Nel vicolo cieco della politica monetaria

Il 26-27 luglio prossimo si riunisce per la quinta volta quest’anno il FOMC (Federal Open Market Committee), il braccio operativo della FED, per decidere se apportare o meno modifiche alla politica monetaria della banca centrale americana. Nelle precedenti quattro riunioni non sono state poste in essere variazioni sui Federal Funds Rate, l’interesse di base americano (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno). In sostanza, siamo fermi al 16 dicembre 2015, giorno in cui dopo ben sette anni la FED ha disposto un rialzo dei Funds Rate, portandoli dallo 0-0,25 allo 0,25-0,5 per cento.

Sul finire dello scorso anno la FED aveva lasciato intendere che nel corso dell’anno seguente si sarebbero realizzati quattro incrementi graduali sull’interesse di base con l’obiettivo di portare il livello dei Funds Rate all’1,375 per centro entro lo scadere del 2016. Fino a pochi giorni prima del referendum sulla Brexit, la maggioranza dei policy-maker della banca centrale americana prospettavano invece un interesse di base allo 0,875 per cento entro lo scadere dello stesso termine, un livello implicante uno o due rialzi dei tassi di interesse nel corso dell’anno. Ora, dopo l’esito sul referendum britannico che ha sancito la vittoria, benché di misura, dei pro-leave (i sostenitori della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea) ed il successivo ed immediato crollo dei mercati finanziari, la FED starebbe però valutando seriamente l’opzione di non attuare alcun rialzo dei Funds Rate nel corso di quest’anno.

L’esito del referendum sulla Brexit come causa non solo del successivo ed immediato crollo dei mercati finanziari ma anche e soprattutto dell’eventuale ripensamento della FED sulla decisione di proseguire nel 2016 sulla strada del rialzo dei tassi di interesse? Certamente questo è quello che più di qualcuno vuole farci credere ma la realtà è tutt’altra cosa.

Il risultato del referendum sulla Brexit non ha fatto altro che mostrarci la verità, vale a dire che “il Re è nudo” e quindi è … Leggi tutto

Lo scarica-barile della Fed: incolpare la Cina e il petrolio

La recente azione del mercato ha fatto emergere alcune ipotesi che sono o del tutto sbagliate o altamente fuorvianti. Ad esempio, per quanto riguarda la recente catastrofe nei mercati dei capitali, s’è fatta strada una dicotomia particolarmente insistente che vuole spiegarne la causa.

Ci sono alcuni che, facendo eco ai titoli dei giornali, sono pronti a puntare il dito contro il petrolio e la Cina. Ciononostante ci sono altri che puntano il dito contro la Fed per aver “rialzato i tassi troppo presto.” Secondo questi ultimi essendo “l’inflazione totalmente sotto controllo”, era ridicolo che la Fed sentisse il bisogno di “rialzare i tassi d’interesse . Entrambe queste posizioni tendono ad esprimere angoscia per il “dollaro forte”.

Entrambe queste posizioni non comprendono la causa del problema. Tanto per cominciare, è ridicolo accusare il petrolio per il calo dei mercati quando c’è bisogno in prima istanza di spiegare perché il petrolio stesso stia calando. E’ del tutto insoddisfacente spiegare qualcosa descrivendolo. Funziona bene per i titoli dei giornali e per scaricare le colpe reali, ma bisogna imparare a guardare più in profondità. Non ci si può aspettare d’impressionare nessuno spiegando che l’aereo sta precipitando perché non sta più volando. Qual è la causa del calo del prezzo del petrolio? Questa è la vera domanda.

Inoltre, nemmeno la “tesi Cina” non spiega nulla. Ci si limita ad osservare una correlazione nei mercati e quindi è molto conveniente dare la colpa “agli altri”. L’economia della Cina e degli Stati Uniti s’influenzano a vicenda, soprattutto nella nostra epoca di valute fiat fluttuanti. Ma alla fine sia la Cina sia gli Stati Uniti — anzi il mondo intero — vengono trascinati giù da azioni passate compiute dalle rispettive banche centrali, più nello specifico dall’illusione di prosperità attraverso l’espansione monetaria e del credito.

