Secessione: Un principio rigorosamente Americano

6344[Parte prima de “La Tradizione Secessionista in America”, saggio presentato alla conferenza  del 1995 “Secessione, Stato ed Economia” tenutasi al Mises Institute]

Lo Statuto delle Nazioni Unite pone l’autodeterminazione dei popoli come un diritto umano fondamentale. Partendo da questa asserzione, si è sviluppato un vivo dibattito tra i giuristi di tutto il mondo sull’ipotesi che il diritto ad auto-determinarsi includa anche il diritto ad una secessione “legalizzata” e legittima.[1]

Ma, mentre il mondo intero sta esplorando a fondo il concetto di secessione legittima, non se ne trova traccia nel dibattito politico americano contemporaneo. C’era un tempo, tuttavia, nel quale tale argomento costituiva parte integrante della politica americana. Invero, il concetto stesso di secessione ed auto-determinazione dei popoli, almeno nella forma e nei contenuti discussi oggi, trova ampiamente le sue radici nella cultura  statunitense. Non c’è alcuna esagerazione nell’affermare che l’unico contributo dell’Illuminismo americano del diciottesimo secolo alla politica non sia il federalismo, ma il principio secondo il quale un popolo, che versa in particolari condizioni, ha il diritto morale di distaccarsi dall’autorità politica costituita e di auto-governarsi. Nel prosieguo di questo approfondimento vorrei descrivere per sommi capi questa tradizione politica americana per rendere chiaro che essa non è stata affatto dimenticata.

Il verbo inglese “to secede” deriva dal latino “secedere”, che stava ad indicare un atto di separazione, di allontanamento [NdT, in italiano, sarà un caso, questo verbo non esiste]. La connotazione squisitamente politica che il termine porta con sé è una peculiarità americana di cui, infatti, non si ha traccia prima dell’inizio del diciannovesimo secolo[2]. Prima di allora, si poteva parlare dell’anima “in secessione” dal corpo; o di una secessione da una stanza di un edificio ad un’altra; o della propria secessione da ogni sorta di compagnia. L’ultimo esempio è stato ripreso dal “Dictionary” di Samuel Johnson, risalente alla metà del diciottesimo secolo; egli, tuttavia, non colse l’utilizzo che gli scozzesi avevano fatto di quel termine.

Nel 1733 vi … Leggi tutto

Individualismo metodologico

individualismNella spiegazione della realtà sociale, è un criterio di interpretazione basato rigorosamente sugli individui e sulle circostanze ad essi attinenti. Questa priorità, logica ed etica, dell’individuo è espressione di una linea di pensiero che riceve i suoi primi contributi dal nominalismo di Guglielmo di Ockham, si rinsalda con Locke e i “Levellers”, si raffina con gli illuministi inglesi e scozzesi, in particolare Hume, Mandeville e Smith, e vede il suo più robusto sviluppo nella Scuola Austriaca attraverso l’elaborazione di Menger, Mises, Hayek e Popper. In anni recenti, contributi di particolare interesse sono stati offerti da Boudon.

Il metodo individualistico parte dalla considerazione empirica, solo apparentemente ovvia, che gli individui sono, nell’ambito sociologico, le uniche unità esistenti, e quindi le unità ermeneutiche di base dell’analisi sociale. Il mondo sociale è composto esclusivamente di individui, fonte unica della società. Solo gli individui esistono, pensano, sentono, esprimono bisogni, scelgono, agiscono, perseguono progetti, possono assumersi la responsabilità delle loro azioni. L’unico soggetto di cui si possa predicare o meno la volontà è l’individuo singolo. Priorità esplicativa degli individui rispetto agli insiemi e alle istituzioni sociali. La società è una somma di individui.

Naturalmente non viene negata l’esistenza di relazioni fra le persone (gli individualisti metodologici non sono “atomisti”), c’è un sommarsi e un incrociarsi dei comportamenti individuali che dà vita a nuovi risultati sociali (per alcuni inintenzionali), ma metodologicamente l’analisi delle comunità umane viene ricostruita a partire dai singoli individui. Metodo compositivo. Fare il percorso inverso – dall’ente collettivo all’individuo – significa partire dal risultato e non dai fattori che vi conducono.

Se dieci persone formano una società, esistono ancora dieci persone, non undici, le dieci persone più la società. Il concetto di società come concetto metafisico crolla quando constatiamo che la “società” scompare nel momento in cui le parti che la compongono si disperdono. L’astrazione società non può esistere più se tutti gli individui scompaiono. È anche difficile definire i confini di … Leggi tutto

La Giustizia dell’Efficienza

Il problema centrale hoppe puzzledell’economia politica è quello di organizzare la società in modo da promuovere la produzione di ricchezza; la filosofia politica, invece, si occupa della “giustizia” dell’ordine sociale.

La prima questione concerne problemi di efficienza: quali mezzi sono appropriati per ottenere uno specifico risultato, in questo caso la ricchezza?

La seconda questione esce dal regno delle cosiddette scienze sociali. Si chiede se il fine che l’economia politica assume possa essere giustificato come tale e, di conseguenza, se i mezzi che l’economia politica raccomanda possano essere intesi come mezzi efficienti per giusti fini.

