Lo Stato (parte seconda)

Oh! chiedo perdono a voi, sublimi uomini di lettere, che non vi arrestate di fronte a nulla, nemmeno davanti alle contraddizioni. Ho torto, senza alcun dubbio, e mi ritiro umilmente. Io non chiedo di meglio, siatene certi, se davvero voi avete scoperto, al di fuori di noi, un benefattore dalle risorse inesauribili che si chiama lo Stato, che ha del pane per tutte le bocche, del lavoro per tutte le braccia, dei capitali per tutte le imprese economiche, del credito per tutti i progetti, dell’unguento per tutte le piaghe, del balsamo per tutte le sofferenze, dei consigli per tutte le indecisioni, delle soluzioni per tutti i dubbi, delle verità per tutti gli esseri pensanti, delle distrazioni per tutte le tribolazioni, del latte per l’infanzia, del vino per la vecchiaia, un benefattore che provvede a tutti i nostri bisogni, previene tutti i nostri desideri, soddisfa tutte le nostre curiosità, corregge tutti i nostri errori, tutte le nostre manchevolezze, e ci dispensa oramai tutti dall’essere previdenti, prudenti, giudiziosi, saggi, esperti, ordinati, economi, temperati, attivi.

E perché non dovrei io desiderarlo?  Dio mi perdoni, più ci rifletto, più trovo la cosa conveniente, e non vedo l’ora di avere anch’io, al mio servizio, questa fonte inesauribile di ricchezze e di illuminazioni, questo elisir universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che voi chiamate Stato.

Per cui io chiedo che me lo si mostri, che lo si definisca, ed è per questo che propongo di istituire un premio per il primo che svelerà questa fenice. Perché, in fin dei conti, sarete ben d’accordo con me che questa scoperta preziosa non è stata ancora fatta, dal momento che, fino ad ora, tutto ciò che si presenta sotto il nome di Stato, la gente lo rifiuta immediatamente, proprio perché non soddisfa le condizioni peraltro un po’ contraddittorie del programma.

Occorre proprio dirlo?  Io temo che tutti noi siamo, a questo riguardo, sotto l’influsso ingannevole di una … Leggi tutto

La Legge (parte sedicesima)

Mi sembra di avere dalla mia parte la teoria; perché qualunque problema io sottometta al ragionamento, sia esso religioso, filosofico, politico, economico; che tratti del benessere, della moralità, dell’uguaglianza, del diritto, della giustizia, del progresso, della responsabilità, della solidarietà, della proprietà, del lavoro, dello scambio, del capitale, dei salari, delle imposte, della popolazione, del credito, del governo; da qualsiasi punto dell’orizzonte scientifico io parta con le mie ricerche, sempre invariabilmente giungo a questa risposta: la soluzione del problema sociale risiede nella Libertà.

E non ho anche dalla mia parte l’esperienza? Date un’occhiata al mondo.

Quali sono i popoli più felici, i più morali, i più accettabili? Quelli dove la Legge interviene di meno nell’attività delle persone; dove il governo si fa sentire di meno; dove l’individualità ha maggiori possibilità di espandersi e l’opinione pubblica ha più di influenza; dove gli intoppi amministrativi sono i meno numerosi e i meno complicati; le imposte le meno pesanti e le meno sbilanciate; lo scontento popolare meno pronunciato e meno giustificabile; dove la reponsabilità degli individui e delle classi è la più attiva, e dove, ne consegue, se i costumi non sono perfetti, essi tendono inevitabilmente a correggersi; dove le transazioni, le convenzioni, le associazioni sono le meno impedite; dove il lavoro, i capitali, la popolazione, subiscono i minori disagi creati ad arte; dove l’umanità segue maggiormente la propria strada; dove il pensiero di Dio prevale maggiormente sulle trovate degli uomini; quei popoli, in una parola, che si avvicinano di più a questa soluzione: nei limiti del diritto, tutto si compie attraverso la spontaneità libera e perfettibile dell’essere umano; nulla ha luogo attraverso la Legge o la forza altro che la Giustizia universale.

