La critica nascosta di Hayek alla Teoria Generale

Hayek è considerato uno dei principali oppositori di Keynes, a causa del dibattito sulla macroeconomia in cui si scontrarono nei primi anni Trenta. Pochi anni dopo questa controversia, Keynes pubblicò The General Theory ([1936] 1973) e ci si aspettava che Hayek criticasse il nuovo modello di Keynes. Ma, sorprendentemente, Hayek decise di tacere e lasciò il suo oppositore incontrastato. Lo rimpianse per sempre. Ad ogni modo, questo articolo sostiene che nell’opera di Hayek successiva al 1936, ci sia una critica a The General Theory che è passata in buona misura inossservata. Pertanto, questo approccio riapre il grande dibattito tra Hayek e Keynes esattamente nel punto in cui lo avevano apparentemente lasciato, cioè, dopo la pubblicazione di The General Theory.

L’enigma dell’inflazione

Come termine economico “inflazione” è l’abbreviazione di “inflazione dell’offerta di moneta”.

Tuttavia l’opinione pubblica la intende generalmente come “aumento dei prezzi” e ciò non deve sorprendere poiché uno degli effetti più comuni dell’aumento dell’offerta di moneta è proprio un aumento generale dei prezzi. I sostenitori delle politiche governative spesso affermano che “se l’allentamento quantitativo (QE) ed il suo pessimo gemello – la riserva frazionaria delle banche – sono così terribili, perché l’inflazione ancora non si vede?”

Per affrontare questo enigma, ci sono sei fattori tra loro connessi e degni di nota:

Primo: dobbiamo essere chiari circa i termini che stiamo usando.

Invece di parlare di “inflazione” in termini generici come sopra, è più appropriato parlare di svalutazione monetaria, che è l’effetto reale della creazione con ogni mezzo della moneta cartacea a corso legale (fiat). Noi sperimentiamo una svalutazione della moneta come diminuzione del potere di acquisto. Due facce della stessa medaglia: una riflette l’altra.

Secondo: la suddetta domanda trascura il fatto che le rilevazioni usate in questo processo sono di per sé inattendibili. La diminuzione del potere di acquisto è più evidente quando misurata oggettivamente in confronto ad una materia prima essenziale come il petrolio (piuttosto che in riferimento all’Indice dei Prezzi al Consumo, CPI). Il CPI si propone di riflettere il prezzo di componenti selezionati da statistici del governo in quello che essi considerano essere un tipico – ma ipotetico – paniere “di beni e servizi di consumo”. Questo paniere, il cui contenuto è periodicamente modificato, risulta in un indice che non può essere considerato un indicatore oggettivo. Questo convalida le alchimie di non- indipendenti statistici del Tesoro e si riferisce a dei beni che difficilmente sono presenti nel mio o nel vostro carrello della spesa.

Misurare il prezzo del petrolio in termini di oro.

Nel 1966 (50 anni fa) il prezzo di un barile di petrolio era pari a 3,1 dollari. Ora è appena sotto Leggi tutto

Quattro motivi per cui la spesa pubblica è anche peggiore delle tasse

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All’approssimarsi delle annuali scadenze fiscali, ci ricordiamo di quanto dolorose siano le imposte sul reddito. Ce lo fa ricordare non solo la ricchezza che ci viene tolta, ma anche tutto il tempo e l’energia che devono essere impiegati per aiutare il governo federale a stabilire quanto debba prelevarci nell’anno.

L’imposta sul reddito è peraltro solo una parte dell’equazione. Le tasse sugli stipendi, sulle società, le accise ed i dazi sono tutte tasse federali che ciascuno di noi paga, sia che paghi un’imposta sul reddito o meno.

