La critica nascosta di Hayek alla Teoria Generale

Hayek è considerato uno dei principali oppositori di Keynes, a causa del dibattito sulla macroeconomia in cui si scontrarono nei primi anni Trenta. Pochi anni dopo questa controversia, Keynes pubblicò The General Theory ([1936] 1973) e ci si aspettava che Hayek criticasse il nuovo modello di Keynes. Ma, sorprendentemente, Hayek decise di tacere e lasciò il suo oppositore incontrastato. Lo rimpianse per sempre. Ad ogni modo, questo articolo sostiene che nell’opera di Hayek successiva al 1936, ci sia una critica a The General Theory che è passata in buona misura inossservata. Pertanto, questo approccio riapre il grande dibattito tra Hayek e Keynes esattamente nel punto in cui lo avevano apparentemente lasciato, cioè, dopo la pubblicazione di The General Theory.

Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 2

keynes in hatPoniamo ora una critica specifica alle tesi qui esposte.

L’errore di fondo di tutte queste tesi è di genere metodologico. Viene concepita la capacità di raggiungere ed acquisire una struttura produttiva in equilibrio, “nel senso pieno di quest’ultimo termine”, una struttura unidimensionale ed orizzontale e non disaggregata in molteplici stadi di tipo verticale, dove il fattore tempo viene trascurato e dove gli individui vengono ineluttabilmente ridotti a macroaggregati economici le cui relazioni quantitative si presume siano destinate a rimanere costanti.

Ragionando nell’anzidetta maniera non solo è impossibile distinguere quei processi che sono fondamentali per comprendere i cambiamenti che avvengono nella struttura produttiva, giacché non si tengono in alcuna vera considerazione gli elementi di base su cui si deve imperniare l’analisi economica, ossia azione individuale, tempo e dispersione della conoscenza ed i concetti attraverso i quali questi elementi si diffondo nella realtà economica di tutti i giorni, vale a dire soggettivismo, utilità marginale ed ordini spontanei, ma si finisce per supporre che la variabile politica sia determinante per porre in essere scelte economiche di successo generale quando, invece, al massimo, può svolgere il ruolo di variabile complementare.

L’essenza delle tesi sottoconsumistiche tradizionali consiste nel ritenere che se si lascia espandere il risparmio-investimento nel rispetto dei voleri di ciascun singolo (e che pertanto non sussistano squilibri monetari generati da processi inflativi), sebbene ciò possa essere qualcosa di positivo in termini individuali perché consente alla singola persona di incrementare il proprio reddito, si finisce per pregiudicare il benessere generale e, quindi, lo sviluppo economico, giacché al diminuire della domanda aggregata dei beni di consumo corrente la produzione si troverà a realizzare strutturalmente merci che non hanno uno sbocco di vendita. Di conseguenza, bisogna stimolare il consumo corrente ai danni del risparmio-investimento al fine di generare una crescita economica sostenibile.

Questa interpretazione è sbagliata perché l’iniziale e relativa diminuzione nella domanda di beni di consumo (causata dal maggior risparmio) aumenterà senz’altro nel tempo la … Leggi tutto

Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 1

keynes in hatPer Sottoconsumo si deve intendere una serie di teorie economiche per le quali insiti nel libero mercato esistono delle componenti che generando una carenza di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata finiscono per decretare un consumo complessivo inferiore rispetto a quello che sarebbe necessario affinché tutte le merci prodotte vengano vendute o che la produzione si sviluppi in modo tale da occupare pienamente tutti i fattori disponibili.

Partiamo innanzitutto negoziando alcuni termini della questione.

Possiamo considerare la tesaurizzazione di saldi liquidi come risparmio che viene sottratto all’investimento ed ai consumi correnti oppure stimare la tesaurizzazione di saldi liquidi come domanda di moneta e vedere conseguentemente nel risparmio e nella tesaurizzazione due distinte modalità di scelta.

Questa sottolineatura ha la sua importanza in quanto sposando la seconda opzione si deve valutare la tesaurizzazione come una variabile completamente slegata rispetto alla dialettica tra consumo ed investimento.