Occorre dirlo: ci sono troppi uomini importanti nel mondo; ci sono troppi legislatori, organizzatori, creatori di società, conduttori di popoli, padri della nazione, ecc. Troppa gente si pone al di sopra dell’umanità per irregimentarla; troppi si incaricano per professione di occuparsi Leggi tutto

La Legge (parte quindicesima)

Io riprendo il mio argomento e dico: subito dopo la scienza economica e all’inizio della scienza politica [*], si presenta un problema centrale.

[*] L’economia politica precede la politica, essa chiarisce se gli interessi umani sono naturalmente armonici o antagonisti; la qual cosa dovrebbe sapersi prima di fissare le attribuzioni del governo.

Il problema è il seguente.

Che cos’è la Legge? che cosa deve essa essere? qual è il suo campo di intervento? quali sono i suoi limiti? a qual punto, di conseguenza, si fermano le attribuzioni del Legislatore?

Io non esito a rispondere: La legge è la forza comune organizzata per ostacolare l’Ingiustizia – e, detto in maniera succinta, LA LEGGE È LA GIUSTIZIA.

Non è vero che il Legislatore abbia sulle nostre persone e sulle nostre proprietà una potenza assoluta, poiché esse esistono prima del Legislatore e il suo compito è di circondarle di garanzie

Non è vero che la Legge abbia per missione di indirizzare le nostre coscienze, le nostre idee, le nostre volontà, la nostra istruzione, i nostri sentimenti, i nostri lavori, i nostri scambi, i nostri doni, le nostre felicità.

La sua missione è di impedire che in una di queste materie il diritto dell’uno usurpi il diritto dell’altro.

La Legge, dal momento che ha per sanzione necessaria la Forza, non può avere per campo di intervento legittimo che il legittimo campo della forza, vale a dire: la Giustizia.

E come ogni individuo non ha il diritto di ricorrere alla forza che in caso di legittima difesa, la forza collettiva, che non è che l’insieme delle forze individuali, non dovrebbe a ragione essere applicata ad altro fine.

La Legge, è dunque unicamente l’organizzazione del diritto individuale pre-esistente di legittima difesa.

La Legge è la Giustizia.

È un fatto incredibile che essa possa opprimere gli individui o espropriare le proprietà, persino per una finalità filantropica, essendo la sua missione quella di proteggere sia gli individui che Leggi tutto

La Legge (parte sesta)

Occorre assolutamente che si giunga ad una risoluzione di questo problema della Spoliazione legale, e non vi sono che tre vie d’uscita.

Che i pochi sfruttino i molti.

Che tutti sfruttino tutti.

Che nessuno sfrutti alcuno.

Sfruttamento parziale, Sfruttamento universale, assenza di Sfruttamento, occorre scegliere. La Legge non può perseguire che uno di questi tre risultati.

Sfruttamento parziale, – è il sistema che ha prevalso fino a quando l’elettorato è consistito di una parte ridotta della popolazione, sistema al quale si ritorna per evitare l’invasione del Socialismo.

Sfruttamento universale, – è il sistema da cui siamo stati afflitti da quando l’elettorato è divenuto universale, avendo la massa concepito l’idea di legiferare sulla base dei legislatori che l’hanno preceduta.

Assenza di Sfruttamento, – è il principio di giustizia, di pace, di ordine, di stabilità, di concordia, di buon senso che io proclamerei con tutte le forze, purtroppo! ben scarse, dei miei polmoni, fino al mio ultimo respiro.

E, sinceramente, si può esigere dalla Legge altre cose? La Legge, avendo quale sanzione necessaria la Forza, può essere impiegata, a ragione, per un altro compito che non sia quello di preservare i Diritti di ciascuno? Io sfido che la si possa far uscire da questi confini, senza capovolgerla, e, di conseguenza, senza rivoltare la Forza contro il Diritto. Ed essendo proprio là la più funesta, la più illogica perturbazione sociale che si possa immaginare, occorre ben riconoscere che la vera soluzione, così a lungo ricercata, del problema sociale è racchiusa in queste semplici parole: LA LEGGE È LA GIUSTIZIA ORGANIZZATA.