Questo ci porta al secondo tema: biasimare la Fed per aver operato un “rialzo dei tassi” troppo presto. Cioè, ci sono un … Leggi tutto

Gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso un bust economico?

Mercoledì 16 dicembre 2015 i funzionari della Federal Reserve Bank hanno innalzato il tasso dei federal funds, dallo 0.25% allo ​​0.5%, per la prima volta sin dal dicembre 2008. L’obiettivo sarebbe quello d’innalzarlo gradualmente al 1.25% entro il dicembre del prossimo anno.

I funzionari della FED hanno giustificato tale aumento dicendo che l’economia è abbastanza forte e può stare in piedi sulle proprie gambe. “La commissione ritiene che quest’anno vi sia stato un notevole miglioramento nelle condizioni del mercato del lavoro, ed è ragionevolmente fiduciosa che l’inflazione salirà nel medio termine al suo obiettivo del 2%”, ha riportato il comunicato stampa post-meeting della FED.

Vari indicatori economici chiave, quali la produzione industriale, non supportano questo ottimismo. Il tasso di crescita annuo della produzione è sceso a -1.2% a novembre, rispetto al 4.5% del novembre dello scorso anno. Secondo il nostro modello, tale tasso di crescita annuo potrebbe scendere a -3.4% entro il prossimo agosto.

Anche se il tasso di crescita annuale dell’IPC è salito allo 0.5% a novembre, rispetto allo 0.2% di ottobre. Secondo il nostro modello, è probabile che il tasso di crescita dell’IPC s’indebolirà visibilmente.

Il tasso di crescita annuo dovrebbe scendere a -0.1% ad aprile, prima di stabilizzarsi allo 0.1% a dicembre del prossimo anno.

Quindi, da questo punto di vista, i funzionari della FED non hanno le basi per restringere la loro posizione.

I funzionari della FED sono del parere che il tasso quasi a zero dei federal funds e il loro massiccia pompaggio monetario abbiano curato l’economia, la quale sembra essere in prossimità di un percorso di crescita economica stabile e di stabilità dei prezzi.

Secondo questo modo di pensare, il ruolo della politica monetaria è quello di fare in modo che l’economia sia indirizzata verso il “percorso corretto”.

Deviazioni dal “percorso corretto” si verificano a causa di vari shock, che sono spesso considerati di natura misteriosa. Suggeriamo che attualmente la FED stia … Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – II Parte

2.1 Il ruolo della moneta nel sistema economico

Lachmann      Il primo argomento riguarda il ruolo della moneta nel sistema economico. Secondo Sraffa (1932a, pp. 43-44), Hayek non sarebbe in grado di cogliere le differenze tra un’economia monetaria ed una non monetaria, in particolare attribuendo egli alla moneta la sola funzione di intermediario degli scambi. Per Sraffa, tale posizione non è compatibile con il desiderio di avanzare dei suggerimenti di politica monetaria. Tale accusa, inoltre, tenta di rilevare una contraddizione nell’intenzione di Hayek di spiegare le fluttuazioni economiche come l’effetto sull’economia reale generato da espansioni monetarie[1].

      Hayek giudica tale obiezione come un grave e malizioso fraintendimento nell’interpretazione della sua teoria da parte del collegea italiano[2].

      Su questo punto Lachmann non estende la difesa di Hayek e si limita a sottolineare l’incapacità di Sraffa di cogliere l’importanza della teoria austriaca del capitale, incapacità del tutto sorprendente per un ricardiano[3].

 

2.2 Risparmi e investimenti

      Il secondo punto importante analizzato da Lachmann (1986a, pp. 214-216) riguarda la relazione tra risparmi e investimenti.