Di seguito presenterò una giustificazione a priori per la risposta positiva: i mezzi raccomandati dall’economia politica sono mezzi efficienti per giusti fini.

Inizierò descrivendo i mezzi raccomandati dall’economia politica e spiegherò. sistematicamente, come tutta la produzione di ricchezza ottenuta dall’adottarli sia più grande di quella prodotta scegliendo altri mezzi. Poiché il mio primo obiettivo è quello di dimostrare la giustizia dell’uso dei mezzi per la produzione di ricchezza, la mia descrizione e spiegazione dell’efficienza economica sarà estremamente breve.

L’economia politica inizia dal riconoscimento della scarsità: è solo perché non viviamo nel Giardino dell’Eden che abbiamo a che fare con problemi di efficienza economica. Secondo l’economia politica, il mezzo più efficiente, quantomeno per alleviare, se non superare, la scarsità, è l’istituzione della proprietà privata. Le regole sottostanti questa istituzione sono state correttamente identificate, in gran parte, da John Locke. Esse sono le seguenti: ogni persona possiede il proprio corpo così come i beni scarsi che utilizza con l’aiuto delle proprie facoltà fisiche prima di chiunque altro. Questa proprietà implica il diritto di impiegare i beni scarsi in qualunque modo si reputi adatto fintanto che, così facendo, non si aggrediscano le proprietà altrui, vale a dire fintanto che non si cambi senza invito l’integrità fisica della proprietà di un’altra persona o si determini un altro controllo su quella proprietà senza il suo consenso. In particolare, quando un … Leggi tutto

La secessione è un diritto?

CrackedFlagGrant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune afferma. La secessione non è storicamente irrilevante: semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva, a sua, volta dai diritti difesi dallo stesso liberalismo. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico ha origine nel principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.

In questa visione, lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario: questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso e non rappresenta la fonte di tali diritti. Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti leggiamo:

“per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati.”

Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui, allora gli individui possono interrompere la loro relazione con esso, ed una forma che questa interruzione può prendere è quella della secessione; si rinuncia alla lealtà verso lo Stato originario formandone uno nuovo (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità).

La Dichiarazione di Indipendenza adotta esattamente questa posizione: qualora un governo “ponga in pericolo il raggiungimento di questi fini, il popolo ha il diritto di modificarlo o abolirlo.” Ma i coloni americani non tentarono di abolire il governo britannico, piuttosto, essi lo modificarono rimuovendo le colonie dalla sua autorità. In breve, si separarono dalla Gran Bretagna. In quanto tale, il diritto di secessione permea le fondamenta della legittimazione degli Stati Uniti d’America. Negate ciò e dovrete rigettare le fondamenta stesse.

Qualcuno, a questo punto, … Leggi tutto

Il vero Thomas Jefferson

La maggior parte delle persone crede di sapere qualcosa sul pensiero politico di Thomas Jefferson. Se oggetto di studio fossero gli scritti di Jefferson, potrebbe essere vero. Se, comunque, le persone leggessero solo le rappresentazioni usuali di Jefferson disponibili agli studenti, probabilmente essi cadrebbero vittima di pericolose incomprensioni. Una descrizione tipica è quella contenuta in The Radical Politics of Thomas Jefferson di Richard Matthew. Questo libro presenta un Jefferson non Lockeano, ma proto-socialista, pronto ad espropriare il ricco per dare al povero, dato che i diritti di proprietà sono puramente convenzionali e costituiscono un grazioso dono della società.

La visione di Matthew è sostenuta nel materiale disponibile nelle librerie universitarie. Anche una visita al memoriale di Jefferson a Washington D.C. porterebbe a credere che la sua principale preoccupazione fosse la promozione dell’istruzione pubblica.

Il problema è che la vasta produzione letteraria di Jefferson non supporta questa – ora convenzionale – visione. Al contrario, gli scritti ci presentano un Jefferson:

1. Teorico dei diritti naturali di stampo Lockeano. Nei suoi saggi politici, in qualche modo, radicalizzava la dottrina di Locke, senza deviare mai da essa;

2. sostenitore della proprietà privata come diritto naturale e del governo limitato, la cui unica funzione è quella di proteggere il godimento individuale dei diritti naturali;

3. le Kentucky Resolutions furono fondamentali per il pensiero Jeffersoniano; la dottrina degli states’ rights, da lui sostenuta, fu anche più importante, nella tarda produzione, del suo impegno costante per i diritti naturali.

Jefferson come Lockeano

Non è difficile dimostrare l’adesione di Jefferson alla dottrina Lockeana. Leggiamo le prime frasi della Dichiarazione d’Indipendenza, redatte da Jefferson, probabilmente le parole più famose mai scritte in un documento politico:

Noi riteniamo queste verità sono per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali ed indipendenti dal Creatore e dotati di certi inalienabili diritti, fra i quali la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti

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Dalla parte di San Martino

Tra le storie dei santi, certamente una delle più famose è quella di S. Martino e del mendicante. In sintesi, il santo, allora militare, vestito e adorno di mantello, vedendo che il mendico pativa non poco freddo, taglia il mantello a metà e lo condivide con il mendicante; il mattino seguente, il mantello, miracolosamente, tornerà integro: Martino sogna Gesù mentre questi ne loda l'operato.