Conto alla rovescia per la crisi fiscale

L’attuale sistema italiano che accumula spesa pubblica senza copertura finanziaria che si aggiunge ad un debito pubblico già enorme è la ricetta per il disastro.

In generale, ci preoccupiamo troppo dei deficit e del debito e certamente in numeri in rosso sono importanti, dovremmo però prestare maggiore attenzione a variabili quali il peso complessivo della spesa pubblica e la struttura del sistema fiscale.

Detto ciò, la Grecia ha dimostrato che una nazione può sperimentare una crisi se gli investitori non credono più che un governo sia in grado di “servire” il proprio debito (cioè, di pagare gli interessi e di rimborsare il capitale a persone ed istituzioni che detengono i suoi titoli di stato).

Ciò non cambia il fatto che il principale problema fiscale della Grecia sia l’eccessiva spesa pubblica. Ciò dimostra semplicemente che è importante riconoscere anche gli effetti collaterali di una spesa pubblica eccessiva (se hai un tumore al cervello, questo è il tuo problema principale, ed il mal di testa paralizzante è solamente un effetto collaterale del tumore).

Comunque, è abbastanza probabile che l’Italia sia la prossima nazione a percorrere questa strada.

Questo è in parte dovuto al fatto che l’economia italiana è moribonda, come notato dal Wall Street Journal.

Le elezioni politiche in Italia … sono caratterizzate da generose promesse populiste, ma trascurano quella che gli economisti hanno a lungo riconosciuto come la vera malattia italiana: il paese ha dimenticato come crescere. … L’economia italiana si è fortemente contratta nella crisi del debito europeo all’inizio di questo decennio. La tardiva ripresa ora in corso ha prodotto una crescita dell’1,5% nel 2017, un intero punto percentuale in meno rispetto alla zona euro nel suo complesso e non abbastanza da dissipare il diffuso senso di declino nazionale degli italiani. Molti politici europei considerano la stasi dell’Italia come la causa più probabile di una futura crisi dell’eurozona “.

Perché l’Italia dovrebbe essere la causa di una crisi Leggi tutto

L’Italia e la crisi

Se è vero che il 2008 ha rappresentato uno spartiacque per l’economia mondiale, lo è stato soprattutto per paesi come l’Italia, ancora incapaci di riformare quell’architettura keynesiana delle nostre istituzioni politiche ed economiche adottate in tutto l’Occidente dal secondo dopoguerra sino alla fine della guerra fredda. Mentre allora proprio quel mix di big government e inflazione permisero il controllo del conflitto sociale e furono decisive per la vittoria della battaglia ideologica, con il cambio di scenario gli stessi strumenti sono divenuti decisamente obsolescenti. Tra i tanti effetti della grande crisi sul sistema capitalistico italiano, il più dirompente in termini economici è stata la messa in discussione del modello imprenditoriale familiare, largamente diffuso fino a quel momento nel nostro paese. Il sistema industriale italiano da sempre si caratterizza per un numero molto elevato di piccole e medie imprese a conduzione famigliare, mediamente sottocapitalizzate, dove il rischio di impresa è stato sostenuto per decenni da un reticolo di banche locali compiacenti. Grazie agli enormi guadagni fatti sulla pelle dei consumatori spolpati da un sistema creditizio non concorrenziale, quelle banche si sono permesse il lusso di finanziare fino alla crisi a tassi bassi il sistema imprenditoriale senza un’attenta valutazioni del rischio. La stessa fonte gli ha consentito di pagare profumatamente il loro personale impiegatizio e dirigenziale, per decenni il mito del posto in banca, ora anch’esso in crisi, ha nutrito i sogni di mamme e fidanzate. Non bisogna infine dimenticare la proprietà di quelle banche, quasi sempre coincideva con gli stessi imprenditori più potenti e i loro accoliti apparecchiati per il banchetto. Tutto questo non esiste più, perché la nostra classe politica abbia negato per anni l’esistenza di un problema banche in Italia, è spiegabile solo attraverso la connivenza della stessa con quel tipo di sistema economico e finanziario andato in tilt con la crisi. Purtroppo i tentativi delle élite di autoriformarsi, e non poteva essere altrimenti nella patria di Pareto e di Leggi tutto

