Risparmio, commercio e la fatina della fiducia

Le negoziazioni dell’ultimo minuto sul tetto del debito hanno fatto scatenare i sapientoni. Nel mezzo di una terribile recessione, è tuttora in corso il contrasto tra l’analisi degli Austriaci e dei keynesiani. Gli Austriaci raccomandano le virtù del risparmio e dell’investimento, mentre i keynesiani predicano l’opposto. Le cose sono così sottosopra che in questo articolo mi tocca difendere il presidente Obama dalle frecciate di Paul Krugman.

 

Krugman all’Assalto di Obama

In una pubblicazione del suo blog di questa settimana, Krugman ha dapprima citato il presidente Obama dalla conferenza stampa sulle negoziazioni del budget:

Penso che se l’intero paese vedrà Washington agire responsabilmente, fare compromessi, affrontare il deficit ed il debito tra 10, 15, 20 anni, affinché ciò possa aiutare le imprese a sentirsi più fiduciose per investire in questo paese, gli investitori esteri potrebbero dire che l’America si è riorganizzata e potrebbero essere disposti ad investire. E ciò avrà un impatto positivo sulla crescita generale e sull’occupazione.

Sembra una retorica fatta di luoghi comuni. Chi potrebbe opporsi al presidente degli Stati Uniti che spiega che ci sono cattive conseguenze per la crescita economica se gli investitori considerano il paese come una repubblica delle banane, oppure (che è lo stesso) che ci sono conseguenze buone se gli investitori pensano che la crisi finanziaria a lungo termine sia stata risolta? La sola ragione per lamentarsi è che queste banalità sono fasulle; gli “statalisti” Repubblicani e Democratici a Washington organizzeranno al meglio un aggiustamento a breve termine che ci permetta di zoppicare fino alla prossima emergenza che sorgerà in pochi mesi.

Ah, ma il premio Nobel Paul Krugman è uno scrittore intelligente e se n’è uscito con alcune ragioni per lamentarsi della frase di Obama:

OK, così questa è la fatina della fiducia. Ma la cosa degli “investitori esteri” è in realtà peggiore. Pensateci: i tassi d’interesse degli Stati Uniti sono bassi; non c’è alcun crowding out; NON stiamo soffrendo di una

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I molti errori di David Ricardo

Questo saggio è un adattamento da “Austrian Perspective on the History of Economic Thought, Volume II” di Murray N.Rothbard.

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Mentre Ricardo riconobbe formalmente come domanda e offerta determinino giorno per giorno il prezzo di mercato, non ne trasse però alcuna conseguenza. …Ricardo giudicò l’utilità come necessaria alla produzione ma non le assegnò alcuna influenza sul valore o sul prezzo; nel ‘paradosso del valore’ considera unicamente il valore di scambio, abbandonando completamente l’utilità. Non solo ma, in modo tanto sprezzante quanto aperto, egli scartò anche qualunque tentativo di spiegare il meccanismo di formazione dei prezzi di beni che non sono riproducibili, cioè di cui non si può aumentare la produzione tramite lavoro. Dunque Ricardo semplicemente rinunciò a spiegare il valore di quei beni, come i dipinti, in numero limitato e non incrementabile. In pratica, Ricardo rinunciò a una spiegazione generale dei prezzi al consumo. Siamo dunque arrivati alla più compiuta teoria ricardiana -e marxiana- del valore-lavoro.

Il cupo mondo di Ricardo

Il sistema ricardiano ora è completo: i prezzi dei beni sono determinati dai loro costi, cioè dalla quantità di lavoro infuso in essi, aggiungendo poi senza troppi complimenti il saggio uniforme di profitto. In particolare, visto che il prezzo di ogni bene è uniforme, esso eguaglierà il costo di produzione sul terreno coltivabile più caro (cioè a rendita zero), ovvero quello marginale. In breve, il prezzo sarà determinato dal costo, cioè la quantità di ore di lavoro sul terreno a rendita zero usato per realizzare il prodotto. Col passare del tempo quindi, e l’aumentare della popolazione, terreni sempre meno produttivi devono essere sfruttati facendo così aumentare sempre più il prezzo del grano. Questo succede perché la quantità di ore di lavoro richieste per produrre il grano continuano ad aumentare, visto che il lavoro si deve applicare su terreni sempre più improduttivi. Di conseguenza, il prezzo del grano continua ad aumentare. Visto che i salari vengono … Leggi tutto

