La concentrazione della ricchezza

1 Il problema

Socialism An Economic and Sociological AnalysisLa tendenza alla concentrazione degli stabilimenti o delle imprese non è affatto equivalente ad una tendenza alla concentrazione della ricchezza. Nello stesso grado in cui le istituzioni e le imprese sono diventate sempre più grandi il capitalismo moderno ha sviluppato forme di impresa che permettono alle persone con piccole fortune di intraprendere grandi affari. La prova che non c’è tendenza a concentrare ricchezza sta nel numero di questi generi di impresa che sono nati e aumentano quotidianamente in importanza, mentre il singolo commerciante è quasi sparito dalla grande industria, dall’estrazione mineraria e dai trasporti. La storia delle forme di impresa, dal societas unius acti all’azienda azionaria moderna, è una grossa contraddizione della dottrina della concentrazione di capitale installata così arbitrariamente da Marx.

Se vogliamo dimostrare che i poveri stanno diventando sempre più numerosi e sempre più poveri ed i ricchi sempre meno numerosi e sempre più ricchi, è inutile osservare che in un remoto periodo dell’antichità, per noi elusivo quanto l’Età dell’Oro per Ovidio e Virgilio, le differenze di ricchezza erano minori di quanto lo siano oggi. Dobbiamo dimostrare che c’è una causa economica che conduce imperativamente alla concentrazione delle ricchezze. I marxisti non ci hanno neppure provato. La loro teoria che attribuisce all’era capitalista una speciale tendenza verso la concentrazione delle ricchezze, è pura invenzione. Il tentativo di dargli una certa specie di fondamento storico è disperato ed adduce proprio il contrario di quanto Marx asserisce ne venga dimostrato.

2 il fondamento delle ricchezze al di fuori dell’economia di mercato

Il desiderio di aumentare la ricchezza può essere soddisfatto con lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalista, o con la violenza e la petizione come in una società militarista, in cui il forte acquista con la forza, il debole facendo una petizione. Nella società feudale la proprietà dei forti resiste a soltanto a condizione che abbiano il potere di mantenerla; quella dei deboli … Leggi tutto

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola austriaca (parte terza)

La concorrenza in senoPeople protest against labour reforms imposed by the Spanish government in central Barcelona alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma zero. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente da quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a … Leggi tutto

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte seconda)

Quello che non va, Falce_e_martelloconseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell’azione umana. Che il lavoratore non riceva  il “valore totale” del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell’accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c’è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce  all’insieme dei … Leggi tutto

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte prima)

Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

– “La storia dell’umanità è la storia della lotta delle classi.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica: la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

– La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

– La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l’apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall’amministrazione di un sistema di “giustizia di classe”, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione … Leggi tutto

Individualismo metodologico

individualismNella spiegazione della realtà sociale, è un criterio di interpretazione basato rigorosamente sugli individui e sulle circostanze ad essi attinenti. Questa priorità, logica ed etica, dell’individuo è espressione di una linea di pensiero che riceve i suoi primi contributi dal nominalismo di Guglielmo di Ockham, si rinsalda con Locke e i “Levellers”, si raffina con gli illuministi inglesi e scozzesi, in particolare Hume, Mandeville e Smith, e vede il suo più robusto sviluppo nella Scuola Austriaca attraverso l’elaborazione di Menger, Mises, Hayek e Popper. In anni recenti, contributi di particolare interesse sono stati offerti da Boudon.

Il metodo individualistico parte dalla considerazione empirica, solo apparentemente ovvia, che gli individui sono, nell’ambito sociologico, le uniche unità esistenti, e quindi le unità ermeneutiche di base dell’analisi sociale. Il mondo sociale è composto esclusivamente di individui, fonte unica della società. Solo gli individui esistono, pensano, sentono, esprimono bisogni, scelgono, agiscono, perseguono progetti, possono assumersi la responsabilità delle loro azioni. L’unico soggetto di cui si possa predicare o meno la volontà è l’individuo singolo. Priorità esplicativa degli individui rispetto agli insiemi e alle istituzioni sociali. La società è una somma di individui.

Naturalmente non viene negata l’esistenza di relazioni fra le persone (gli individualisti metodologici non sono “atomisti”), c’è un sommarsi e un incrociarsi dei comportamenti individuali che dà vita a nuovi risultati sociali (per alcuni inintenzionali), ma metodologicamente l’analisi delle comunità umane viene ricostruita a partire dai singoli individui. Metodo compositivo. Fare il percorso inverso – dall’ente collettivo all’individuo – significa partire dal risultato e non dai fattori che vi conducono.