Sulla scia di una perdita di fiducia

Come ripetuto spesso su queste pagine, la merce più commerciata al giorno d’oggi è la fiducia. Nel corso del tempo la consistenza del denaro s’è fatta sempre più effimera, andando a ricoprire una forma sempre più virtuale piuttosto che fisica. Si pensi solamente che la maggior parte delle transazioni giornaliere sono effettuate attraverso circuiti digitali. Per non parlare della lotta dello stato contro il denaro contante. Questo ovviamente serve a rendere gli attori di mercato quanto più prevedibili possibile, affinché abbiano di fronte a loro una scelta calata dall’alto. Si tratta chiaramente di una falsa scelta, poiché imposta indirettamente, ma in sostanza questo percorso verso cui siamo diretti è stato in qualche modo “predetto” in due diverse opere: The Road To Serfdom (1944) di F. A. Hayek e Planned Chaos (1950) di Ludwig von Mises.

Nella prima si sottolinea come una pianificazione centrale della società, al fine di preservare il proprio potere, finisce per invadere inevitabilmente la maggior parte dei settori dell’economia. L’invasione di suddetti settori avviene perché le informazioni all’interno dell’ambiente economico vengono distorte a tal punto da rendere impossibile un calcolo economico in accordo con la volontà degli attori di mercato. La distorsione derivante porta ad una correzione degli errori, la quale viene impedita poiché significherebbe un restringimento degli ostacoli imposti all’economia da parte della pianificazione centrale. Di conseguenza viene tenuto artificialmente in vita un sistema che continua a marcire all’interno, sebbene all’esterno possa sembrare alquanto stabile. Questo finché la pianificazione centrale non invade tutti i settori dell’economia, a quel punto non esistono più prezzi di mercato o informazioni genuine, bensì un’accozzaglia di meccanismi di feedback che si contraddicono.

Era un po’ il caso della borsa russa durante gli anni della Guerra Fredda, la quale si limitava a copiare i prezzi di quella occidentale. Non esisteva affatto un meccanismo genuino di determinazione dei prezzi. Erano praticamente decisi a tavolino. Sappiamo tutti che fine ha fatto l’URSS nel 1991. … Leggi tutto

Le conseguenze del Brexit

È così la Gran Bretagna ha deciso: fuori. Inutile dire che il panico s’è diffuso tra tutti quei cori che continuano a tessere le lodi di un’unione coatta dei popoli. Ignorano cosa sia la libera associazione. Ignorano cosa siano le libertà individuali. Sono apologeti di un ordine sociale top-down. Blaterano di libertà, in realtà ciò che intendono è esattamente l’opposto. Sono i figli deformi di quel progetto che Jean Monnet e Raymond Fosdick idearono a tavolino all’inizio del XX secolo. L’Europa altro non è che un esperimento della pianificazione centrale in cui, attraverso il cavallo di troia del libero commercio e della libera circolazione dei beni, i pianificatori centrali hanno cercato d’ingabbiare le decisioni individuali degli attori di mercato.

Il libero commercio è, ovviamente, una manna per la società nel suo complesso, però il solo obiettivo degli eurocrati era quello d’implementare un commercio gestito centralmente. Ovvero, secondo le loro regole arbitrarie e non secondo le regole del mercato: un acquisto, un voto. Il nuovo ordine mondiale è essenzialmente questo: commercio gestito a tavolino da una manica di burocrati non eletti da nessuno. Non esistono benefici sociali diffusi in questo modo di organizzare la società, e il Brexit altro non è che la relativa conseguenza empirica. Ciò che abbiamo visto attraverso il referendum inglese è la materializzazione della perdita della fiducia degli individui nei grandi schemi della pianificazione centrale.

Ovviamente non è sufficiente a creare un sovvertimento di massa di tale ordine, ma quando la prossima recessione colpirà e metterà alla berlina l’incapacità delle banche centrali di farvi fronte, allora gli euroscettici smetteranno di essere tali e si trasformeranno in veri credenti di un’uscita dall’UE e dall’euro. Questo è un processo già in incubazione. Soprattutto, è un processo inarrestabile poiché l’accentramento e il globalismo cederanno il passo al decentramento e alla sovranità nazionale. Tutte le sovranità che il NWO ha lentamente eroso nel corso di questi anni, saranno legittimamente … Leggi tutto

L’Italia ha ottenuto l’accesso a prestiti “straordinari” da €150 miliardi per salvare le banche

Come abbiamo notato oggi, le voci di un salvataggio bancario italiano, che sono circolate lunedì mattina e sono state prontamente negate dalla Merkel il giorno dopo, sono diventate più forti dopo la pubblicazione di un articolo della Reuters in cui si diceva che il governo italiano stesse prendendo in considerazione modi più creativi per iniettare liquidità nelle banche italiane. Tuttavia si trattava solo di un antipasto al piatto principale, il quale è arrivato nella giornata di oggi, quando il Wall Street Journal, citando un portavoce del braccio esecutivo dell’Unione Europea, ha riferito che la “Commissione europea ha autorizzato l’Italia ad usare garanzie governative per creare un programma di sostegno precauzionale alla sue banche.”