      Bisogna rammentare che siamo nel 1932, a mezza strada tra il Treatise e la General Theory, e prima che la distinzione operata da Myrdal fra grandezze ex ante e grandezze ex post divenisse nota fuori dalla Svezia. Usando la terminologia del Treatise, i keynesiani spiegavano la divergenza tra il risparmio e l’investimento (ex ante) mediante il fatto che nella nostra società risparmiatori e investitori appartegnono tipicamente a class[i] sociali diverse. Austriaci come Mises e Hayek sostenevano invece l’idea, non particolarmente austriaca e condivisa in quel periodo alla corrente principale dela scienza economica, secondo cui il risparmio determina l’investimento tramite il meccanismo dell’interesse. (Lachmann, 1986a, p. 214).

      Questo è un argomento centrale perché, come è noto, un disequilibrio tra risparmi e investimenti indotto artificialmente, generando investimenti sbagliati ed impedendo al meccanismo del tasso di interesse di agire nel libero mercato, è la causa effettiva delle fluttuazioni economiche secondo … Leggi tutto

I limiti di un ritorno al sistema aureo classico

L’opuscolo di Ralph Benkogoldkits e Charles Kadlec The 21st Century Gold Standard: for Prosperity, Security, and Liberty (The Websters’ Press, Washington – New York 2012, III ed.) è pensato per illustrare al grande pubblico i vantaggi di un ritorno al sistema aureo classico e presentare al lettore comune un programma concreto di azione cui egli stesso può prendere parte. Ma se quest’impostazione costituisce il suo grande pregio, il contenuto, purtroppo, non è esente da limiti. Gli stessi limiti, in effetti, del sistema classico, riproposti a cent’anni dal suo tramonto, per fondare il sistema “del Ventunesimo Secolo”… etichetta che, a quanto pare, si deve solo al fatto che “People still will use currency, credit cards, checks, and online transactions just as we do now.” (pag. 16). D’altra parte, Benko si professa seguace di Jacques Rueff, che, notoriamente, ha sostenuto proprio questa linea, al tempo di Bretton Woods.

Oggi, in un tempo di false soluzioni e fallacie grossolane, il sistema classico sembra un vero giardino dell’Eden; ma proprio per questo è necessario che qualcuno rivesta il ruolo, ingrato, del Grillo parlante e spieghi perché la posizione della Scuola Austriaca (almeno nella linea Mises – Rothbard) sia diversa e migliore. Dato che l’opuscolo illustrativo della linea oposta è chiaro e completo, si tratta solo di rilevare i difetti e bollarli per tali.

Anzitutto, gli autori propugnano un’idea, senz’altro popolare ma fallace, di “stabilità monetaria” come “invarianza del potere d’acquisto”, spingendosi ad affermare che i prezzi dei beni nel 1792 erano pressapoco gli stessi del 1933 (cfr. pagg. 16-7). In realtà, un sistema di moneta-merce è, semmai, deflazionistico, nel senso che porta ad un fisiologico calo dei prezzi al consumo, poiché la quantità di moneta resta stabile, mentre le innovazioni di processo e di prodotto accrescono quantità e varietà dei beni disponibili; questo è vero anche senza la copertura integrale, come si è viste nel periodo della Grande Prosperità Leggi tutto

Il prezzo della moneta. Per una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte terza)

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In momenti diversi, Keynes ha fornito definizioni del tasso di interesse, come pure descrizioni succinte, che sono utili per giungere ad una comprensione della sua analisi; forse lo scorcio più illuminante sulla teoria nel suo insieme è l’asserto che il tasso di interesse è “un fenomeno altamente psicologico”;1il suo valore attuale è governato, in larga misura, dall’opinione prevalente su quanto ci si aspetta che il suo valore sia”.2 Considerato che nessun’altra variabile economica è stata trattata secondo i metodi della matematica, impersonale ed obiettiva, quanto lo è stato l’interesse nella teoria economica e nella pratica degli affari, si resta piuttosto sconcertati all’apprendere che non c’è nulla di altro o di basso, ma che è la nostra opinione a renderlo tale.