Colui che oggi si astiene a consumare parte del proprio reddito in beni e servizi di consumo, allo scopo di guadagnare un interesse, presterà immediatamente questo denaro a delle imprese (che a loro volta lo impiegheranno istantaneamente per porre in essere delle produzioni), in maniera diretta o servendosi dell’ausilio dei canali di intermediazione finanziaria. Servendoci di questo esempio ed assumendo come valida la seconda opzione, il risparmio deve essere letto come l’altra faccia dell’investimento. Pertanto, il risparmio di moneta a differenza della tesaurizzazione di moneta rappresenta denaro in circolazione o per meglio dire denaro già scambiato per ottenere in cambio beni o servizi in un tempo futuro. In tal senso, il risparmio non rappresenta, quindi, una riduzione della spesa, bensì una diversificazione della spesa: scegliendo di risparmiare l’agente economico passa dallo spendere per consumare allo spendere per investire.

Nell’esaminare il Sottoconsumo è necessario partire da un presupposto essenziale. Tutte le tesi del sottoconsumo, sia quelle tradizionali sia quella che emerge nel 1936 con The General Theory of Employment, Interest and Money di John Maynard Keynes, assumono … Leggi tutto

Una modesta proposta per porre fine all’indipendenza della FED

Nel periobernankedo che va dagli anni ’80 agli anni ’90 l’opportunità della “indipendenza dalla politica” delle banche centrali divenne praticamente un dogma di fede sia dai macroeconomisti ortodossi sia dagli operatori dei mercati finanziari. Questo sviluppo fu causato da due fattori: la ricerca accademica sulle banche centrali ed il culto della personalità che crebbe attorno ai due presidenti della Fed durante questo periodo, Paul Volcker ed Alan Greenspan.

In questa decade che portò alla crisi finanziaria, il clima intellettuale era tale che chiunque avesse suggerito che la Fed avrebbe dovuto vedersi limitare o anche eliminare l’indipendenza dal Congresso sarebbe stato considerato oltre la minima ragionevolezza della discussione, per non parlare degli studiosi. Tuttavia, poiché la dolorosa e prolungata ripresa dalla Grande Depressione è proseguita a stenti, l’indipendenza della Fed dalla “politica” (sotto forma ad esempio di una legislazione di sorveglianza di vincoli e limitazioni) ha iniziato ad essere messa in dubbio dai sapientoni dell’economia e della finanza.

Poche tra le recenti proposte idonee a limitare l’indipendenza della Fed menzionano la riforma istituzionale fondamentale del modo in cui la base monetaria è creata sotto il nostro attuale regime del dollaro fiduciario inconvertibile.

Una tale riforma implicherebbe la lotta per il controllo della creazione di moneta, togliendolo ai tecnocrati non eletti della Fed e restituendolo al Congresso ed al Ministero del Tesoro. Questa riforma fu infatti avanzata durante la controversia del 2013 sull’innalzamento del limite massimo del debito.

É importante sottolineare come il progetto per la riforma monetaria si avvicini molto – nei suoi fondamentali se non nei suoi scopi – all’impianto teorico proposto da Milton Friedman nel 1948 in ambito monetario e fiscale. La componente monetaria di tale proposta si concentra nell’eliminare “sia la creazione e distruzione privata del denaro (da parte delle banche commerciali), sia il controllo discrezionale sulla quantità di moneta da parte della banca centrale”. Il primo obiettivo sarebbe raggiunto con l’implementazione del “Piano Chicago” di Henry … Leggi tutto

Il tasso di interesse ed il suo senso economico

Il 16 dicembre 2015 la Federal Reserve USA, dopo ben sette anni, ha deciso di variare l’interesse americano di base, il Federal Funds Rate (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno) rialzandolo dello 0,25 per cento (da 0-0,25 a 0,25-0,5).

