Il ciclo naturale: II parte

II. Preferenze e tasso di interesse. L’impalcatura della ABCT

 

business_economic_cycleIl ruolo delle aspettative è cruciale per la nostra analisi. Ma dobbiamo arrivarci gradualmente, a partire da alcuni elementi tradizionali della teoria economica austriaca. Si tratta delle preferenze temporali e della struttura intertemporale della produzione.

Secondo la legge della preferenza temporale, «l’uomo, nella sua scala di valori e a parità di circostanze, attribuisce sempre una maggiore importanza ai beni presenti rispetto a quelli futuri»[7]; da questo assunto, la scuola austriaca arriva ad una definizione di tasso di interesse in radicale opposizione con quella della teoria dominante (‘costo del denaro’). Possiamo infatti definire «il tasso o tipo d’interesse [come] il prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri»[8]. È quindi limitante e profondamente sbagliato definire il tasso di interesse come il costo del denaro. Avvicinandoci maggiormente ad una concezione medievale, osserviamo come la grandezza normalmente chiamata i è più legata al concetto di tempo che a quello di denaro. Il mercato dei capitali è solo un particolare mercato di beni, in cui l’azione del tasso di interesse è maggiormente manifesta all’occhio comune, ma non è l’unico. In tale mercato particolare, l’offerta – i venditori – è rappresentata dai consumatori, coloro che dispongono di beni presenti e sono disposti a rinunciarvi in una qualche misura, appunto definita dal tasso[9]. Una delle forme in cui tale rinuncia si manifesta è il risparmio; i consumatori rinunciano a denaro presente in funzione di denaro futuro; offrono quindi denaro sul mercato. Da chi è costituita la domanda? Dagli imprenditori, che hanno bisogno di moneta oggi per realizzare i propri progetti industriali. Pertanto, per il mercato dei capitali il tasso di interesse naturale è quel particolare tasso che permette all’offerta (risparmio dei consumatori) di incontrare la domanda (investimenti degli imprenditori).

Ma la legge della preferenza temporale non vale sul solo mercato dei capitali. Essa va estesa all’intero sistema economico, … Leggi tutto

Hayek e Keynes: ricette a confronto

Quello che ci proponiamoTigerTailDebates di fare in questo breve saggio è di analizzare il modo in cui Hayek da un lato e Keynes dall’altro, credono si possa uscire da un periodo di difficoltà economica.

Non è nostra intenzione, in questa sede, procedere ad una completa esposizione del ciclo economico austriaco e della teoria generale; più nello specifico ci domanderemo: come si ponevano i due autori di fronte ad una situazione di grave crisi, di estesa “disoccupazione” dei fattori produttivi (da intendere, quindi, sia come disoccupazione dei lavoratori, sia come largo inutilizzo di beni capitali; quindi capannoni non utilizzati, macchinari acquistati ma che non hanno modo di esser impiegati, ecc.)?

Logica vuole che, se diverse sono le cornici teoriche, altrettanto diverse saranno anche le ricette proposte per uscire dalla crisi.

La ricetta di Hayek è, in effetti, il corollario della sua spiegazione della crisi: se la crisi è il risultato di una politica del credito facile, consona a rendere convenienti investimenti in settori che, senza quel tipo di politica, non lo sarebbero stati; e se tale espansione creditizia ha spinto le imprese ad usare fattori di produzione in modo, quantomeno, “azzardato” (dando luogo a malinvestments, cattivi investimenti), allora, di conseguenza, si uscirà dalla crisi liquidando queste spregiudicate iniziative economiche.

È la politica monetaria ad esser sotto accusa: gli incentivi da essa forniti hanno prodotto forti distorsioni del sistema produttivo; tipici, anche per quel che riguarda la crisi dei nostri giorni, sono i malinvestimenti nel settore edilizio.

la spiegazione vera (seppur non verificabile) di uno stato di disoccupazione generalizzata, fa discendere questa situazione da una discrepanza tra la distribuzione del lavoro (e degli altri fattori della produzione) nelle industrie e la distribuzione della domanda fra i prodotti ottenuti impiegando tali fattori. Questa discrepanza è provocata da una distorsione del sistema di prezzi e salari relativi, e può essere corretta solo mediante un cambiamento di queste relazioni, facendo sì che prevalgano quei

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“Ma quale inflazione!”

“Ma non c’è inflazione!”. Questa è una affermazione che sento piuttosto spesso, a volte da persone che sono, in linea di principio, d’accordo con le mie argomentazioni, a volte da persone che lo sono di meno. In entrambi i casi, quelli che affermano “ma non c’è inflazione!” lo considerano un dato di fatto e ciò che affermano deve rappresentare una sfida nei miei confronti.