Pianificazione, scienza e libertà – I Parte

[Nature, no. 3759 (November 15, 1941), p. 581–84]

world_handIn Gran Bretagna, abbiamo assistito negli ultimi dieci anni al forte ritorno di un movimento che per almeno tre generazioni è stato una forza decisiva nella formazione dell’opinione e dell’andamento degli affari sociali in Europa: il movimento per l’“economia pianificata”. Come in altri paesi – prima in Francia e poi particolarmente in Germania – questo movimento è stato fortemente supportato e persino guidato da uomini di scienza ed ingegneri.

Oggi, è riuscito così tanto a catturare l’opinione pubblica che quella esigua opposizione che viene fatta giunge quasi solamente da un piccolo gruppo di economisti. A questi economisti, tale movimento sembra non solo proporre mezzi inadatti per gli scopi che si prefigge; esso inoltre appare ai loro occhi come la principale causa di quella distruzione di libertà individuale e spirituale che costituisce la grande minaccia della nostra epoca. Se questi economisti hanno ragione, un grande numero di uomini di scienza si sforza involontariamente per la creazione di uno stato di affari che essi stessi hanno tutte le ragioni di temere. L’obiettivo del ritratto che mi accingo a descrivere è quello di delineare il ragionamento su cui tale punto di vista si basa.

Qualsiasi breve discussione sull’“economia pianificata” è ostacolata dalla necessità di dover prima spiegare cosa precisamente si intende col termine “pianificata”. Se il termine fosse preso nel suo senso più generale di progetto razionale delle intuizioni umane, non ci sarebbe alcuno spazio per discussioni riguardo alla sua desiderabilità. Ma, sebbene la popolarità della “pianificazione” sia almeno in parte dovuta a questa più ampia connotazione della parola, è oggi usata con un significato più stringente, in un senso più specifico. Essa descrive uno soltanto tra i diversi principi che potrebbero deliberatamente essere scelti per l’organizzazione della vita economica: quello della direzione centrale di tutto l’impegno economico, come opposto alla sua direzione tramite un sistema concorrenziale.

In altre parole, oggi, pianificare significa … Leggi tutto

Perché essere libertari?

[Questo saggio è il capitolo 15 del libro “Egualitarismo come rivolta contro la Natura.]

rothbardDunque, perché essere libertari? Con questa domanda intendo: qual è il punto dell’intera questione? Perché assumersi un profondo impegno, che dura per tutta la vita, verso il principio e l’obiettivo della libertà individuale? In un mondo largamente illiberale come il nostro, essere fedeli ad un tale impegno significa trovarsi inevitabilmente in radicale disaccordo con lo status quo, ed ugualmente ineluttabilmente in uno stato di alienazione da esso, che ci imporrà molti sacrifici, sia in termini economici sia di prestigio. Quando la vita è breve, e il momento della vittoria lontano nel futuro, perché passare attraverso tutto ciò?

Incredibilmente, abbiamo trovato, tra il crescente numero di libertari in questo paese, molte persone che, partendo da una visione estremamente ristretta o da un punto di vista estremamente personale, sono giunte ad un impegno libertario. Molti sono irresistibilmente attratti dalla libertà come sistema intellettuale o come obiettivo estetico, ma la libertà rimane per loro un gioco di parole puramente intellettuale, completamente scisso da ciò che considerano le “vere” attività delle loro vite quotidiane. Altri sono motivati a rimanere libertari solamente in previsione di ottenere il loro personale profitto economico. Comprendendo che un libero mercato fornirebbe opportunità di gran lunga migliori alle persone competenti e indipendenti di raccogliere i profitti imprenditoriali, costoro divengono e rimangono libertari esclusivamente per trovare maggiori opportunità per guadagni economici. È senza dubbio vero che le opportunità per guadagnare sarebbero molto superiori e più diffuse in un mercato ed una società liberi; tuttavia, riporre la propria primaria enfasi su questa motivazione come giustificazione per l’essere libertari può essere considerato solamente grottesco. Nel … Leggi tutto

Non lasciate che sia il Governo a definire il Matrimonio

anelliIl 7 giugno 2006, il Senato degli Stati Uniti votò per abrogare un emendamento della Costituzione che avrebbe definito, in parte, il matrimonio come un’unione legale fra uomo e donna.

A prescindere dagli sviluppi a cui ha dato luogo, questa iniziativa è tutt’altro che conclusa. Vi sono valide ragioni per respingere un emendamento del genere e analizzarne gli errati presupposti.