Non c’è bisogno di essere titolare di azienda per pagare le imposte sulla società. Quando un’impresa paga le imposte sulla società, i clienti e gli impiegati sono comunque danneggiati in termini di stipendi più bassi e prodotti più costosi. Non c’è bisogno di essere un importatore per pagare i dazi in quanto questi finiscono per riversarsi sui consumatori in termini di maggiori prezzi e minori quantità di beni disponibili. E non c’è bisogno di essere un automobilista per pagare le accise sul carburante. Ogni bene e servizio che per il trasporto fa affidamento sul carburante ci costa di più proprio a causa di questa tassa.

Del resto, non sono comunque le tasse la parte peggiore dell’equazione tra tasse e spesa. Ciò che il governo fa con il denaro – una volta che ce l’ha – è assai peggio e deleterio, sia politicamente che economicamente.

 

Motivo 1: Non c’è modo di allocare razionalmente il denaro derivante dalle tasse

Una volta che il denaro è stato tolto al possessore attraverso le tasse, il denaro abbandona il regno del mercato e dei prezzi di mercato. I fondi derivano non da risorse acquisite attraverso lo scambio volontario, ma attraverso una transazione coercitiva alle cui spalle c’è la minaccia delle sanzioni e del carcere.

A questo punto, il denaro è già stato allocato in maniera inefficiente perché è stato distribuito (con l’uso della forza) indipendentemente dalla … Leggi tutto

Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – IV Parte

2.5 Le aspettative

LachmannLa parte finale della critica di Lachmann a Sraffa è dedicata al problema delle aspettative, forse l’argomento più caro all’economista tedesco[1]. Infatti, Lachmann è l’autore che, nell’ambito della scuola austriaca, più d’ogni altro ha analizzato il concetto di aspettative, reinterpretandole dinamicamente ed inserendole all’interno dell’analisi della sua scuola.

Riconoscendo il merito keynesiano di aver introdotto il concetto di aspettative in modo organico attraverso A Treatise on Money (1930)[2], e riferendosi ai contribute di Shackle[3], un’‘austriaco’ parzialmente convertito al keynesismo[4], Lachmann cerca di innestare il proprio contributo completamente all’interno della tradizione austriaca, seppur con alcuni distinguo. In particolare, egli ritiene che gli austriaci abbiano perso l’opportunità di inserire le aspettative in modo organico all’interno della propria elaborazione teorica, mancando quindi di completare la rivoluzione soggettivista iniziata con Menger.

It is a curious fact that, when around 1930 (in Keynes’s Treatise on Money) expectations made their appearance in the economic thought of the Anglo-Saxon world, the Austrians failed to grasp with both hands this golden opportunity to enlarge the basis of their approach and, by and large, treated the subject rather gingerly. (Lachmann, 1976e, p. 58).

A dire il vero, la critica di Lachmann appare sin troppo severa[5]. Hayek (1929, p. 147) già riconosce il ruolo centrale delle aspettative, osservando come positive aspettative di profitto possano guidare il cambiamento delle preferenze degli imprenditori, che, divenendo maggiormente orientati al futuro, muovono al rialzo il tasso di interesse d’equilibrio. Questo passaggio è centrale anche nel fondamentale Hayek (1933).

Tuttavia, Lachmann cerca di essere ancora più radicale: egli riconosce che Hayek abbia discusso il problema delle aspettative; peraltro, lo ‘accusa’ di non aver sviluppato abbastanza le cause di aspettative divergenti e le potenziali conseguenze che esse potrebbero generare[6]. L’economista tedesco, pertanto, abbraccia il concetto shackleiano di kaleidic society[7], «a society in which sooner or later unexpected change is … Leggi tutto

Il mito della deflazione giapponese e il crollo dello Yen

yenIl deprezzamento  dello yen, iniziato alla fine dell’estate, lo ha portato ad una perdita di valore di circa il 40% rispetto all’euro e al dollaro statunitense rispetto a soli due anni fa. Eppure il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il capo della banca centrale Haruhiko Kuroda avvertono che la battaglia contro la deflazione è lontana dall’essere vinta. Tale cautela è assurda — soprattutto in considerazione del fatto che non vi è stata alcuna deflazione.