Due definizioni possono essere riportate come aventi una natura più formale e consapevole delle altre. “Il tasso di interesse è la ricompensa per il fatto di privarsi della liquidità per un determinato lasso di tempo […] il prezzo che equilibra i desideri di detenere ricchezza in forma di contante con la quantità di contante disponibile.3 Affermazioni del genere illustrano l’argomento di Keynes, secondo cui la sua teoria non è che uno sviluppo del senso comune in materia, il prezzo del denaro disponibile, il premio che il beneficiario del prestito deve pagare al prestatore affinché questi si privi di ricchezza generica per un debito specifico, “la proporzione inversa tra una somma di denaro e ciò che si può ottenere per il fatto di privarsi del controllo sulla moneta, in cambio di un debito, per un periodo di tempo stabilito”.4 Impiegando una tecnica d’analisi prediletta, Keynes riformula la stessa frase in questi termini: “Il tasso monetario d’interesse non è nient’altro che l’eccesso, in percentuale, di una somma di denaro di cui si è pattuita la consegna differita […] rispetto a quello che potremmo chiamare il prezzo istantaneo, o Leggi tutto

Interferenze coercitive – VII parte

Stabilizzazione macroeconomica

stemma misesPolitica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione … Leggi tutto

Il ciclo naturale: II parte

II. Preferenze e tasso di interesse. L’impalcatura della ABCT

 

business_economic_cycleIl ruolo delle aspettative è cruciale per la nostra analisi. Ma dobbiamo arrivarci gradualmente, a partire da alcuni elementi tradizionali della teoria economica austriaca. Si tratta delle preferenze temporali e della struttura intertemporale della produzione.

Secondo la legge della preferenza temporale, «l’uomo, nella sua scala di valori e a parità di circostanze, attribuisce sempre una maggiore importanza ai beni presenti rispetto a quelli futuri»[7]; da questo assunto, la scuola austriaca arriva ad una definizione di tasso di interesse in radicale opposizione con quella della teoria dominante (‘costo del denaro’). Possiamo infatti definire «il tasso o tipo d’interesse [come] il prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri»[8]. È quindi limitante e profondamente sbagliato definire il tasso di interesse come il costo del denaro. Avvicinandoci maggiormente ad una concezione medievale, osserviamo come la grandezza normalmente chiamata i è più legata al concetto di tempo che a quello di denaro. Il mercato dei capitali è solo un particolare mercato di beni, in cui l’azione del tasso di interesse è maggiormente manifesta all’occhio comune, ma non è l’unico. In tale mercato particolare, l’offerta – i venditori – è rappresentata dai consumatori, coloro che dispongono di beni presenti e sono disposti a rinunciarvi in una qualche misura, appunto definita dal tasso[9]. Una delle forme in cui tale rinuncia si manifesta è il risparmio; i consumatori rinunciano a denaro presente in funzione di denaro futuro; offrono quindi denaro sul mercato. Da chi è costituita la domanda? Dagli imprenditori, che hanno bisogno di moneta oggi per realizzare i propri progetti industriali. Pertanto, per il mercato dei capitali il tasso di interesse naturale è quel particolare tasso che permette all’offerta (risparmio dei consumatori) di incontrare la domanda (investimenti degli imprenditori).

Ma la legge della preferenza temporale non vale sul solo mercato dei capitali. Essa va estesa all’intero sistema economico, … Leggi tutto

Ciclo economico

stemma misesIl ciclo economico è un’oscillazione del prodotto di un dato sistema economico nel tempo[1]. Sul piano empirico si possono constatare due fasi: l’espansione (il Pil aumenta) fino a un periodo di boom, in cui i prezzi e l’attività economica (soprattutto il settore dei beni capitali) aumentano; e la recessione e/o la depressione (il Pil reale diminuisce per almeno due trimestri), la fase su cui è più focalizzata l’attenzione per le conseguenze dannose. Gli alti e bassi sono più intensi nel settore dei beni capitali.