In primo luogo, dobbiamo misurarci con la convinzione popolare secondo cui un matrimonio certificato dallo Stato sia un “diritto”. Quest’ultimo, non è altro che un “benefit” elargito dal governo, che accorda un trattamento di favore dalla legge e impone alle industrie private l’adozione di particolari misure, oltre ad autorizzare la pratica di matrimoni legali a una minoranza scelta, finendo così per privare tutti gli altri della possibilità di intraprendere liberamente un percorso legale per celebrare le nozze. Questa semplice constatazione ci permette di ravvisare una violazione della libertà individuale già sufficiente a giustificare un’opposizione ai matrimoni regolati dallo Stato.

George e Martha Washington non disposero mai di un certificato di matrimonio, come del resto la grande maggioranza degli americani fino alla metà dell’Ottocento. È anzi probabile che essi rimarrebbero assai sconcertati nel constatare la misura in cui oggi il governo è coinvolto in una cerimonia religiosa sacra.

A dispetto di tutto questo, gli omosessuali rivendicano dallo Stato il “diritto” di celebrare matrimoni alla stesso modo delle coppie eterosessuali, e questo diritto viene loro riconosciuto da alcune giurisdizioni americane. Dal momento che la full faith and credit clause della Costituzione americana stabilisce che qualsiasi contratto legalmente vincolante in uno Stato sia automaticamente riconosciuto come giuridicamente vincolante in tutti gli altri, i sostenitori del matrimonio tradizionale temono che detto certificato, rilasciato agli omosessuali in altri Stati, li obblighi a riconoscerlo valido anche nel loro territorio.

Per questa ragione, sollecitano l’approvazione di leggi o emendamenti costituzionali che li tutelino da questa eventualità, il che sarà probabilmente un dispendio di energie inutili, dal momento … Leggi tutto

La tossicità dell’ambientalismo | VI parte

POLICE GM 1...An environmental campaigner, Sunday July 16, 2000 wearing a Grim Reaper outfit and preparing to destroy GM modified maize crops currently being grown on a fifty acre site at Over Compton near Sherborne, Dorset. A number of environmentalists were arrested during the event organised by the direct action campaign group SURGE (Southern Union of Resistance to Genetic Engineering). See PA News story POLICE GM. PA photo: Richard Lappas....AA prescindere dall’avvento o meno del global warming, quel che è certo è che la natura in sé produrrà, presto o tardi, notevoli cambiamenti climatici. Per far fronte a questi cambiamenti e ai virtuali sconvolgimenti che potrebbero verificarsi ovunque, l’uomo deve poter fare assoluto affidamento sulla libertà individuale, sulla scienza e sulla tecnologia. In altre parole, egli non può prescindere dalla civilizzazione industriale, figlia del capitalismo.

Tutto questo ci riporta indietro alle possibili iniziative benefiche che, in qualche modo, trovano spazio nell’ambientalismo, come quelle improntate all’igiene e alla salute. Se si volessero perseguire questi obiettivi, senza propendere per i potenziali stermini invocati dal movimento ambientalista, occorre innanzitutto prendere coscienza definitiva del valore della ragione umana, della scienza, della tecnologia e della civilizzazione industriale, per non metterli mai più in discussione, in quanto sono proprio questi ultimi gli strumenti imprescindibili per migliorare l’igiene, la salute e la vita umana.

Negli ultimi due secoli, la fiducia in questi valori ha permesso agli occidentali di porre fine a carestie e pestilenze, debellando malattie un tempo inarrestabili come il colera, la difterite, il vaiolo, la tubercolosi e la febbre tifoide. La fame è stata sconfitta proprio grazie all’abbondanza e alla varietà di alimenti più grande di sempre, introdotta da quella civiltà industriale così odiata dagli ambientalisti e capace, altresì, di assicurare sistemi di trasporto tanto efficaci da garantire il dislocamento di generi alimentari ovunque. Questa civiltà industriale, tanto bistrattata, ha introdotto il ferro, i condotti di acciaio, i depuratori chimici e i sistemi di pompaggio che consentono a chiunque di accedere istantaneamente all’acqua potabile, calda o fredda, in qualsiasi momento della giornata, oltre alla rete fognaria e ai mezzi che servono a rimuovere i rifiuti umani e animali dalle strade delle città.

Queste invenzioni, unite alle enormi riduzioni di fatica rese possibili dall’utilizzo di macchine da lavoro, hanno favorito la radicale riduzione della mortalità e l’aumento dell’aspettativa di vita dai trent’anni scarsi del

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