Possiamo ancora evitare l’inflazione?

In un senso, la domanda posta nel titolo di questa lezione è puramente retorica. Spero che nessuno di voi abbia sospettato neanche per un momento che io dubiti che ci sia tecnicamente alcun problema nel fermare l’inflazione. Se le autorità monetarie davvero lo volessero e fossero preparate ad accettarne le conseguenze, potrebbero sempre farlo praticamente nel giro di una notte. Controllano completamente la base della piramide creditizia e, a questo scopo, basterebbe un annuncio credibile del fatto che non aumenteranno la quantità di banconote in circolazione ed i depositi bancari ma che, se necessario, li diminuiranno.

Al riguardo gli economisti non hanno alcun dubbio. Ciò che mi preoccupa non sono le possibilità tecniche, ma quelle politiche. Qui infatti siamo di fronte ad un compito così difficile che sempre più persone, incluse quelle molto competenti, si sono rassegnate all’idea dell’inevitabilità di un’inflazione che continua indefinitamente. Non conosco infatti alcun serio tentativo di mostrare come possiamo superare questi ostacoli che risiedono non nel campo monetario, ma in quello politico. E neppure io possiedo la panacea sicuramente applicabile ed efficace nelle condizioni in cui ci troviamo. Ma non penso che sia un compito al di là dell’ingegno umano, una volta che si sia capita in generale l’urgenza del problema.

Il mio principale scopo questa sera è spiegare chiaramente perché dobbiamo fermare l’inflazione se vogliamo mantenere una vitale società di uomini liberi. Una volta che si sia esattamente capita questa urgente necessità, spero che le persone avranno il coraggio di afferrare quei ferri roventi cui bisogna mettere mano per rimuovere gli ostacoli politici e per avere una chance di ristabilire una efficiente economia di mercato.

Nei resoconti dei libri di testo elementari, e probabilmente nella mente del pubblico in generale, si considera solamente un effetto dannoso dell’inflazione, quello che influisce sulle relazioni fra debitori e creditori. Chiaramente, un’imprevista svalutazione del valore della moneta danneggia i creditori ed avvantaggia i debitori. Questo è un importante Leggi tutto

La depressione dimenticata

51SzmsthaxL._SX333_BO1,204,203,200_La depressione dimenticata è un racconto sulla depressione del 1920-21. Nonostante sia basato su una teoria ben definita – la teoria austriaca del ciclo economico – non è un comune elaborato di economia applicata. Innanzi tutto il libro non presenta una rigorosa esposizione della teoria ed inoltre passa ad applicare la teoria citando specifici fatti qualitativi e dati statistici per spiegare un fatto storico complesso quale una depressione. Il libro procede invece tramite gli aneddoti ed i racconti della stampa dell’epoca, liberamente arricchito da citazioni di governanti, politici, economisti, uomini d’affari ed altri osservatori della depressione in corso.

Le statistiche sulla moneta, sui prezzi e sulla produzione sono inserite nei punti cruciali per tenere il lettore al corrente del rapido declino dell’economia, ma queste non predominano né rallentano la storia. James Grant – raffinato scrittore – intreccia in modo efficace questi eterogenei elementi in una narrazione scorrevole, persuasiva e convincente che non va mai fuori tema. Il libro dovrebbe suscitare l’interesse di un’ampia gamma di lettori: dagli studenti universitari ed uomini d’affari ai professori di economia e politici.

Procedendo tramite aneddoti, Grant offre al lettore un’immagine chiara dello scenario intellettuale che dominava all’epoca, offrendo una corroborante approfondimento su un modello economico inconcepibilmente estraneo al pensiero attuale sui cicli economici. Questa è la ragione per cui il libro è particolarmente valido per i professori di economia al di là degli orientamenti teorici o delle preferenze politiche. Grant propone al lettore una chiara esposizione della politica per risolvere le depressioni quasi universalmente adottata nell’età precedente agli attuali modelli macroeconomici e prima che le formule matematiche si fissassero nelle menti degli economisti e dei maggiori opinionisti. Questa politica è oggi derisoriamente ricordata con il termine di “liquidazionista”.