Sul piano grafico si ha un andamento sinusoidale. I punti di svolta superiore e inferiore. Frequenza e ampiezza.

 ciclo

Aumento e riduzione dei tassi di crescita. Oscillazione congiunta di altre grandezze: occupazione, consumi, investimenti, prezzi.

La teoria economica ha individuato cicli di diversa durata: il più lungo, il “Kondratieff”, avrebbe una durata di circa 54 anni (l’“onda” di Kondratieff è la rappresentazione grafica che illustra i primi circa 27 anni di crescita e poi gli altri circa 27 di recessione/depressione[2]). Inserito in esso un ciclo “Juglar”, di 11 anni, caratterizzato da fluttuazioni irregolari e inserite in un trend di crescita. Infine cicli brevi o “Kitchin” o delle scorte, di circa 2 anni. In realtà questa periodicità non esiste, nell’azione umana non sono possibili costanti quantitative, quindi questa standardizzazione temporale dei cicli è discutibile.

Fino alla fine del ‘700, cioè fino all’inizio della rivoluzione industriale, i cicli economici di fatto non sono esistiti. Vi erano secoli in cui l’attività economica cresceva e secoli – ‘300 e ‘400 – di lungo declino; ma, all’interno di questi periodi secolari o plurisecolari, l’andamento era stabile; cioè, in termini grafici, la linea che rappresenta l’attività economica era retta (crescente, decrescente o orizzontale), non oscillante, perché non c’erano alti e bassi ricorrenti e regolari. Poiché questi cicli sono apparsi in contemporanea con l’industria moderna, Marx li attribuì al capitalismo. Invece, suggerisce la teoria Austriaca, in coincidenza con la rivoluzione industriale si sviluppa il … Leggi tutto

La Moneta: IV Parte

 money 2Canali di trasmissione della moneta e politica monetaria

Il controllo della quantità di moneta, e in generale la politica monetaria, è realizzato dalla banca centrale attraverso diversi strumenti.

Per quanto riguarda la base monetaria, oggi il principale canale di creazione è costituito dai finanziamenti della banca centrale alle aziende di credito, che si trovano con scarsa liquidità. Sono le operazioni di mercato aperto, che assumono la forma di operazioni di rifinanziamento principali (pronti contro termine, trasferimento di fondi in cambio di titoli con restituzione entro 2 settimane) o di rifinanziamento a più lungo termine (a 3 mesi)[1].

Questo canale rappresenta l’espressione più importante della strategia di politica monetaria adottata dalle banche centrali, perché è attraverso il finanziamento della liquidità al sistema bancario che esse riescono a influenzare gli aggregati monetari e i tassi di interesse di mercato (infra)[2].

Un secondo canale di creazione è l’estero: se vi è un saldo attivo della bilancia dei pagamenti, gli operatori ricevono valuta estera, che viene convertita in moneta nazionale dalla banca centrale: dunque un surplus della bilancia dei pagamenti si traduce in un’iniezione di base monetaria. Viceversa, se la bilancia dei pagamenti è in disavanzo, si ha distruzione di base monetaria.

Un terzo canale può essere il Tesoro: se vi è un disavanzo pubblico, parte di esso può essere coperto con modalità che prevedono immissione nel sistema di base monetaria. Tali modalità sono tre: 1) acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale; 2) il Tesoro ha un conto corrente di tesoreria presso la Banca centrale; al fine di assicurare liquidità al Tesoro per far fronte a sfasamenti temporali fra incassi e pagamenti, la banca centrale apre una linea di credito temporanea, effettuando pagamenti per conto del Tesoro; 3) emissione di monete metalliche (di piccolo taglio) da parte del Tesoro.

Nell’Unione monetaria europea tale canale non è più previsto, è stato chiuso nel 1994 per impedire che … Leggi tutto