Com’è potuto succedere così tranquillamente e senza la benedizione della Merkel? Il WSJ dice che il programma è stato approvato nell’ambito di “regole straordinarie anti-crisi per gli aiuti di stato.”

E noi che pensavamo che le banche italiane stessero andando così bene, visto quello che raccontavano i canali ufficiali. Oh aspettate, in realtà non c’abbiamo mai creduto.

Come osserva il WSJ, il piano “anti-crisi” proposto è “l’altra gamba di un piano d’intervento preso in considerazione dal governo, e cioè l’iniezione diretta di capitale nelle banche italiane che convoglierebbe fino a €40 miliardi nel settore bancario”. È anche il piano che la Merkel ha presumibilmente bocciato. Tuttavia l’Europa aveva un piano B nella manica.

Quali sono i dettagli di questo ultimo programma “anti-crisi”?

Secondo un funzionario dell’UE, il programma di sostegno include €150 miliardi in garanzie governative. Il WSJ aggiunge che il portavoce della Commissione ha rifiutato di commentare l’importo delle garanzie che sono state autorizzate, ma ha detto che il bilancio richiesto dal governo italiano era stato considerato appropriato. Il Ministero dell’Economia italiana ha rifiutato di commentare.

Una dettaglio divertente: “Solo le banche solventi si qualificherebbero per accedere al programma di sostegno, il quale è stato autorizzato fino alla fine dell’anno.” Il … Leggi tutto

L’Italia sta affondando, lentamente

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!” — Dante Alighieri

Se devo essere sincero, il clima di campagna elettorale non mi tange affatto. Sebbene l’Italia sia entrata in quel vortice di notizie e commenti riguardanti la nuova tornata elettorale, la repellenza provata nei confronti dell’attuale sistema democratico è una forza che mi tiene lontano dalle urne. Sono ormai dieci anni che mi tiene lontano dalle urne. Esattamente dall’ultimo picco di borsa italiano, quando l’entrata nell’euro da parte del nostro paese era riuscita a rimandare l’insolvenza nazionale. Infatti sin dal tonfo durante la Grande Recessione, la borsa italiana non è andata a da nessuna parte, passando da un rimbalzo ad un altro in quello che è sempre di più un lento deterioramento delle condizioni economiche di base.

Lo stesso vale per il mondo politico. Siamo passati da una figura politica ad un’altra, senza ottenere altro che un dissesto sociale continuo. Eppure la retorica del cambiamento non finisce mai d’essere ripetuta. Eppure la retorica della ripresa economica, dopo l’ennesimo rimbalzo verso il nulla, non finisce mai d’essere ripetuta.

 

È come se ci trovassimo in un continuo presente, in cui tutte le realtà che ne fanno parte si sforzano di prolungare questo stato di quiete il più a lungo possibile. Non esiste un futuro. In sostanza è quello che sta affermando la BCE sin da quando ha inaugurato i tassi negativi sui depositi in custodia presso la sua struttura. Inoltre, è quello che si ritrovano ad affrontare coloro che popolano i mercati azionari e obbligazionari. Infatti i margini di rendimento sono così sottili che ormai non esistono più giudizi oggettivi per determinare quale titolo valga la pena acquistare e quale no. Le banche centrali mondiali, attraverso la loro gigantesca Offerta d’Acquisto sotto forma di accomodamento monetario, hanno inondato i mercati finanziari con un continuo flusso di fondi a buon mercato, i … Leggi tutto

Industria italiana: ascesa e declino

Sono passati 30 anni. Ero un giovane ingegnere al mio primo giorno di lavoro, con tante belle speranze, come tutti quelli della mia e delle precedenti generazioni. Allora non potevo immaginare che sarebbe stata anche l’ultima generazione dalle belle speranze. Il motivo di questa mia affermazione sta tutto in quel lontano giorno in cui, in una Milano ancora da bere, l’ingresso di Breda Ansaldo in Viale Sarca 336, era presidiato da picchetti sindacali.