Per comprendere la posizione liquidazionista, si devono prima conoscere i suoi concetti ed i suoi principi fondamentali. Nel mondo così riccamente descritto da Grant, all’inizio del 1920 non esisteva un’entità macroeconomica nazionale che veniva studiata dalla Leggi tutto

La “presunzione intellettuale” e la diffusione delle idee keynesiane nonostante il loro evidente fallimento

Se si affronta il successo e la diffusione delle idee keynesiane fra gli intellettuali da un punto di vista utilitarista è evidente la convergenza di interesse fra ceto politico e ceto intellettuale: i politici hanno bisogno di una qualche giustificazione da dare alle masse per aumentare l’intermediazione di risorse economiche e gli intellettuali agiscono da ufficio marketing ricavandone compensi. Naturalmente i compensi non sono solo di natura economica, ma anche in termini di prestigio (premi, passaggi in tv, incarichi, ecc.) e di potere. Il riconoscimento pubblico fa sempre piacere ed essere consigliere del principe o addirittura nella stanza dei bottoni non lascia certamente indifferenti. Quanti “professori” hanno avuto cariche pubbliche?

Ci sono altri aspetti che forse sono preponderanti e che in ogni caso incidono in maniera importante a fianco dell’aspetto utilitarista. Il principale di questi lo potremmo denominare la “presunzione dell’intellettuale”, ovvero la convinzione che dalla “maggior cultura acquisita” discenda automaticamente il ruolo di guida della vita altrui a cui insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quanti laureati che non hanno mai letto un quotidiano o un libro in più rispetto a quelli scolastici si gonfiano per la loro presunta cultura superiore? E quale migliore strumento dello Stato per dettare le regole a cui ci si deve attenere?

Ovviamente in questa presunzione c’è buona fede e non volontà di potenza, ma gli effetti sono gli stessi. Quest’idea è supportata da un positivismo mai veramente scomparso, altrimenti non si spiegherebbe come mai le cosiddette scienze sociali tendono a scimmiottare le metodologie delle scienze “dure”. Il successo di scienze come matematica, fisica, chimica ha infatti innescato un processo di imitazione da parte delle altre scienze, che ha determinato l’affermarsi di teorie che da un lato prevedono una “matematizzazione” e dall’altro la possibilità di modificare la realtà dall’alto, con meccanismi di cause ed effetto. Il meccanicismo di Cartesio è di fatto esteso all’uomo e non a caso a volte è capitato Leggi tutto

L’economia Austriaca è più di un’economia di libero mercato

Gli economisti Austriaci sono noti per il sostegno del libero mercato e la critica dell’intervento statale. Infatti molte persone pensano erroneamente che l’economia Austriaca non sia altro che una difesa radicale del libero mercato, sebbene sia un modello per studiare l’azione umana e le sue implicazioni sociali.

Ciononostante è spesso possibile avvistare conclusioni di libero mercato sullo sfondo dei lavori Austriaci, e questo fa emergere importanti domande su come le implicazioni di politica possano influenzare lo sviluppo della teoria. Ad esempio, è possibile che la necessità di giustificare le politiche di libero mercato distorca la ricerca Austriaca? Questa è la tesi sostenuta in una nuova raccolta di saggi curata da Guinevere Nell, intitolata Austrian Theory & Economic Organization: Reaching Beyond Free Market Boundaries.

Nell sostiene che gli economisti Austriaci contemporanei si concentrino sul fare ricerche che arriveranno a “conclusioni imperative di libero mercato.” Così, secondo Nell, il loro lavoro è più ideologico che metodologico, e ogni ricerca che mette in discussione l’ortodossia del libero mercato viene evitata e respinta.

Secondo Nell lo status quo Austriaco deve cedere il passo ad un approccio all’economia più imparziale, soprattutto nell’organizzazione della teoria. Naturalmente non tutti i collaboratori di questo libro condividono le sue opinioni. Tuttavia la maggior parte dei capitoli sono coerenti con il suo obiettivo di sviluppare idee Austriache senza preoccuparsi di renderle adatte a conclusioni di libero mercato.