Nelle prime intenzioni della Federal Reserve a questo primo rialzo sarebbero dovuti seguire nel corso del 2016 altri quattro rialzi. Con molta più probabilità di rialzi nel corso di quest’anno invece c’è ne sarà soltanto uno al massimo due e sempre di piccola entità: anni di tassi di interesse nominali schiacciati straordinariamente verso il basso altro non hanno fatto che accumulare errori economici su errori, ed ora ad ogni rialzo ecco che questi errori verranno a galla. Dopo una lunga sbornia di bassi tassi di interesse, rialzi di questi troppo ravvicinati nel tempo e/o di entità più che piccola potrebbero avere conseguenze devastanti. I banchieri centrali non comprenderanno il perché di certi fenomeni, ma quei dati sull’economia reale non in linea con le loro aspettative seguiti al rialzo del 16 dicembre 2015 assieme alla caduta dei mercati finanziari d’inizio anno già stanno conducendo alla prudenza.

Se la politica monetaria mantiene nominalmente per diversi anni tassi di interesse monetari straordinariamente bassi e l’economia nel frattempo rimane stagnante significa che il capitale presente all’interno della società è nel complesso male allocato. L’economia reale reagisce a questa situazione generando crisi, reclamando il cambiamento del contesto istituzionale in cui gli agenti economici si trovano ad operare e un innalzamento dei tassi nominali al livello di quelli che sarebbero realmente allo scopo di permettere un riaccumulo del risparmio reale, dato che la crisi genera distruzione di parte del capitale. Se le autorità monetarie cercano di contrastare tutto ciò spingendo i tassi nominali ancora più giù, i tassi di interesse reali occultamente saliranno ancor di più nella direzione opposta e questo, in ultimo, finisce per disallineare ancor di più la … Leggi tutto

Il fallimento della “Nuova Economia” – La Santificazione

Introduzione

 

La Santificazione

Il più famoso economista del 20° secolo è John Maynard Keynes ed il libro più influente dell’era attuale, sia nell’ambito della teoria politica che della politica economica, è la sua ”Teoria Generale sulla Disoccupazione, Interesse e Moneta”, pubblicato nel 1936.

Ciò è riconosciuto non solo dai suoi ammiratori e discepoli, ma persino dai suoi più duri critici. Basta aprire una qualunque pubblicazione di qualsiasi  giornale accademico-economico, e si troverà generosamente in quelle pagine il suo nome con le frasi da lui  coniate che lo resero popolare ovunque. E’ sufficiente aprire il giornale, e si vedranno le interpretazioni degli eventi economici attuali, o le proposte per le politiche economiche e monetarie che devono ai suoi scritti, se non la loro stessa origine, quantomeno la loro presenza.

Per comprendere la significativa reputazione che Keynes occupa,  ho selezionato una serie di interventi a caso che parlano di lui. Dopo la sua morte il London Times [1] lo definì:

“un grandissimo Inglese… un uomo di genio che come economista politico ebbe un’ influenza a livello mondiale sia sul pensiero  degli specialisti che del pubblico in generale… per trovare un economista di pari caratura si dovrebbe tornare indietro ad Adam Smith.”

 G.D.H. Cole, l’economista socialista, descrive la General Theory:

“il più importante scritto  di economia teorica dal Capitale di Marx o, se solo si potesse paragonare con l’economia classica, dai Principi di Ricardo… Ciò che lui ha fatto  è stato dimostrare in maniera risolutiva e brillante la falsità della maggior parte delle care metodologie definite ‘morali’ degli economisti ortodossi, anche da un punto di vista capitalista,  e di costruire chiaramente una teoria alternativa sul funzionamento dell’impresa capitalista tanto più vicina ai fatti che sarà impossibile metterla da parte o ignorarla.”

 Professor Alvin H. Hansen di Harvard, generalmente considerato il leader dei seguaci americani di Keynes, scrive sulla General Theory:

“Poche persone  negherebbero oggi , e dopo diciassette anni trascorsi, Leggi tutto

Keynes contro la legge di Say

  1. 1.     “Il più grande successo “ di Keynes

 

 

Arriviamo ora alla più famosa confutazione di Keynes sulla Legge dei Mercati o Legge degli Sbocchi di Say. Tutto ciò che c’è da dire riguardo a questa “confutazione” è già stato detto da Benjamin M. Anderson , Jr.[1], e da Ludwig Von Mises[2]. Keynes decide , per considerarsi soddisfatto, di affrontare la questione tanto generosamente da esporre una “confutazione” lunga meno di quattro pagine.