Se dieci persone formano una società, esistono ancora dieci persone, non undici, le dieci persone più la società. Il concetto di società come concetto metafisico crolla quando constatiamo che la “società” scompare nel momento in cui le parti che la compongono si disperdono. L’astrazione società non può esistere più se tutti gli individui scompaiono. È anche difficile definire i confini di … Leggi tutto

Marx e la dottrina della “Ideologia”

youngMurray500x400Persino Marx deve velatamente riconoscere che ad agire nel mondo reale non sono “forze produttive materiali” e nemmeno “classi”, bensì esclusivamente la coscienza e le scelte individuali. Persino nell’analisi di Marx, le classi, o gli individui che le compongono, devono diventare coscienti dei propri “veri” interessi di classe, affinché possano agire per perseguirli o raggiungerli. Secondo Marx, il pensiero, i valori e le teorie di ogni individuo sono tutti determinati non dal proprio personale interesse, bensì dall’interesse della classe alla quale l’individuo presumibilmente appartiene. Questo è il primo errore fatale nell’argomentazione: perché mai ogni individuo dovrebbe tenere in maggiore considerazione la classe a cui appartiene invece di se stesso? In secondo luogo, per Marx, questo interesse di classe determina i pensieri e i punti di vista dell’individuo; deve farlo, perché ogni individuo è capace soltanto di “ideologia” o falsa coscienza dell’interesse della sua classe. Non è capace di una ricerca della verità disinteressata e obiettiva, né di perseguire il suo stesso interesse o quello di tutta l’umanità. Ma, come von Mises ha fatto notare, la dottrina di Marx ha la pretesa di essere pura scienza non ideologica, e al tempo stesso di essere scritta espressamente per far progredire l’interesse di classe del proletariato. Mentre tutta la scienza economica e tutte le altre discipline di pensiero “borghesi” furono interpretate da Marx come false per definizione, in quanto razionalizzazioni “ideologiche” degli interessi di classe della borghesia, i marxisti

non erano sufficientemente coerenti da attribuire carattere meramente ideologico alle loro stesse dottrine. I principi del marxismo, essi sottintendevano, non sono ideologie; sono un assaggio anticipato della conoscenza nella futura società senza classi, che, liberata dalle catene dei conflitti  di classe, sarà nella posizione di poter concepire la conoscenza pura, non contaminata da deformazioni ideologiche [1].

David Gordon ha efficacemente riassunto questo punto:

Se tutto il pensiero in materia sociale ed economica è determinato dalla posizione di classe, che si può dire allora del Leggi tutto

La Strategia Marxista

Marx cercò disperatamente una dialettica materialistica della storia, in grado di spiegare tutti i cambiamenti e che condurrebbe, inevitabilmente, alla rivoluzione comunista. Mancando un “nisus boemo” o una mistica spinta interiore che servissero come motore della dialettica, Marx ripiegò sulla lotta di classe insita nel materialismo stesso. Come era tipico nei suoi scritti, questo punto del sistema, insieme ad altre importanti questioni, venne trattato nel corso di paragrafi sparsi qua e là nei suoi scritti ed in quelli di Engels. Il sistema, perciò, deve essere costruito su questi passaggi ampiamente separati tra loro.

Mercantilismo, mercanti e “lotta di classe”

I mercanti, o capitalisti, essendo i gruppi più eclettici e dinamici della società, tanto che possono prosperare nel libero mercato o cercare di ottenere agevolazioni dallo Stato, sono particolarmente inadatti ad un'omogenea analisi classista

La vera teoria della lotta di classe

Karl Marx è famoso per aver attirato l’attenzione sul concetto di “lotta di classe”. Eppure, straordinariamente, nel 1852, come racconta lo storico David Hart, Marx scrisse: “Per quanto mi riguarda, il merito di aver scoperto l’esistenza e il conflitto delle classi nella società moderna non appartiene a me. Molto tempo prima delle mie formulazioni, gli storici borghesi hanno presentato lo sviluppo storico di questa lotta di classe, e gli economisti ne hanno dimostrato la sua anatomia economica”.

Con il termine storici  ed economisti borghesi, Marx intendeva riferirsi ad esponenti liberali del laissez-faire, quali Charles Comte, Charles Dunoyer, ed altri  studiosi dei primi anni del XIX secolo. Secondo il parere di Hart, “Marx saccheggiò quanto più riuscì dal loro lavoro, per avvalorare il suo progetto, o … a quanto pare li fraintese nella fretta di passare ad argomenti più importanti”.

Alla luce delle parole di Marx, vale la pena di esplorare l’evoluzione storica di questa lotta di classe, come concepita e intesa dal punto di vista dei liberali classici. Di primo acchito, questa analisi di classe può sembrare persino paradossale. I sostenitori del libero mercato hanno da sempre enfatizzato che il commercio genera forme sempre più elaborate di cooperazione sociale, attraverso la divisione del lavoro e il libero scambio. Come ha ben sottolineato Ludwig von Mises, il realizzare che la specializzazione e il commercio consentono un numero illimitato di vantaggi reciproci induce le persone a sorvolare sulle loro differenze ed a cooperare nel processo produttivo. Come avrebbero potuto, quindi, i liberali classici dei primi anni del diciannovesimo secolo essere così interessati allo studio della lotta di classe?

Comte e Dunoyer, insieme ad Augustin Thierry, la cui pubblicazione, Le Censeur europeacute, era il covo del più radicale pensiero mercatista, furono influenzati dalla figura di un fondamentale, ma spesso sottovalutato, economista liberale francese: quel Jean-Baptiste Say, che Murray Rothbard non esitò a definire come “brillantemente innovativo e superiore ad Adam … Leggi tutto