In pratica tutto si riduce a proporre diverse proposizioni che gli Austriaci potrebbero considerare controverse. Ci sono variazioni sui temi di base, ma le idee di base sono le seguenti:

  1. il libero mercato produce gravi problemi sociali ed economici,
  2. il governo (ad esempio, il socialismo di mercato) può essere una valida forma d’ordine spontaneo, e
  3. il governo può migliorare i risultati del mercato, soprattutto per quanto riguarda la giustizia sociale.

 

Non sono convinto che il libro riesca a difendere qualsiasi di queste proposizioni. Prima di spiegare questa valutazione, però, vorrei … Leggi tutto

L’economia cristiana in una lezione

[La seguente è la “Prefazione all’edizione italiana” dell’ultimo libro di Gary North, Christian Economics in One Lesson. Per acquistare l’ebook completo della traduzione in italiano cliccate su questo link.]

 

L’economia moderna è pregna di quello che potremmo definire “pragmatismo economico”. Ovvero, se qualcosa funziona dal punto di vista empirico, allora funzionerà per sempre. Questa massima viene sostenuta dalla maggior parte della popolazione, nonché dall’establishment accademico e politico. Non esiste alcuna teoria a sostegno di questo punto di vista, solo la praticità di un sistema che riesce a protrarsi tanto a lungo da convincere chicchessia che tutto continuerà ad andare così. Non c’è modo di convincere tali persone della proposizione errata delle loro convinzioni, anche se intorno a loro non ci sarà altro che devastazione economica, continueranno a chiedere penitenti una dose maggiore di quello che credevano fosse un percorso risolutivo “nella pratica”.

Cosa ci vuole affinché cambino idea? Un crollo tonante dell’economia. Una discontinuità talmente monumentale nell’attuale pratica economica, da incitare gli attori di mercato a riconsiderare le loro posizioni riguardo l’economia. Infatti la maggior parte delle persone aderisce all’economia keynesiana anche senza saperlo. Anche se non ha mai letto nulla di teoria economica, ha una propensione a seguire il pensiero keynesiano. Perché? Due parole: pasti gratis.

La promessa di una vita all’insegna di grandi ricchezze guadagnate col minimo sforzo, stimola la maggior parte degli individui a cedere parte delle loro libertà personali a favore di un politburo monetario in grado, presumibilmente, di direzionare l’intera economia verso lidi di maggiore prosperità e nel contempo sganciare una valanga di pasti gratis. Sicurezze in ogni dove, certezze dietro ogni angolo, e più nessuna responsabilità. È questa la promessa del politburo monetario. È una promessa vuota. È la promessa presente in qualsiasi schema di Ponzi.

Non tutti abbandoneranno le vecchie abitudini di cadere vittima di simili promesse, ma di certo staranno più attenti. Dopo essere rimasti scottati una volta, sarà più … Leggi tutto

Fame e keynesismo militare: lezioni dalla Germania nazista

militar_keynesismMolti americani, dalla Glenview State Bank di Chicago all’autrice Ellen Brown, esaltano i successi raggiunti dalle politiche economiche messe in atto dal regime nazista, sebbene un più attento esame svelerebbe una storia fatta di razionamenti, scarsità e fame diffusa. Comprendere i motivi di quel fallimento può insegnarci a scongiurare il  medesimo destino.

Premessa

La leggenda narra del paese ereditato da Hitler, nel 1933, e devastato dalla Grande Depressione. Il Cancelliere del Reich, grazie alle sue politiche aggressive, rivoltò la nazione come un calzino, rendendola una potenza economica di prim’ordine. Tuttavia, come sostiene il professor Evans dell’Università di Cambridge, nella sua influente opera The Third Reich Trilogy, la verità svela uno scenario radicalmente diverso[1].

Evans, un marxista in sintonia con Keynes ed il suo interventismo statale, invero racconta un Terzo Reich in cui erano all’ordine del giorno razionamenti, scarsità e miseria. L’agenzia per l’alimentazione del Reich, società controllata dallo Stato e responsabile per la produzione agricola, non era capace di sfamare la sua gente con regolarità; detta produzione raramente superò i livelli del 1913, nonostante vent’anni di progresso tecnologico. La domanda di beni alimentari di base – come carne suina, frutta e grassi – eccedeva la sua offerta di circa il 30 percento. In pratica, per ogni dieci lavoratori tedeschi in fila per acquistare carne razionata dai depositi di approvvigionamento di proprietà statale, tre tornavano a casa affamati[2].