All’epoca compresi solo che era in corso qualche sciopero o manifestazione di lavoratori, niente di più. Mi lasciarono entrare per presentarmi all’ufficio personale, solo perché dovevo essere assunto.
Molti anni dopo, con l’esperienza professionale e soprattutto umana, compresi che già in quella prima metà degli anni 80 la deindustrializzazione in Italia era cominciata. Quel picchetto sindacale era un indicatore non casuale.

Da quegli anni, quel processo non si è mai più interrotto. Ha forse conosciuto rallentamenti, ma è stato inesorabile e dal 2008 ad oggi ha trovato un’accelerazione impressionante. Le statistiche delle sezioni fallimentari di tutti i tribunali italiani, le notizie quotidiane dei media danno la cifra della catastrofe manifatturiera ormai giunta all’epilogo.

In tutti questi anni di lavoro nel settore manifatturiero, mi sono interrogato continuamente sulle cause di questo disastro ormai irreversibile.

Ne scrivo qui su questo sito perché mi è stato richiesto. Ma soprattutto perché le cause alla radice di questa deindustrializzazione italiana sono ampiamente spiegate e descritte nella teoria della Scuola Austriaca di Economia, di cui Ludwig von Mises è stato un illustre decano.

Una causa importante di questa crisi che viene da lontano risiede nell’interventismo statale.

Nel dopo guerra, la domanda crescente di beni ha contribuito a far nascere e rafforzare il tessuto italiano manifatturiero. Questo processo durato a lungo, già all’origine era viziato da alcuni elementi:

  • Massiccia presenza di grandi imprese a capitale pubblico (IRI: fondato nel 1933 da Benito Mussolini). L’IRI negli anni 80 comprendeva circa un migliaio di aziende e
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Debito interno vs. Debito estero: Una breve spiegazione

In questo breve pezzo elencherò una serie di risposte mirate a spiegare quello che s’intende per debito interno e debito estero.

 

1) Quando si parla di “debito estero”, che cosa si intende esattamente?

Quando si parla di debito estero si intendono tutte quelle passività dovute ad entità (siano essi singoli investitori, o società, o istituti bancari) al di fuori del territorio nazionale. Nel caso dello stato italiano, abbiamo a che fare con l’emissione di titoli di stato. Il suddetto è uno dei modi attraverso i quali lo stato raccoglie finanziamenti. Lo stato può finanziarsi in tre modi: tasse, debito pubblico, stampando i soldi. Con quest’ultimo metodo gli incentivi a stampare e spendere sempre di più sono fortissimi, ma la moneta in circolazione finisce per andare fuori controllo ed aumenta esponenzialmente (facendone diminuire, di conseguenza, il potere d’acquisto). Le tasse sono “antipatiche” e soprattutto rendono chiaro all’individuo quale sia il ruolo parassitario dello stato. Il debito pubblico consiste nell’emettere titoli di debito (o cambiali, per semplificare l’immagine mentale) che vengono collocati sul mercato e sono acquistabili da tutti. In Italia la Banca d’Italia gestisce le aste, ovvero, fa il banditore ma non li compra essa stessa. Chi compra sono altri soggetti (es. banche commerciali, investitori comuni, fondi pensione, hedge fund, ecc.), mentre alla BCE è vietato l’acquisto di titoli di stato dei paesi dell’Eurozona dall’accordo di Maastricht.

 

2) Come è venuto a crearsi, nel tempo, questo debito?

Così come ogni debito che si cumula nel tempo, anche quello dello stato nei confronti dei soggetti esteri si è creato attraverso una spesa eccessiva rispetto alle proprie entrate. Diversamente dagli imprenditori che sanno fare il loro lavoro, lo stato non è in grado di mettere in piedi una struttura produttiva, per cui non riesce mai a restituire i soldi che si è fatto prestare, portando quindi a chiedere sempre più soldi in prestito. Ad esempio, se un’azienda privata si indebita per … Leggi tutto

L’edizione italiana de L’Azione Umana di Ludwig von Mises: un caso editoriale da Paese arretrato

In seguito alle numerose richieste inoltrate dai lettori per informarsi sull’esistenza di una versione in lingua italiana de L’Azione Umana, e data la rilevanza che il tema trattato detiene per l’associazione, riproponiamo con piacere l’ottimo studio comparativo del Prof. Alessandro Vitale, docente presso l’Università di Milano, sulla versione originale del capolavoro di Mises e le sfortunate vicende della trasposizione italiana. Il brano è stato publicato in anteprima venerdì scorso, sul sito del Movimento Libertario, ma era inizialmente inteso all’esposizione orale durante la conferenza di Interlibertarians tenutasi a Lugano nella giornata di ieri.

