tutto inutili. Queste informazioni sono infatti più adatte a previsioni qualitative che quantitative (“chi viene colpito” rispetto a “quanto sono colpiti”). Ad esempio, l’economia elementare prevede che, in presenza di un salario … Leggi tutto

Forme di mercato. II Parte

Critiche alle politiche antimonopolistiche

stemma mises

Il timore del monopolista, che approfitterebbe della sua condizione per “sfruttare” i consumatori imponendo alti prezzi, è alla base delle legislazioni antimonopolistiche sviluppatesi da circa un secolo[1]. Esse sostanzialmente impongono: frazionamento delle imprese, divieto di fusioni e incorporazioni, divieto di accordi fra imprese[2], divieto di abuso di posizione dominante[3], divieto di concorrenza sleale (tra cui il divieto di vendita sottocosto e il dumping, v. infra), vincoli sul prezzo, divieto di vendita abbinata[4], controlli sui messaggi pubblicitari.

Innanzi tutto, come detto, nella pratica una situazione di monopolio in senso stretto (un solo offerente) in un regime di libero mercato non si determina mai. Il monopolio di questo tipo si è sempre verificato solo quando lo ha imposto lo Stato. In genere l’esistenza di profitti di monopolio incoraggia altre imprese a entrare nel settore, erodendo il potere di mercato dell’ex monopolista.

In ogni caso, se anche si determinasse (in genere provvisoriamente) una situazione con un unico produttore, vuol dire che il mercato ha trovato, provvisoriamente, l’assetto più efficiente; ad esempio perché in quel settore la concentrazione è necessaria – es. alti costi fissi – o perché i concorrenti sono meno capaci.[5] Non bisogna concentrarsi sul singolo fotogramma (un dato momento nel tempo), ma sulla pellicola nella sua interezza. Ogni intervento riduce l’efficienza perché modifica coercitivamente le dimensioni delle imprese in quel settore. È impossibile determinare a priori, a tavolino, il numero ottimo di imprese in un settore.

Per quanto riguarda poi il timore dello “sfruttamento” dei consumatori, sul piano dell’evidenza empirica D.T. Armentano[6] ha dimostrato che le grandi imprese americane (Standard Oil, Ford, U.S. Steel) praticano la politica opposta, cioè riducono i prezzi per cercare di espandere rapidamente le vendite.

Circa le leggi antitrust, esse sono inevitabilmente vaghe: fanno ricorso a criteri quali la “dimensione dell’impresa”, o il prezzo “troppo alto”, o la “riduzione sostanziale della concorrenza”, o le “barriere all’entrata”, in quanto non è possibile … Leggi tutto

Separazione tra Stato e Sport

sport“Detesto qualsiasi sport allo stesso modo in cui coloro che amano lo sport detestano il buonsenso” – H.L. Mencken

 

Non abbiamo bisogno di odiare lo sport come Mencken per comprendere il suo punto di vista.

È pur vero, però, che nelle competizioni sportive internazionali il buonsenso viene normalmente ignorato.

Consideriamo la Coppa del Mondo.

La scarsità di risorse impiegate per realizzare questo evento richiede talvolta l’intervento dello Stato.

Nel 2006, per esempio, il governo ghanese offrì a ciascun componente della sua nazionale di calcio 20.000 dollari per ogni vittoria. Questo premio venne finanziato da tasse estorte coercitivamente. In Germania, vari enti governativi (statali, comunali e federali) stanziarono oltre 600 milioni di dollari per finanziare la costruzione e la manutenzione dello stadio per l’evento. [1]

Considerando il livello di entusiasmo, e talvolta di isteria, che contraddistingue i Campionati del Mondo, non è forse realistico auspicare che lo svolgimento di queste competizioni sia concretizzabile anche su basi puramente volontarie? [2]

Altri mirabili esempi di sciovinismo sono offerti dal “superuomo” nazista delle Olimpiadi di Berlino 1936, o dal sequestro degli atleti israeliani ai Giochi olimpici di Monaco 1972. Oltretutto, la realizzazione di impianti sportivi, costituisce un’”iniezione di fiducia” importante per instillare ideali nazionalisti, che hanno l’effetto di favorire l’intervento statale (attraverso tasse, sussidi, zonizzazioni e dominio sul territorio) [3].

Ma senza arrivare agli stadi, basta guardare ai centri ricreativi presenti nelle nostre città, finanziati ed amministrati dal governo. Essi sponsorizzano baseball, softball, calcio e numerose altre discipline sportive per bambini. I loro parchi sono di proprietà del Comune e vengono gestiti e pagati con i soldi delle nostre tasse – il modo migliore, probabilmente, per inculcare fin da subito nei bambini l’idea che lo Stato sia il loro “benefattore” [4].

Ogni scusa è buona per continuare a gestire queste strutture a spese dei contribuenti: la “tradizione”, il “senso civico”, la “redditività economica”, etc. Ognuna di queste motivazioni vacilla in sé stessa, mentre … Leggi tutto

Come la matematica può rendere le persone irragionevoli

GrouchoEconProfTalvolta, la matematica è in grado mettere a tacere persino una persona sveglia e capace. Permettetemi di chiarire questo concetto: non intendo dire che sia intellettualmente limitata perché non riesce a familiarizzare con questa disciplina; dopotutto, la matematica è una materia fortemente astratta e impegnativa, può richiedere molti anni (anche decenni) di studio e, d’altro canto, esistono molte persone intelligenti poco propense a comprenderla e con scarse attitudini ad utilizzarla. Ciò che intendo, in realtà, è altro: molto spesso, la matematica viene usata per raggirarle allo scopo di far accettare argomentazioni decisamente sciocche – e, spesso, rasentano livelli di ottusità tali che se tentaste di rappresentarle sprovviste dei loro drappeggi e orpelli matematici, vi rendereste immediatamente ridicoli agli occhi di tutti coloro che, al liceo, furono rimandati in algebra di base.

La pericolosità delle trattazioni matematiche si cela nell’assurdità dei ragionamenti da questi potenzialmente sottesi, senza che la stessa venga avvertita dai diretti interessati, i quali si ritrovano, loro malgrado, con la mente persa nella verbosità di equazioni inadatte a farvi penetrare il dovuto buon senso. In qualità di insegnante di statistica, sono obbligato costantemente ad evitare che questi problemi insorgano tra i miei studenti[1]. Una delle principali difficoltà riscontrate nell’insegnare matematica applicata è rappresentata dalla confusione che può ingenerarsi negli studenti, impegnati nell’utilizzo degli strumenti forniti da questa disciplina, inducendoli a smarrire le loro abilità di ragionamento sensibile nel trattare la natura dei problemi per le cui descrizioni la matematica è stata concepita.

Uno degli errori più comuni dell’analisi matematica consiste nel non comprendere quando una tesi matematica prova troppo. Ciò si verifica allorché lo stesso ragionamento può essere implementato su un piano più generale, anziché nella fattispecie considerata e, se esteso ad altri casi, conduce a conclusioni che sono chiaramente contraddittorie[2]. Per quanto ciò possa avvenire con una certa regolarità – nel ragionamento non matematico -, si tratta di un pericolo particolarmente grave a cui si espone … Leggi tutto