La medesima scena si ripresenta allorquando si discute di automobili, vestiti e materiali ferrosi. Le nuove abitazioni dovevano essere costruite con tubature in legno, proprio a causa della scarsità di ferro. I depositi di ferro nazionalizzati non erano in grado di produrne sufficientemente per uso militare e civile. Persino i capi d’abbigliamento erano razionati; un osservatore statunitense definì la scarsità di carburante e gomma “drastiche restrizioni per l’uso di veicoli a motore”[3]. Naturalmente, dacché lo Stato aveva stabilito quali e quanti modelli di auto e camion dovessero essere prodotti, non vi … Leggi tutto

Ecco la scelta: libero mercato o tassazione più banche centrali?

Pubblichiamo di seguito un brano del Prof. Ubiratan Jorge Iorio, inizialmente inteso per la rivista Liber@mente e gentilmente licenziato dall’autore per una riproposizione su questo sito.

Mises Italia

Cento anni fa, esattamente nel 1913,liberamente accaddero due eventi apparentemente scollegati tra loro ma che, oltre ad essere strettamente correlati, hanno causato ingenti perdite di libertà di scelta e, conseguentemente, hanno impedito allo sviluppo economico e sociale di seguire il suo naturale corso guidato dall’azione umana individuale. Il primo fu la creazione della banca centrale degli Stati Uniti, la Fed, e il secondo l’istituzione dell’imposta sul reddito.

Infatti la tassazione e i controlli sulla moneta, il credito ed il tasso di interesse sono fattori di maggiore potere politico, quest’ultimo sempre artificiale e oggetto di decisioni burocratiche su mercati che invece sono ordini spontanei, come enfaticamente hanno sottolineato i grandi economisti della Scuola Austriaca, specialmente Mises, Hayek, Rothbard e Kirzner. Purtroppo quasi tutti i politici e gli economisti non la pensano così, soprattutto dopo gli anni ’30 del XX secolo con l’avvento di uno dei più grandi mali che la sana teoria economica abbia sofferto: il keynesismo, sicuramente una malattia non solo della scienza economica, ma anche dei principi morali fondamentali e della vita stessa dei cittadini.

L’economia nel mondo reale è costituita dall’azione umana individuale e volontaria nel corso del tempo e in condizioni di reale incertezza. Così gira il mondo da tempo immemorabile, quando gli uomini hanno scoperto quali vantaggi si possano ricavare dalla divisione del lavoro e dalla libera interazione sui mercati. Questi ultimi sono processi dinamici di scoperta, di tentativo ed errore, di imprenditorialità, perdite, profitti e, in sintesi, di ricerca permanente di una maggiore soddisfazione personale. Quando lo Stato interviene in questo processo, necessariamente provoca deviazioni dal suo corso spontaneo, distraendo le scarse risorse in attività scelte dai politici o dai “tecnici” e non da soggetti volti al perseguimento della propria felicità, essenza questa della vita stessa. Come … Leggi tutto

“Ipermodernità”: la catastrofe economica Occidentale – L’età di Keynes e Bretton Woods

L’età di Keynes e di Bretton Woods (1944-1971)

La Seconda Guerra keynesMondiale sovverte completamente lo scenario geopolitico, offrendo agli Stati Uniti – che emergono come potenza egemone rispetto ad un’Europa in rovina – l’opportunità di progettare un nuovo ordine (economico) mondiale, volto ad eliminare i tre grandi mali del periodo interbellico: volatilità dei cambi, barriere doganali[1] (e nazionalismo economico in genere), squilibri eccessivi nella bilancia dei pagamenti. I rappresentanti delle Nazioni Unite [2], riuniti a Bretton Woods, vedono un solo mezzo adatto ad evitarli: la cooperazione internazionale, affidata al governo di istituzioni create ad hoc. Nascono, così, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Al primo compete la gestione del nuovo gold exchange standard, quindi delle parità che ciascuno Stato membro manterrà con il dollaro, che, rimasto unica valuta convertibile in oro [3], si avvia a diventare la moneta del mondo interno, la “liquidità internazionale” per antonomasia) [4]; inoltre, per ovviare a squilibri temporanei nella bilancia dei pagamenti, gli Stati medesimi potranno attingere alle riserve del Fondo, autorizzato a concedere prestiti a breve termine (per un massimo di tre anni) [5]. Gli interventi strutturali spettano, invece, alla Banca mondiale [6]; e in tale sede, «perfino negli anni in cui imperava l’ideologia del libero mercato [sic!], spesso si discuteva di quali potessero essere le politiche più idonee per risolvere i problemi di un determinato paese» [7].

