Il vero Lincoln e le bugie di Spielberg | II parte

The real Lincoln: l’ Unione über alles Lincoln

Nel marzo del 1850, a pochi giorni dalla propria morte, il grande statista e pensatore del South Carolina John C. Calhoun scriveva quanto segue ad un amico:

L’Unione è destinata ad essere dissolta, i segnali sono evidenti. […] [Non è più possibile] evitare, o concretamente posporre, la catastrofe. Plausibilmente mi aspetto che ciò accada entro dodici anni o tre mandati presidenziali. […] Il modo in cui succederà non è così chiaro, […] ma con ogni probabilità la detonazione avverrà nel corso di una elezione presidenziale”.

In effetti le cose andarono esattamente così: il 6 novembre 1860 il candidato del Partito repubblicano – partito fondato nel 1854 che ereditava le tradizioni whig, freesoiler e radicali – Abraham Lincoln vinse le elezioni con una maggioranza relativa piuttosto risicata, in quanto i suoi avversari avevano presentato tre candidati differenti. Fu chiaramente un’elezione contro il Sud, nel quale “Lincoln non ottenne un solo voto”: divenne così Presidente soltanto di una parte del paese. Fra la sua elezione e l’insediamento nel marzo 1861 gli Stati del Sud decisero che la loro posizione era divenuta indifendibile all’interno dell’Unione, e dichiararono uno dopo l’altro la secessione; avrebbero in seguito dato vita alla Confederazione ed eletto il senatore del Mississippi Jefferson Davis suo Presidente. Una scelta in linea col principio cardine dell’Unione originaria: questa si configurava come una confederazione di Stati autonomi, che volontariamente delegavano al governo federale l’esercizio di specifiche e ben definite funzioni comuni; trattandosi di un contratto di natura fondamentalmente privatistica, qualora uno dei contraenti  fosse stato in disaccordo con gli altri, avrebbe potuto ritirare la delega e fuoriuscire liberamente dall’Unione. Il diritto di secessione non era previsto dalla Costituzione del 1787, ma vi era implicito: persino i più radicali sostenitori del centralismo, Alexander Hamilton e Daniel Webster – entrambi provenienti dalla borghesia del Nord – concedevano che in casi estremi taluni Stati avrebbero potuto ricorrervi. … Leggi tutto

Il vero Thomas Jefferson

La maggior parte delle persone crede di sapere qualcosa sul pensiero politico di Thomas Jefferson. Se oggetto di studio fossero gli scritti di Jefferson, potrebbe essere vero. Se, comunque, le persone leggessero solo le rappresentazioni usuali di Jefferson disponibili agli studenti, probabilmente essi cadrebbero vittima di pericolose incomprensioni. Una descrizione tipica è quella contenuta in The Radical Politics of Thomas Jefferson di Richard Matthew. Questo libro presenta un Jefferson non Lockeano, ma proto-socialista, pronto ad espropriare il ricco per dare al povero, dato che i diritti di proprietà sono puramente convenzionali e costituiscono un grazioso dono della società.

La visione di Matthew è sostenuta nel materiale disponibile nelle librerie universitarie. Anche una visita al memoriale di Jefferson a Washington D.C. porterebbe a credere che la sua principale preoccupazione fosse la promozione dell’istruzione pubblica.

Il problema è che la vasta produzione letteraria di Jefferson non supporta questa – ora convenzionale – visione. Al contrario, gli scritti ci presentano un Jefferson:

1. Teorico dei diritti naturali di stampo Lockeano. Nei suoi saggi politici, in qualche modo, radicalizzava la dottrina di Locke, senza deviare mai da essa;

2. sostenitore della proprietà privata come diritto naturale e del governo limitato, la cui unica funzione è quella di proteggere il godimento individuale dei diritti naturali;

3. le Kentucky Resolutions furono fondamentali per il pensiero Jeffersoniano; la dottrina degli states’ rights, da lui sostenuta, fu anche più importante, nella tarda produzione, del suo impegno costante per i diritti naturali.

Jefferson come Lockeano

Non è difficile dimostrare l’adesione di Jefferson alla dottrina Lockeana. Leggiamo le prime frasi della Dichiarazione d’Indipendenza, redatte da Jefferson, probabilmente le parole più famose mai scritte in un documento politico:

Noi riteniamo queste verità sono per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali ed indipendenti dal Creatore e dotati di certi inalienabili diritti, fra i quali la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti

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