Tuttavia, qualcuno dei suoi ammiratori manifesta come unica garanzia di qualità la sua fama:

 

“Gli storici negli ultimi cinquant’anni possono riconoscere che il più grande successo di Keynes sia stato la liberazione dell’economia Anglo-American da un dogma tirannico, e possono ,grazie i risultati raggiunti, anche concludere che questo lavoro sia stato di impareggiabile confutazione. Anche se Keynes dovesse essere preso in considerazione solo per il nome, la sua fama dovrebbe rassicurare….. (tuttavia) gli attacchi keynesiani, sebbene sembrino diretti contro una moltitudine di diverse teorie specifiche, crollano tutti se la validità della legge di Say venisse presa in considerazione.[3]

 

Proprio per questo, penso mi possiate giustificare, nel dedicare un capitolo speciale a tale argomento. E’ importante pertanto, iniziare a comprendere, come Mises[4] aveva sottolineato, che quella che viene chiamata Legge di Say non era originariamente progettata come parte integrante dell’economia classica, ma piuttosto come prima parte della confutazione di un errore che ha impedito lo sviluppo dell’economia, come fosse un tema speciale di conoscenza riconosciuta. Nel caso in cui gli affari andassero male, il mercante medio aveva due spiegazioni a portata di mano: il problema era causato o dalla scarsità di moneta o da una generale sovrapproduzione. Adam Smith[5] in un famoso passaggio nella sua “Ricchezza delle Nazioni”, sfata il primo di questi miti. Say stesso si occupa di confutare il secondo. Per un’analisi più attuale della Legge di Say riprendo un pezzo di  B.M. Anderson:… Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – IV Parte

2.5 Le aspettative

LachmannLa parte finale della critica di Lachmann a Sraffa è dedicata al problema delle aspettative, forse l’argomento più caro all’economista tedesco[1]. Infatti, Lachmann è l’autore che, nell’ambito della scuola austriaca, più d’ogni altro ha analizzato il concetto di aspettative, reinterpretandole dinamicamente ed inserendole all’interno dell’analisi della sua scuola.

Riconoscendo il merito keynesiano di aver introdotto il concetto di aspettative in modo organico attraverso A Treatise on Money (1930)[2], e riferendosi ai contribute di Shackle[3], un’‘austriaco’ parzialmente convertito al keynesismo[4], Lachmann cerca di innestare il proprio contributo completamente all’interno della tradizione austriaca, seppur con alcuni distinguo. In particolare, egli ritiene che gli austriaci abbiano perso l’opportunità di inserire le aspettative in modo organico all’interno della propria elaborazione teorica, mancando quindi di completare la rivoluzione soggettivista iniziata con Menger.

It is a curious fact that, when around 1930 (in Keynes’s Treatise on Money) expectations made their appearance in the economic thought of the Anglo-Saxon world, the Austrians failed to grasp with both hands this golden opportunity to enlarge the basis of their approach and, by and large, treated the subject rather gingerly. (Lachmann, 1976e, p. 58).

A dire il vero, la critica di Lachmann appare sin troppo severa[5]. Hayek (1929, p. 147) già riconosce il ruolo centrale delle aspettative, osservando come positive aspettative di profitto possano guidare il cambiamento delle preferenze degli imprenditori, che, divenendo maggiormente orientati al futuro, muovono al rialzo il tasso di interesse d’equilibrio. Questo passaggio è centrale anche nel fondamentale Hayek (1933).

Tuttavia, Lachmann cerca di essere ancora più radicale: egli riconosce che Hayek abbia discusso il problema delle aspettative; peraltro, lo ‘accusa’ di non aver sviluppato abbastanza le cause di aspettative divergenti e le potenziali conseguenze che esse potrebbero generare[6]. L’economista tedesco, pertanto, abbraccia il concetto shackleiano di kaleidic society[7], «a society in which sooner or later unexpected change is … Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – I Parte

Con estremo piacere, il Mises Italia è lieto di ospitare, in esclusiva italiana, un saggio di Carmelo Ferlito presentato a Parigi lo scorso gennaio.