La stessa esistenza di due istituzioni pone un problema di rapporti reciproci; e, dopo un iniziale riparto di compiti [8], si instaura, nella prassi, una netta supremazia del Fondo [9].

Invece, la promozione del libero scambio, obiettivo condiviso dalle Nazioni Unite, dovrebbe spettare ad una terza istituzione, l’Organizzazione Internazionale del Commercio (ITO); ma l’accordo istitutivo[10] non ottiene la ratifica del Congresso degli Stati Uniti, timoroso di perdere la sovranità sulla politica commerciale, sicché si deve prorogare l’accordo-ponte – il GATT, General Agreement on Tariffs and Trade[11] – raggiunto … Leggi tutto

Il mondo è impazzito?

Da ragazzino mi mises ubiratanpiaceva giocare a calcio con gli amici nel cortile di mio zio Salvatore e, quando la palla partiva nella direzione sbagliata frantumando un vetro, lui ci rimproverava tutti col suo accento calabrese: “Guardate guagliuni cosa avete fatto! Avete visto che danno? Siete forse impazziti? Per punizione starete un mese senza palla!”.

Oggi, dopo tanti anni, mi chiedo: il mondo è forse impazzito? Perché gli economisti  insistono nel rompere finestre? Perché mai Keynes ha detto che questa pratica potrebbe generare posti di lavoro? Perché non si legge Bastiat, Mises, Hayek? Se zio Turiddu fosse vivo, la giusta punizione da lui impartita a governi e banche centrali sarebbe stata: “Dimenticate Keynes e la macroeconomia tradizionale, leggete tutti i libri di Mises e degli economisti Austriaci per i prossimi cent’anni!“.

Invero, sembra proprio che il nostro vecchio mondo sia decisamente impazzito, una malattia dai diversi nomi ma tutti equivalenti: interventismo, socialismo, keynesismo, monetarismo, sviluppismo, socialdemocrazia, stato sociale, populismo …

Di certo, lungo tutta la storia economica mondiale, banche centrali e commerciali mai hanno emesso tanto denaro e convogliato tanto credito, sotto gli occhi compiacenti di un Comitato di Basilea divenuto ormai una sorta di club esclusivo a garanzia di banche centrali e banchieri. I vari governi, dal canto loro, mai avevano raggiunto debiti pubblici a livelli tanto irresponsabili quanto quelli che oggi vediamo, tutto sotto la benedizione ‘scientifica’ del keynesismo e del monetarismo: teorie economiche che hanno dimostrato, ieri come oggi, la propria incapacità di spiegare il mondo reale.

La crisi globale non è dovuta alla mancanza di credito o di regolamentazioni statali, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa! Essa non è stata provocata dai mercati, ma dai governi! Causa principale della crisi è stata l’imposizione di tassi di interesse artificialmente bassi da parte delle banche centrali, tra cui la FED e la Banca Centrale Europea.

La Teoria Austriaca del Ciclo Economico (Austrian Business Cycle Leggi tutto

Genealogia del criptosocialismo italiano

E' interessante notare che, in Italia, Paese che non ha mai conosciuto (ufficialmente) l'esperienza del c.d. "Socialismo reale", dibattito politico e linguaggio comune sono arroventati da due etichette brandite con spregio, "fascismo" e "comunismo", mentre nessuna connotazione negativa si riscontra per il termine "socialismo". Me ne sono reso conto un pomeriggio in cui spiegavo ad un amico americano la necessit di prendere lo scontrino al bar e il rischio di multe: il suo commento sdegnato fu "Che sistema socialista!".