Il rimbalzo del PIL greco: una non-sorpresa

Oggi, i notiziari economici Ciprohanno riportato con stupore la notizia di una crescita del PIL greco pari allo 0,8%, nel secondo trimestre, rispetto al precedente (e dell’1,4% tendenziale); le previsioni indicavano un calo dello 0,5.

Tuttavia, un articolo di Ekathimerini ricorda, molto opportunamente, che i controlli sui movimenti di capitale sono entrati in vigore il 28 giugno – quindi il loro impatto si vedrà nelle statstiche del trimestre successivo, tuttora in corso – e che, fino alla loro introduzione, i greci si erano lanciati in una vera e propria corsa alla spesa in articoli di lusso e altri beni-rifugio.

Per la verità, forse parlare di “beni-rifugio” non è del tutto appropriato e una buona parte di questi acquisti era già in programma ma è stata anticipata; di sicuro, però, la prospettiva di un ritorno alla dracma, o di un taglio sui conti correnti in puro stile cipriota, ha posto i greci di fronte all’alternativa tra l’uovo oggi e… il nulla domani. Non mi stupirei, quindi, se si trovasse conferma di quanto ho sostenuto in un articolo precedente, cioè che lo scopo di ciascuno era svuotare il conto corrente, il cui saldo, improvvisamente non più percepito come sostituto monetario perfetto, era diventato la “moneta cattiva” della legge di Gresham. In effetti, è difficile pagare in contanti articoli di lusso e simili (in Italia, dati gli importi, sarebbe anche illegale; in Grecia non saprei); se i dati sulle entrate fiscali vedranno un incremento delle entrate di cassa non interamente spiegabile con questo sussulto del PIL, credo che potrà valere come conferma del fatto che i conti correnti sono stati usati per comprare… perfino la pace con il Fisco.

Il dato congiunturale è senz’altro una buona notizia per la Grecia: dopo anni di obiettivi macroeconomici mancati, un risultato migliore delle attese riduce il rischio di un nuovo giro di vite sul fronte fiscale, oltre a quelli appena introdotti. Ma non bisogna … Leggi tutto

La corsa ai Bancomat e la legge di Gresham

Mentre scrivo, l’ennesima giornatasocialism “decisiva” per le sorti della Grecia si srotola come una cacofonica partitura di dichiarazioni, smentite, repliche, impressioni… e incertezze. Ma, a margine di tutto questo, perviene anche qualche notizia di cronaca. E se non mancano fonti secondo cui il blocco dei capitali sta causando problemi seri alle transazioni commerciali, perché, nei rapporti tra imprese o con i fornitori all’estero, si ha paura ad accettare i pagamenti banca su banca, altre notizie parlano di una corsa all’impiego dei conti correnti per acquistare ogni sorta di bene-rifugio e – mirabile dictu – perfino per pagare le tasse!

E’ probabile che le due versioni dei fatti siano entrambe vere. Ma mi concentrerei sulla seconda, perché le proposte di lettura Austriaca avanzate da John Rubino e da Paul-Martin Foss tendono a convergere e a ravvisarvi un sintomo di iperinflazione o di crack-up boom, causato da un’improvvisa perdita di fiducia nella moneta (per il rischio percepito di taglio ai saldi dei conti correnti).

Non sono del tutto in sintonia con quest’impostazione, che, a mio sommesso avviso, trascura l’ubi consistam della teoria monetaria, ossia la distinzione tra moneta e sostituti, moneta creditizia e mezzi fiduciari. Infatti, non è in crisi la moneta, che poi sarebbe l’euro in contanti; al contrario, i greci, potendo, ne farebbero incetta per limitare i danni di un eventuale ritorno alla dracma. Invece, di colpo il conto corrente – la moneta bancaria – non è più percepito come sostituto perfetto del contante, sia perché si è fatta palese la sua natura di mezzo fiduciario (per la quota non coperta da riserve), sia perché, ora, a questo credito si associa un rischio imminente e considerevole.

Questo, a mio avviso, giustifica tutti e tre i fenomeni concomitanti che, per quanto mi è dato di capire, la Grecia sta vivendo in questi giorni convulsi: la corsa ai Bancomat, ossia a incassare il credito, a trasformare in moneta il … Leggi tutto

Ludwig Von Mises – Il governo e la moneta

I mezzi di scambio e la moneta sono fenomeni che si originano dal mercato. È la condotta di chi scambia sul mercato a determinare quale sia il mezzo di scambio o moneta. L’occasione di occuparsi dei problemi monetari si presenta alle autorità allo stesso modo in cui queste, di fronte ad una inadempienza contrattuale, sono chiamate a decidere se sia giusto intervenire in maniera coatta per far rispettare gli obblighi. Se entrambe le parti risolvono in modo sincrono ed istantaneo le loro obbligazioni, come regola non c’è nessun motivo che spinga una delle parti a rivolgersi ad un giudice. Ma se invece una delle due parti rimanda nel tempo l’adempimento dei suoi obblighi, può accadere che tocchi a una corte stabilire come i termini del contratto debbano essere applicati. Se di mezzo c’è un pagamento in denaro, questo significa determinare che significato dare alle cifre a cui il contratto si riferisce.

Così tocca alle leggi del paese e alle corti definire che cosa le parti in causa avevano in mente quando parlavano di una certa somma di denaro e stabilire come l’obbligo a pagare quella somma debba essere assolto, secondo i termini pattuiti. Devono decidere che cosa debba essere considerata, o meno, moneta a corso legale. Nello svolgere questa mansione, la legge e le corti non creano la moneta. Un bene diventa moneta soltanto grazie il fatto che chi scambia beni e servizi lo usa come mezzo di scambio. In un’economia di mercato libera da interventi statali, la legge e i giudici, nell’attribuire ad una certa “cosa” la qualità di essere moneta a corso legale, in realtà stabiliscono solo che, secondo quelle che sono le usanze commerciali prevalenti, le parti in causa si riferivano proprio a quella merce nel loro accordo, quando parlavano di trasferire una certa somma di denaro. Le corti interpretano le usanze del commercio alla stessa maniera in cui procedono quando sono chiamate a decidere quale sia … Leggi tutto