Due pesi e due misure

 «I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita, del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare, avere delle sfide, purché siano in condizioni accettabili e questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è iper-tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci»

Così parlò Monti a Matrix e non posso che condividere le considerazioni di Alberto Bisin su Noisefromamerika: estendere la protezione a tutti significa ridurre ulteriormente il numero degli occupati, specialmente giovani e donne.

Lasciamo stare le urla indignate di chi ha trasformato quel discorso che ho riportato nella sua interezza, nello slogan “Il posto fisso è monotono” (che vuol dire ben altra cosa!), lasciano il tempo che trovano.

Vorrei piuttosto concentrarmi su ciò che l’economista keynesiano Gustavo Piga propone come soluzione per risolvere il problema:

«Benissimo. Rovescerei il messaggio: che monotonia stare a casa disoccupati. I giovani si abituino a cambiare.
2 milioni circa di giovani disoccupati. Uno spreco incredibile per il nostro Paese.
Immaginiamo di metterli tutti al lavoro. Fine della monotonia. Contratto a 3 anni, 1000 euro al mese, non rinnovabile, non tassati. In totale, 12.000 euro l’anno, 25 miliardi di euro, poco più di 1% di PIL»

L’idea è quella di mettere per tre anni al lavoro questi disoccupati, ad un salario di 1000 euro al mese, che, badate bene, qui è uguale al costo del lavoro, «nei Ministeri, presso i Musei, nelle università, nei cantieri, nel supporto agli anziani». Chissà quante cose imparerebbero, suggerisce il docente, quanti incontri utili, come aiuterebbero la ricostruzione del paese!

Il richiamo è al servizio militare obbligatorio oppure, come viene fatto notare nei commenti, al servizio civile e ai lavori socialmente utili.

Ci siete fin qui? La … Leggi tutto

Il governo Monti e la Compagnia del Mississippi

Vi racconto una storia.
Nel settembre del 1715, a Parigi, moriva Luigi XIV, il Re Sole, lasciando la Francia, dopo venticinque anni di guerre, sull’orlo della bancarotta. Il nuovo re era un infante ed il reggente, il Duca di Orléans, si trovava a dover fronteggiare una situazione disperata. La corona, per finanziare le guerre, si era infatti indebitata fino all’osso, emettendo dei titoli, i billets de monnaie ed i billets d’état, che erano gli antenati dei nostri odierni titoli di debito pubblico. Chi possedeva questi “pagherò” riceveva un tasso di interesse e poteva in qualsiasi momento redimerli in oro ed argento.
I creditori però  non volevano quei pezzi di carta, che sul mercato venivano quotati dal 20% al 50% del loro valore nominale, e di redimerli non se ne parlava: le casse francesi erano vuote e per editto del Re i pagamenti erano stati sospesi. Come fare?
Venne in soccorso del Duca d’Orléans un suo amico, l’economista scozzese John Law, che aveva un’idea tutta sua su come utilizzare un sistema monetario nuovo, slegato dai vincoli metallici, che avrebbe al contempo risolto i problemi debitori della corona e reso ricchi i Francesi.
Il primo passo fu aprire, nel maggio 1716, la Banque Générale (poi Banque Royale), il cui capitale era composto per tre quarti di titoli di debito reale e per un quarto di riserve metalliche e che si proponeva come una vera e propria banca centrale moderna, accettando depositi ed emettendo banconote, gli Ecus de banque, che acquisirono il corso legale. Infatti a partire dal 1917 fu decretato che tutte le tasse e gli introiti statali avrebbero dovuto essere pagati soltanto con quelle banconote.
Il secondo fu creare una società, la Compagnie d’Occident (conosciuta come Compagnia del Mississippi) che avrebbe avuto il monopolio dello sfruttamento dei vasti possedimenti francesi in Louisiana. Le azioni di questa società potevano essere acquistate, al prezzo di 500 lire tornesi, soltanto utilizzando … Leggi tutto

Pagare tutti per pagare meno?

Ha fatto molto scalpore il blitz della Guardia di Finanza del 30 dicembre a Cortina. Come spesso accade, gli Italiani si sono subito divisi in due schieramenti di tifosi, quelli che plaudivano alla GdF per aver finalmente dato la caccia ai ricchi evasori e chi si è lamentato dei tempi e della modalità dei controlli, che da un lato avrebbero sottoposto la famosa località vacanziera alla gogna mediatica e dall’altro avrebbero provocato gravi disagi a turisti e albergatori proprio nel periodo delle feste, facendo scappare i turisti.

Quello che si può dire sull’operazione Cinepanettone, e del suo follow up a Portofino, è che è stato un gigantesco spot mediatico con un messaggio ben preciso: “Certi comportamenti non saranno più tollerati”. Giusta o sbagliata che sia, sicuramente è stata efficace.

Veniamo invece a cosa non si può dire dell’operazione di Cortina ed in generale della lotta all’evasione fiscale.

>Non si può dire, come invece afferma il premier Mario Monti, che l’evasore mette le mani nelle tasche degli Italiani onesti, aumentando il loro carico fiscale. Questa frase è falsa tanto quanto la sua immagine speculare: “se tutti pagassero le tasse, pagheremmo tutti di meno”. Dite che non è vero? Lasciate che parlino i numeri.

Dichiara Attilio Befera, direttore generale di Equitalia, «Da gennaio a novembre 2011 la lotta all’evasione ha portato nelle casse dello Stato 10 miliardi di euro che, in base alle stime, dovrebbero essere saliti a 11 nell’intero anno».

Il trend è in crescita e dura da qualche anno. Questa la situazione complessiva riguardo il 2010…

… e questo il trend riferito al solo recupero evasione dell’Agenzia delle Entrate

>Cosa è successo nel frattempo alla pressione fiscale? È forse calata in contemporanea al recupero dell’evasione? No, anzi aumenterà ancora nei prossimi anni.

Tra l’altro questi dati si riferiscono alla pressione fiscale rapportata al PIL, che comprende anche il sommerso. Come ci ricorda … Leggi tutto