Come omaggio ai lettori e ringraziamento al Prof. Vitale, questo mercoledì 3 dicembre il Mises Italia pubblicherà anche la traduzione italiana del paragrafo mancante dal capitolo XXVII, a titolo La corruzione.

 

Premessa

Alessandro VitaleSe qualcuno nutrisse ancora dubbi sul fatto che l’Italia è stata ed è ancora un Paese culturalmente arretrato, potrebbe fugarli definitivamente soffermandosi non solo sugli innumerevoli casi di opere scientifiche, letterarie, storiche, giuridiche, politiche ed economiche che sono state pubblicate con ritardi di trenta o quarant’anni – quando non di mezzo secolo – e spesso strappate all’emarginazione solo da valenti e coraggiosi studiosi (basterebbe pensare al caso emblematico di Bruno Leoni), ma soprattutto su quei casi (molto più frequenti di quanto non si creda) di testi di immenso valore, dati alle stampe svogliatamente, per coprire vuoti troppo macroscopici e poi lasciati languire nella loro obsolescenza, in polverosi scaffali inaccessibili di biblioteche invecchiate e raramente aggiornate.

In gran parte questo è accaduto nel Novecento non solo nei Paesi autoritari o totalitari, come quelli di socialismo reale – nei quali opere di notevole importanza, sfuggite alla censura e tradotte nella prima edizione, non venivano più aggiornate, finivano nel dimenticatoio e diventavano introvabili o, se ci si ricordava della loro esistenza, venivano confinate in armadi chiusi e inaccessibili nelle grandi biblioteche – ma anche nei Paesi occidentali più attardati e poco rispettosi dell’evoluzione culturale mondiale, … Leggi tutto

Diritti acquisiti

Una piccola locuzionedirittiacquisiti, sono due semplici parole, eppure così densa di significato, sia politico che economico, formidabile veicolo di emotività, oggetto di attacchi feroci e difese appassionate.

“I diritti acquisiti vanno eliminati? Sì, quelli degli altri, non i miei!”.

Questo è in sintesi il dibattito politico italiano sui tagli alla la spesa pubblica, evidentemente senza uscita. Ed è fondato tutto su quella piccola maledetta locuzione citata in apertura.

Diritto. Il richiamo è alla Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen del 1789 dove curiosamente, però, non si trovano accenni a pensioni di anzianità e vitalizi dei parlamentari. Come mai? La risposta è semplice: nella dichiarazione del 1789 si parlava dei diritti negativi (diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà, etc.), così chiamati perché lo Stato ha il dovere di non impedirne l’esercizio ai suoi cittadini.

Ma non son questi i diritti acquisiti per cui s’azzuffano in Parlamento e nei dibattiti televisivi, sono altri. Sono quei diritti a cui corrisponde una prestazione da parte di tutti gli altri; se un politico ha diritto ad un vitalizio, qualcuno lo dovrà pur pagare: noi. Siamo quelli che William Graham Sumner chiamava “gli uomini dimenticati”, costretti ad accollarci prestazioni che altri hanno deciso e su cui non abbiamo alcun potere decisionale effettivo.

Ogni tanto però siamo anche dalla parte “giusta” del processo redistributivo, siamo noi a ricevere, e quindi ci sembra che i nostri “diritti” siano sacrosanti ed intoccabili.

“Ne avevamo….. diritto! Guai a chi ce li tocca!”.

Se poi il “processo di acquisizione” di questi diritti sia stato poco limpido e questi ultimi siano privilegi parassitari poco importa. Ormai sono nero su bianco, acquisiti appunto, e quindi non si possono più toccare!

E così ci cadono dentro tutti e con il “tagliate agli altri ma non a me” si finisce per non tagliare un bel niente: altre tasse sulle spalle dell’uomo dimenticato, il contribuente.

Proviamo a … Leggi tutto