Il confronto tra Austriaci e seguaci di Keynes ha animato per decenni il dibattito tra le due scuole di pensiero in campo economico. In questa sua opera, Ferlito ci propone, come di consueto, di considerare la questione da un angolo visuale diverso dal solito: quello di Ludwig M. Lachmann, in contrapposizione all’approccio di Piero Sraffa. 

* * * * *

ABSTRACT

carmelo ferlito      Mentre negli anni Trenta del Novecento Keynes e Hayek sono le figure di maggior rilievo nell’ambito di un infuocato dibattito accademico su moneta e capitale, in cui Keynes coinvolge anche e soprattutto l’italiano Piero Sraffa, può sembrare che l’economista austriaco abbia rinunciato ad una demolizione organica delle idee espresso dal suo rivale nella Teoria Generale del 1936. Lo stesso Hayek in futuro avrà occasione di lamentarsi di non aver dedicato un volume apposito alla critica delle teorie keynesiane. Tuttavia, come dimostrato in Sanz Bas (2011), benché non si sia svolto un dibattito come quello sul Trattato sulla moneta,  nei successivi lavori di Hayek è possibile individuare numerose critiche verso le più importanti conclusioni della nuova macroeconomia di Cambridge.

      Nei decenni successivi, tuttavia, il ‘cavalierie austriaco’ di un nuovo dibattito Vienna-Cambridge è Ludwig M. Lachmann (1906-1990), già studente di Hayek alla London School of Economics durante gli anni Trenta e successivamente professore a Johannesburg e New York. Lachmann sarà poi uno dei protagonisti del revival austriaco post-1974 (anno del conferimento del premio Nobel a Hayek) e il fondatore, in seno alla moderna scuola austriaca, della corrente ermeneutica, opposta ai seguaci di Rothbard.

      Nel riaccendere la controversia tra Vienna e Cambridge, Lachmann non attacca Keynes, di cui difende l’approccio soggettivista e l’accento sul ruolo delle aspettative, ma i suoi seguaci, la ‘nuova’ scuola di Cambrdige sviluppata da Joan Robinson e Piero Sraffa.

      L’obiettivo della vita scientifica … Leggi tutto

La storia d’amore tra Paul Krugman e la Francia

francepig2Negli anni recenti, Paul Krugman ha difeso a spada tratta la Francia ed il suo welfare state, arrivando financo a fingere che l’economia francese fosse in condizioni migliori rispetto a quella britannica. Secondo le sue stesse parole: “In gran parte, ciò che affligge la Francia nel 2014 è l’ipocondria, la convinzione di avere delle malattie che non si possiedono”. In ogni caso, a parte qualche propagandista keynesiano, nessuno può realmente pensare che la Francia non sia in una profonda crisi, e che sia sempre più evidente come Krugman si sbagli.

Il Regno Unito, invece, quest’anno è il paese che sta crescendo più velocemente fra le maggiori economie europee. La crescita è aumentata dal primo trimestre del 2013 fino a toccare il 2.6% nel 2014 – un tasso 7 volte più alto di quello della Francia – e il tasso di occupazione britannico, sia in termini assoluti che come quota della popolazione adulta, non è mai stato così alto. Perfino i salari, costantemente in depressione dopo la crisi del 2008, hanno ricominciato a salire.

Come sono soliti fare, i politici britannici hanno approfittato delle buone performance dell’economia britannica proprio per prendersi gioco della Francia. Il Cancelliere Osborne (il ministro della finanze britannico, ndr.) ha dichiarato: “Quale contea ha creato più posti di lavoro di tutta la Francia? Il grande Yorkshire!”, dopo che gli ultimi dati mostravano un’occupazione a livello record nel Regno Unito. David Cameron ha recentemente affermato che: “I laburisti ci faranno fare la fine della Francia!”. È vero, distruggere verbalmente la Francia è come se fosse parte della cultura britannica, ma attualmente il Regno Unito è senza dubbio in condizioni reali migliori della Francia.

Austerità fiscale vs austerità di spesa

Dal 2009, la Francia ed il Regno Unito hanno adottato politiche economiche opposte. La Francia ha aumentato le tasse senza apportare tagli alla spesa pubblica. Il Regno Unito, al contrario, ha diminuito la spesa senza alzare l’imposizione … Leggi tutto