O, mettiamolo bene in luce: organizzare la Giustizia per mezzo della Legge, vale a dire per mezzo della Forza, porta ad escludere l’idea di organizzare per mezzo della Legge o della Forza una qualsiasi manifestazione dell’attività umana: il Lavoro, l’Assistenza, l’Agricoltura, il Commercio, l’Industria, l’Istruzione, le Belle Arti, la Religione; poiché non è possibile che una di queste organizzazione secondarie non annienti l’organizzazione Leggi tutto

La Legge (parte terza)

Quali sono le conseguenze di una tale perturbazione. Occorrerebbero dei volumi per descriverle tutte. Contentiamoci di indicare solo le più salienti.

La prima, è di cancellare nelle coscienze la nozione del giusto e dell’ingiusto.

Nessuna società può esistere se il rispetto delle Leggi non vi regni in una qualche misura; ma il dato più sicuro perché le leggi siano rispettate, è che esse siano degne di rispetto. Quando la Legge e la Morale sono in contraddizione tra di loro, il cittadino si trova nella crudele alternativa o di perdere la nozione di Morale o di perdere il rispetto della Legge, due sventure entrambe così grandi che è difficile fare una scelta.

È talmente insito nella natura della Legge il far regnare la Giustizia, che Legge e Giustizia sono un tutt’uno nell’animo delle masse. Noi tutti abbiamo una forte disposizione a considerare tutto ciò che è legale come legittimo, a tal punto che taluni fanno derivare erroneamente tutta la giustizia dalla Legge. È sufficiente quindi che la Legge ordini e consacri la Spoliazione perché la spoliazione sembri giusta e santa a molte coscienze. La servitù, la restrizione, il monopolio trovano difensori non soltanto in coloro che ne profittano, ma persino in coloro che ne soffrono le conseguenze. Provate a sollevare dei dubbi sulla moralità di queste istituzioni:

« Voi siete, dirà qualcuno, un innovatore pericoloso, un utopista, un teorico, un disprezzatore delle leggi; voi minate le basi sulle quali poggia la società. »

Tenete per caso un corso di morale, o di economia politica? Si troveranno dei canali ufficiali per far pervenire al governo questa richiesta:

« Che la scienza venga oramai insegnata, non più dal solo punto di vista del Libero Scambio (della Libertà, della Proprietà, della Giustizia), così come è avvenuto fino ad ora, ma anche e soprattutto dal punto di vista dei fatti e della legislazione (contrari alla Libertà, alla Proprietà, alla Giustizia) che si applica all’industria francese. Leggi tutto

La Legge (parte prima)

La legge usata per fini perversi! La legge – e con essa tutte le forze collettive della nazione, – la Legge, dicevo, non soltanto sviata dal suo vero fine, ma applicata a perseguire un fine del tutto opposto! La Legge divenuta lo strumento di tutte le cupidigie, invece di esserne il freno! La Legge che compie essa stessa le iniquità che essa aveva il compito di punire!

Certamente, se il fatto sussiste, si tratta di qualcosa di grave, su cui mi è permesso attirare l’attenzione dei miei concittadini.

Noi riceviamo da Dio il dono che per noi li racchiude tutti, la Vita, – la vita fisica, intellettuale e morale.

Ma la vita non si sostiene da sola. Colui che ce l’ha donata ci ha affidato la cura di sostenerla, di svilupparla, di perfezionarla.

Per fare ciò, ci ha provvisti di un insieme di Facoltà meravigliose; ci ha immersi in un insieme di vari elementi. È attraverso la messa in funzione delle nostre facoltà in relazione a questi elementi che si realizza il fenomeno dell’Assimilazione o Appropriazione, attraverso il quale la vita compie il percorso che le è stato assegnato.

Esistenza, Facoltà, Assimilazione – in altre parole, Personalità, Libertà, Proprietà, ecco l’essere umano.

Sono questi tre aspetti di cui si può dire, al di là di qualsiasi sottigliezza demagogica, che essi sono anteriori e superiori a qualsiasi regola legislativa prodotta dagli uomini.

Non è perché gli uomini hanno promulgato delle Leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà sono realtà in essere che gli esseri umani hanno emesso delle Leggi.

Cos’è dunque la legge? Come ho già affermato altrove, consiste nella organizzazione collettiva del Diritto individuale di legittima difesa.

