Non esistono i pasti gratis

La prima regola, quando si discute una proposta di politica economica, è fare una analisi completa ed esaustiva di quelle che saranno le sue conseguenze: tener conto di tutti i gruppi coinvolti e non solo una parte, considerare le conseguenze sia di lungo che di breve termine, guardare a ciò che si vede ma anche a ciò che non è immediatamente apparente.
C’è poi un piccolo corollario che può aiutare a riconoscere a prima vista le fregature: è un acronimo che Robert Heinlein ha usato in un suo romanzo, “La Luna è una severa maestra”, TANSTAAFL  (There ain’t no such thing as a free lunch) ovvero non esistono i pasti gratis.
Se qualcuno promette pasti gratis, quindi, sappiate che qualcun altro sarà costretto, magari inconsapevolmente, a pagare il conto.  Molto probabilmente quel “qualcun altro” siamo noi.
I Bot, la BCE ed il pasto “gratis”
Fino a qualche mese fa la ricetta prediletta per risolvere la crisi dei debiti sovrani era quella della monetizzazione da parte della BCE dei vari debiti pubblici.
«Una perniciosa fantasia diventa ogni giorno più popolare: la Banca centrale europea ha in mano la chiave che apre la porta alla soluzione della crisi del debito sovrano, ma si rifiuta di usarla.
Secondo tale teoria, tutto ciò che la Bce dovrebbe fare per mettere a segno il silver bullet ammazzacrisi consiste nella progressiva e continua monetizzazione del debito sovrano in essere, cominciando da quello di Grecia e Italia. Così facendo la Bce stabilizzerebbe i mercati e ridurrebbe i tassi d’interesse che i governi devono pagare.
In secondo luogo questo permetterebbe alle banche che tale debito detengono di ricapitalizzarsi automaticamente grazie alla rivalutazione del portafoglio che tale variazione di prezzo indurrebbe.
In terzo luogo, si argomenta, la riduzione delle tensioni sul proprio debito permetterebbe ai paesi in maggiore difficoltà d’impegnarsi in misure di stimolo alla crescita che, su questo almeno siamo tutti concordi, è l’unica
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La lezione del ’37

È opinione comune che “far quadrare” i conti di uno Stato sia normalmente una pratica costosa per l’economia mentre nei periodi di crisi economica il prezzo da pagare per avere il pareggio di bilancio sarebbe così alto da far diventare un austerico criminale chi ha anche solo l’ardire di proporre una simile misura.

La lezione della storia, ci viene detto, è chiarissima e va imparata una volta per tutte. Quando nel 1937 Roosevelt tentò di pareggiare il bilancio, fece ripiombare gli Stati Uniti in recessione proprio mentre il New Deal stava avendo un clamoroso successo.
Scrive Christina Romer:
«La ripresa dalla Grande Depressione viene spesso descritta come lenta perchè l’America non tornò alla piena occupazione se non dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ma la verità è che la ripresa nei quattro anni dopo che Franklin Roosevelt entrò in carica nel 1993 fur incredibilmente rapida. La crescita del GDP reale fu in media del 9%. Il tasso di disoccupazione calò dal 25% al 14%. Se escludiamo la Seconda Guerra Mondiale (1), gli Stati Uniti non hanno mai visto una così sostenuta e rapida crescita. Tuttavia, essa venne fermata da una seconda grave recessione nel 1937-38, quando il tasso di disoccupazione risalì al 19%. La causa fondamentale di questa seconda recessione fu uno sfortunato e in larga parte dovuto a distrazione, cambio di politica fiscale e monetaria in senso restrittivo»
 
Inoltre, continua la Romer:
«Nel 1936 la Federal Reserve iniziò a preoccuparsi di indivudare una “exit strategy”. Dopo diversi anni di politica monetaria relativamente espansiva, le banche americane avevano in portafoglio grandi quantità di riserve in eccesso rispetto ai requisiti legali (2). [..] La Fed allora raddoppiò i requisiti di riserva in una serie di provvedimenti. Sfortunatamente saltò fuori che quelle banche, ancora nervoso dopo i panichi finanziari dei primi anni ’30, volevano detenere riserve in eccesso come una sorta di cuscinetto. Quando quell’eccesso fu tolto via
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Sulla domanda di moneta

