Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – V parte

Economia del benessere: una critica

 

Economia ed Etica

Ostemma misesggi fra gli economisti è generalmente accettata, almeno pro forma, l’idea che l’economia di per sé non può produrre giudizi etici. Non è invece abbastanza diffusa l’idea che, accettare la tesi precedente, non implica necessariamente l’accoglimento della posizione di Max Weber secondo cui l’etica non può mai essere dimostrata scientificamente o razionalmente. Sia che accettiamo la posizione di Max Weber, sia che aderiamo alla più antica visione di Platone ed Aristotele sulla plausibilità di un’etica razionale, dovrebbe comunque esser chiaro che l’ economia di per sé non può produrre una posizione etica. Se una scienza etica è possibile, dev’essere costruita al di fuori dei dati offerti dalle verità acquisite da tutte le altre scienze.

La medicina può accertare il fatto che un certo farmaco può curare una certa malattia, lasciando ad altre discipline la questione se la malattia dovrebbe essere curata. Allo stesso modo, l’economia può arrivare alla conclusione che la Politica A con duce ad un miglioramento della vita, della prosperità e della pace, mentre la Politica B conduce alla morte, alla povertà e alla guerra. Sia la medicina sia l’economia possono rilevare queste conseguenze in maniera scientifica, e senza introdurre giudizi etici nell’analisi. Si potrebbe obiettare che i medici non ricercherebbero possibili cure per una malattia se non fossero favorevoli alla cura, o gli economisti non indagherebbero le cause della prosperità se non fossero favorevoli a tale risultato. Su questo punto vi sono due risposte: 1) questo è indubbiamente vero in quasi tutti i casi, ma non è necessariamente così – alcuni medici o alcuni economisti possono essere interessati solo alla scoperta della verità, e 2) questo stabilisce solo la motivazione psicologica degli scienziati; non stabilisce che la disciplina in sé perviene ad alcuni valori. Al contrario, supporta la tesi che l’etica vi è pervenuta indipendentemente dalle scienze specifiche della medicina o dell’economia.

Allora, sia che sosteniamo … Leggi tutto

Interferenze coercitive – V parte

Redistribuzione del reddito

 stemma misesLa redistribuzione del reddito è giustificata con l’argomento che il mercato non protegge da tre fenomeni: povertà, diseguaglianza, insicurezza.[1] La redistribuzione avviene attraverso diversi strumenti: l’imposizione fiscale progressiva (v. supra), gli istituti del Welfare State[2], i controlli dei prezzi (tra cui i salari: salario minimo), gli interventi di sviluppo territoriale.

 Gli istituti del cosiddetto Stato sociale sono costituiti dall’erogazione di beni o servizi in natura come la sanità, l’istruzione, e la casa; dalla previdenza (a ripartizione)[3]; e da tutti i trasferimenti che compongono l’assistenza, cioè le provvidenze in denaro volte ad alleviare condizioni di disagio originate da situazioni diverse quali la disoccupazione, la malattia, l’inabilità, l’invalidità, la povertà, la vedovanza, i figli a carico ecc.[4] Nell’accezione dei redistributivisti, gli istituti dello Stato sociale sono “redistributivi” perché i servizi sono offerti ai beneficiari gratuitamente o semigratuitamente, mentre le risorse necessarie per finanziarli sono prelevate attraverso meccanismi progressivi; dunque perché trasferiscono risorse dai più benestanti ai più disagiati. In termini prasseologici, sono redistributivi per il solo fatto di sottrarre coercitivamente risorse ad alcuni per assegnarle ad altri, indipendentemente dai livelli di ricchezza dei soggetti coinvolti.

 Nella redistribuzione ciò che avviene è che i guadagni di ciascuno vengono determinati separatamente (cioè sono diversi) dai guadagni effettivi ottenuti con la produzione e lo scambio. Dunque si introduce un processo di distribuzione separato dalla produzione.

Il principale argomento accademico a favore della redistribuzione, fornito da A. Pigou, è il seguente: l’utilità marginale (incremento di benessere) derivante da un’unità monetaria in più tende a ridursi all’aumentare del numero di unità monetarie possedute. Poiché le persone hanno la stessa scheda di utilità marginale, i percettori di redditi più bassi traggono dall’ultima unità monetaria un’utilità marginale più alta; cioè, se percepiscono un’unità monetaria in più, aumentano maggiormente il loro benessere rispetto a coloro che possiedono un reddito alto. Quindi, per accrescere il benessere collettivo, bisogna redistribuire reddito dai ricchi ai poveri.

Questo ragionamento, se … Leggi tutto