Ognuno di noi deriva certamente dalla natura, da Dio, il diritto di difendere la sua Persona, la sua Libertà, la sua Proprietà, in quanto questi sono i tre elementi Leggi tutto

Cap. 7 – A spese di chi debba fabbricarsi la moneta e Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

oresme monetaPoiché la moneta, di per sé, appartiene alla comunità, deve essere fabbricata a spese della comunità; e ciò si fa nel modo più conveniente, se tali spese vengono prelevate dall’intero quantitativo di moneta, in questo modo: il materiale monetario, come l’oro, quand’è consegnato per la monetazione o venduto come moneta, si cede per una quantità di denaro inferiore a quella che se ne può ricavare, ad un prezzo prestabilito e fisso; ad es., se da un marco di argento si possono ricavare sessantadue soldi, e per il lavoro e il necessario alla sua monetazione si richiedono due soldi, allora il marco d’argento non monetato varrà sessanta soldi e gli altri due copriranno la monetazione. Ma questa quota fissa dev’essere tale da bastare abbondantemente, in ogni momento, per la fabbricazione della moneta. E se la moneta si può fare a minor prezzo, è sufficientemente consono che il residuo appartenga a chi la distribuisce o la regola, cioè al principe o al maestro del conio, e così funga quasi da rendita; tuttavia, tale porzione dev’essere moderata e piccola a sufficienza, se basteranno le monete nel debito modo, come si dirà in seguito; e se la porzione o rendita fosse eccessiva, ciò andrebbe a danno e pregiudizio all’intera comunità, come può risultar chiaro a ciascuno.

Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

Prima di tutto bisogna sapere che le leggi anteriori, gli statuti, le consuetudini, tutti gli ordinamenti che riguardano la comunità non vanno mai modificati senza una necessità evidente. Anzi, secondo Aristotele nel Libro II della Politica, la legge positiva antica non va rinnegata per una nuova migliore, a meno che non sia molto notevole la differenza nelle loro rispettive bontà, poiché tali mutamenti sminuiscono il prestigio e il rispetto di cui godono le leggi stesse, tanto più se avvengono di frequente. Da ciò, infatti, nascono scandalo e mormorazioni nel popolo e pericolo di disobbedienza. Soprattutto, poi, se tali cambiamenti fossero Leggi tutto

Il policentrismo legale, il problema della circolarità e il teorema di regressione dello sviluppo istituzionale

Volume 17, Nr. 4 (Inverno 2014)

polycentrismIl policentrismo legale è la visione secondo la quale la legge e la difesa non sono, nei loro aspetti rilevanti, diversi dagli altri beni e servizi normalmente forniti dal mercato e che, nella prospettiva delle riconosciute superiori capacità del mercato nell’allocazione delle risorse, le agenzie di protezione e di arbitrato in libera competizione fornirebbero questi beni a un livello di qualità molto superiore rispetto a quel che fanno i monopoli territoriali della forza.

(Tannehill and Tannehill, 1970; Rothbard, 1973; Molinari, [1849] 1977; Fielding, 1978; Friedman, 1989; Hoppe, 1999; Murphy, 2002; Stringham, 2007; Hasnas, 2008; Long, 2008).

Il monocentrismo legale dall’altra parte è il termine che uso per indicare l’opinione comunemente accettata secondo cui la legge e la difesa sono i tipici beni pubblici, che possono essere, solo, forniti, se proprio devono essere forniti da qualcuno, da un monopolio territoriale della forza (altrimenti detto ‘stato’).

La prima visione si è sviluppata in dialettica con quella successiva, e essendo uno dei più recenti sviluppi nel campo della economia politica, è comparativamente raro trovare delle critiche validamente formulate su di essa. Quella che ritengo di maggior interesse e che vorrei trattare in questo scritto è centrata sul cosiddetto ‘problema della circolarità’ (Morris, 1998; Lee, 2008; Buchanan, 2011), che evidenzia le presunte intrinseche lacune nel policentrismo legale. Tale problema si può riassumere brevemente così: per poter constatare che la competizione tra agenzie di protezione avrebbe effetti positivi, i policentristi spesso citano i risultati della teoria dei prezzi nella competizione di mercato. Questo comporterebbe dunque un problema di circolarità: il mercato infatti presuppone un quadro legale; perciò, prima che i policentristi possano usare, a proposito, gli argomenti teorici dei prezzi in regime concorrenziale di mercato, devono dimostrare che i requisiti legali necessari al funzionamento del mercato siano soddisfatti, il che è come dire che i diritti di proprietà e i contratti, siano fatti rispettare. Se questi requisiti non risultano … Leggi tutto