L’influenza del Traité di Say

Jean-Baptiste Say venne nominato membro del tribunato al governo durante il regime consolare di Napoleone, nel 1799. Quattro anni dopo, venne pubblicato il suo Traité: fu il rapido successo di quest’opera a garantirgli lo status di maggiore interprete del pensiero di Adam Smith sul continente europeo. Durante la sua vita vennero pubblicate sei edizioni del Traité, l’ultima delle quali nel 1829, in numero doppio di copie rispetto alla prima edizione. In aggiunta, il suo Cours complet d’économie politique (1828–30) fu ristampato varie volte, e l’estratto dal Traité pubblicato con il titolo di Catéchisme d’Économie politique (1817) venne ristampato per la quarta volta poco dopo la morte di Say. Tutte le più grandi nazioni europee tradussero il Traité nella loro lingua.

Nel 1802, Napoleone liquidò definitivamente gli ideologi, pensatori a cui si era a suo tempo avvicinato ma che aveva sempre detestato per le loro posizioni liberali in campo politico ed economico. Il generale còrso vedeva negli ideologi i più tenaci oppositori, in teoria come nei fatti, della sua crescente e brutale leadership. Costrinse quindi il senato e il tribunato a fare pulizia degli ideologi, sollevando così Say dal suo incarico. Gli ideologi erano filosofi, e i sostenitori di Napoleone vedevano la filosofia stessa come una minaccia al regime dittatoriale. [1] Come disse Joseph Fievée, editore del foglio bonapartista Journal de l’Empire, “la filosofia è un modo di lamentarsi del governo e di contestarlo quando si allontana dai principi e dalle personalità della Rivoluzione”. Due anni più tardi, poco dopo essere diventato imperatore, Napoleone ostacolò nuovamente Say, rifiutando di consentire che venisse pubblicata una seconda edizione del Traité a meno che l’autore non avesse modificato un capitolo particolarmente scomodo. Quando Say rispose che non ne aveva intenzione, la nuova edizione venne soppressa. [2]

Estromesso dal governo francese, Say divenne per un decennio un fortunato produttore di cotone. Divenne uno dei migliori tra i nuovi produttori francesi. Come … Leggi tutto

Thomas Jefferson e l’economia di mercato

Quando, nel 1803, venne pubblicata la prima edizione dell’ottimo Traité d’économie politique di Jean-Baptiste Say, il suo autore conquistò presto la leadership tra i sostenitori francesi di Adam Smith. Say era nato a Lione in una famiglia ugonotta di mercanti di tessuti, e aveva trascorso gran parte dell’infanzia a Genova, e poi a Londra, dove era diventato un apprendista commerciante. Infine, tornato a Parigi come impiegato di un’agenzia di assicurazione sulla vita, il giovane Say divenne rapidamente una delle punte di diamante tra i philosophes laissez-faire francesi. Nel 1794 assunse il ruolo di primo redattore del più importante giornale di questo gruppo di pensatori, La Décade Philosophique. Era un convinto sostenitore non solo del libero mercato, ma anche del nascente industrielisme della rivoluzione industriale; era infatti contrario all’assurda dottrina protoagricola propugnata dai filosofi fisiocratici.

I pensatori della Décade amavano definirsi “gli ideologi”, e più tardi furono beffardamente soprannominati da Napoleone “ideologisti”. Per “ideologia” intendevano una disciplina che studiasse ogni aspetto dell’azione umana, una ricerca che volesse incentrarsi sugli individui e le loro interazioni più che su una manipolazione positivistica o scientistica delle persone come semplice materia d’ingegneria sociale. Gli “ideologi” erano ispirati dalle idee e dalle analisi dell’ultimo Condillac. Il loro maestro per quel che riguarda la psicologia fisiologica era il dottor Pierre Jean George Cabanis (1757-1808), che lavorava a stretto contatto con altri biologi e psicologi all’École de Midécine. Il loro punto di riferimento nelle scienze sociali era il ricco aristocratico Antonie Louis Claude Destutt, conte di Tracy (1754-1836). Fu lui a formulare il concetto di “ideologia”, che presentò nel primo libro (1801) della sua opera in cinque volumi intitolata Éléments d’idéologie (1801-15).

De Tracy espose per la prima volta la sua visione dell’economia nel Commentario su Montesquieu, nel 1807, che restò in forma manoscritta a causa delle sue posizioni radicalmente liberali. Nel Commentario de Tracy criticava la monarchia ereditaria e il principio del comando … Leggi tutto