L’implacabile lotta di Phastidio.net contro gli AAA (e non mi riferisco ai giudizi delle agenzie di rating ma agli Austerici Austriacanti Austriaci), continua senza sosta, oggi tocca a Stefan Karlsson.
Di fronte alla persistente assenza di iperinflazione (o anche solo di inflazione, a dirla tutta), Stefan Karlsson, economista svedese di scuola Austriaca, giunge ad una puntualizzazione assai preziosa per tutti quelli che proprio non riescono a capire la differenza tra base monetaria ed offerta di moneta, come abbiamo potuto sperimentare tempo addietro davanti alle sdegnate email dei fedeli austriacanti che vedono inflazione dietro ogni angolo di strada.
Ricordiamo che i fedeli austriacanti vedono l’inflazione dietro l’angolo se la BCE deciderà di monetizzare i debiti dei paesi periferici dell’area Euro che sono in difficoltà nel piazzare i propri titoli e/o rischiano il default.
Che ci sia certa gente a cui non va giù che la BCE stampi qualche trilione di euro per comprare i bond dei paesi PIGS e contemporaneamente ripulisca i bilanci delle banche che li hanno in portafoglio, è intollerabile per Phastidio! Casualmente, ma vi assicuro è solo un caso, chi tanto si inphastidisce se non si salvano le banche, poi lavora in una di quelle messe peggio riguardo il debito italiano, ma, ripeto, è solo un caso. O forse no, dopotutto Phastidio augurava a tutti gli altri di perdere il lavoro, quindi…
Ma torniamo a noi. Il blogger di MPS si “stupisce” che un economista austriaco come Stefan Karlsson conosca la differenza tra base monetaria e offerta di moneta. Il problema di Karlsson è spiegare a Krugman che, secondo la teoria austriaca, l’iperinflazione (dei prezzi) non è una diretta ed automatica conseguenza  di un aumento della base monetaria.
Scrive dunque Karlsson:
«L’analisi monetaria Austriaca non solo non dice ma, per quanto ne so io, non ha mai detto che aumenti nella base monetaria creano direttamente inflazione da prezzi. E’ solo indirettamente, nella misura in cui essa
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Apprendisti stregoni alla riscossa!

Siete stanchi delle magiche ricette italiane per risolvere la crisi del debito sovrano? Eccovene che arriva direttamente dagli Stati Uniti d’America. Non temete! Lo chef non è un Krugman qualsiasi ma addirittura uno dei più stimati libertarian del paese a stelle e strisce. Il suo nome è Tyler Cowen e wikipedia ce lo presenta così:

economista statunitense, esponente della scuola austriaca (sic!) , è docente di economia alla George Mason University, dirige un blog molto popolare sulla rivoluzione marginalista. È editorialista economico per il New York Times

Ne parla anche Phastidio.net. Ok ho il sospetto che allora non sarà come leggere un pezzo di Mises o Hayek. Nel suo blog scrive:

Italy has a lot of debt, but also lots of wealth. There is, however, no need to sell off the Pieta. More than half of Italian government bonds are held domestically. Apply a wealth tax and use it to pay off all of the domestically held bonds; in essence the government takes the wealth with one hand and mails it back with the other. The debt/gdp ratio is more than cut in half and the announcement to do so comes immediately. The Italian citizenry is not poorer, although they are required to recognize losses which already have been incurred. The Italian government also can do some fraction of this, and retire part of the domestically held debt, rather than all of it.

Traduzione

L’Italia ha un sacco di debito, ma anche grandi ricchezze. Non c’è necessità, tuttavia, di vendere la Pietà. Più di metà del debito pubblico italiano è in mano agli Italiani. Si metta una patrimoniale e la si usi per pagare tutto il debito interno; in soldoni il governo prende la ricchezza con una mano e la restituisce con l’altra. Il rapporto debito/PIL viene più che dimezzato e l’annuncio di questo provedimento è subito esecutivo. La cittadinanza italiana non è più povera anche se le

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