Pena e proporzionalità – I parte

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

ethics libertyPochi aspetti della teoria politica libertaria vertono in uno stato meno soddisfacente rispetto alla teoria della pena. [2] Di solito, i libertari sono stati soddisfatti di asserire o sviluppare l’assioma per cui nessuno possa aggredire la persona o la proprietà altrui; quali sanzioni potrebbero essere prese contro un tale invasore sono state, in genere, scarsamente trattate. Abbiamo avanzato il punto di vista per cui il criminale perde i suoi diritti in misura uguale a quelli di cui priva un’altra persona: la teoria della “proporzionalità”. Ora dobbiamo fare ulteriori considerazioni su ciò che tale teoria della pena proporzionale potrebbe implicare.

In primo luogo, dovrebbe essere chiaro che il principio proporzionale è considerabile come una massima pena per il criminale, piuttosto che obbligatoria. Nella società libertaria ci sono, come abbiamo detto, solo due parti in una disputa o in un’azione legale: la vittima, o querelante, ed il presunto criminale, o imputato. È il querelante che fornisce capi d’accusa alla corte contro il malfattore. In un mondo libertario, non ci sarebbero crimini contro una mal definita “società” e, dunque, nemmeno una figura come il “procuratore distrettuale” che decide su di un’accusa e poi muove tali accuse contro un presunto criminale. La regola della proporzionalità ci dice quanto un querelante possa pretendere da un imputato colpevole e niente più; essa impone il limite massimo alla pena che può essere inflitta prima che colui che infligge la pena diventi egli stesso un criminale aggressore.

Così, dovrebbe essere piuttosto chiaro che, sotto la legge libertaria, la pena capitale dovrebbe essere limitata strettamente ai crimini di assassinio. Un criminale perderebbe il suo diritto alla vita solo se ha prima tolto ad una vittima lo stesso diritto. … Leggi tutto

Perché sono un anarco-capitalista

leviatanoMolte persone – forse oggi più che mai – si definiscono sostenitrici del libero mercato, nonostante l’accanita propaganda che viene fatta contro di esso. E ciò è grandioso. Tali dichiarazioni di supporto, comunque, sono seguite dall’inevitabile ma: ma abbiamo bisogno che il governo provveda alla sicurezza fisica e alla risoluzione delle dispute, i servizi più critici di tutti.

Perlopiù senza averci ragionato, persone che altrimenti sarebbero a favore del mercato, vogliono conferire al governo la produzione dei beni e dei servizi più importanti. Parlando di produzione di moneta, molti di loro preferiscono un monopolio governativo (o delegato dal governo); invece, per quanto riguarda la produzione della legge e dei servizi di protezione tutti sono a favore di un monopolio del governo.

Questo non per dire che questa gente sia stupida o imbecille. Più o meno tutti noi abbiamo attraversato un periodo in cui credevamo in un governo limitato – o periodo miniarchico – e semplicemente non abbiamo mai esaminato da vicino le nostre premesse.

Per cominciare, uno sguardo ad alcuni principi basilari di economia dovrebbe farci fermare a riflettere, prima di assumere che l’attività del governo sia consigliabile:

  • I monopoli (di cui il governo stesso è un esempio primario), a lungo andare, conducono a prezzi più alti e servizi più scarsi.
  • Il sistema di prezzi del mercato libero indirizza costantemente le risorse in modo tale che i desideri dei consumatori siano soddisfatti nel modo più efficiente in termini di costi-opportunità.
  • Il governo, d’altro canto, non può essere “gestito come un’azienda”, come Ludwig von Mises spiegò in Bureaucracy. Senza il test profitto-perdite, un’agenzia governativa non ha idea di cosa produrre, in quali quantità, in quali posti, usando quali metodi. Ogni loro decisione è arbitraria.

In altre parole, quando si giunge ad avere la fornitura di qualsiasi bene da parte del governo, abbiamo buoni motivi per aspettarci bassa qualità, prezzi alti e allocazioni di risorse fatte in modo arbitrario e … Leggi tutto