Alcuni cinici suggeriscono che il grido di battaglia di Abe e Haruhiko contro questo fantasma, sia semplicemente uno stratagemma per ottenere il consenso di Washington ad una grande svalutazione. Ma qualunque sia la verità sulle loro reali intenzioni, il caos monetario del Giappone sta aumentando.

I prezzi giapponesi sono rimasti stabili

Il livello massimo del CPI in Giappone, durante il ciclo economico del 2007, era praticamente allo stesso livello di quello registrato nella recessione post-bolla nel 1992, e di pochi punti percentuali superiore rispetto al picco del ciclo del 1989. Di conseguenza, il Giappone ha goduto di una sorta di stabilità dei prezzi come sarebbe accaduto in un mondo a regime di gold standard: i prezzi sono calati durante le recessioni o durante i periodi di rapido miglioramento delle ragioni di scambio o di crescita della produttività, aumentando, al contrario, durante i boom ciclici o in momenti di grandi aumenti del prezzo del petrolio.

Se gli indici di prezzo in Giappone fossero stati rettificati per tenere conto dei miglioramenti qualitativi, sarebbero calati un po’ dappertutto, ma questo è quello che sarebbe avvenuto anche in un regime di gold standard, pienamente in linea con una potenziale crescita economica. Tali oscillazioni dei prezzi sono del tutto innocue. Ad esempio, una riduzione dei prezzi durante una recessione, unita all’aspettativa di prezzi più elevati, induce le imprese e le famiglie a spendere di più. Una critica valida dell’esperienza giapponese degli ultimi due decenni afferma che la scarsa incisività di … Leggi tutto

Come l’espansione monetaria può incrementare le disuguaglianze di reddito

[Questo articolo è adattato dal Capitolo 11 del libro The Fed at 100: A Critical View on the Federal Reserve System].

Bridging the gapIl punto di partenza per qualunque seria analisi sull’argomento trattato oggi è il fatto che la produzione di moneta non porta a cambiamenti uniformi e simultanei. Un aumento dell’offerta di moneta comporta un aumento del livello dei prezzi, ma questi ultimi mutano diversamente nel tempo e nella quantità (vedi “effetto Cantillon”).

Di conseguenza, la produzione di moneta crea dei vinti e dei vincitori. I vincitori sono quelli che possono usufruire della nuova moneta per primi, perché in quel momento i prezzi dei beni saranno ancora relativamente bassi. Grazie a tali prime spese, prezzi e guadagni aumentano gradualmente, favorendo in tal modo la diffusione della nuova moneta nell’economia. I “vinti” di tale processo sono quelli che usufruiranno solo dopo – o per ultimi – dei guadagni più elevati derivanti. Ciò è intuibile dal fatto che questi ultimi staranno già pagando il surplus dei prezzi creato dalle maggiori spese dei “vincitori” – cioè degli individui che per primi hanno beneficiato della nuova quantità di moneta emessa – tramite le loro entrate inizialmente più basse.

In senso stretto, quest’effetto distributivo è indipendente dalle effettive spese effettuate con l’aumento della quantità di moneta e dall’eventuale cambio dei prezzi. Per esempio, negli scorsi cinque anni, la Federal Reserve ha aumentato continuativamente la base monetaria con massicci interventi, mentre l’impatto sul livello dei prezzi è stato piuttosto moderato. Ciononostante, tale aumento nella base monetaria ha portato ad una ridistribuzione su larga scala in quanto determinati soggetti sul mercato hanno ricevuto gran quantità di una moneta qualitativamente migliore, mentre l’offerta totale di moneta (che include i mezzi fiduciari creati dalle banche commerciali), ed il livello dei prezzi, sono rimasti relativamente stabili.

Per trovare un’analogia, si pensi al croupier di un casinò che all’inizio di una mano di poker distribuisce ad uno dei giocatori … Leggi tutto

I recenti dati economici mostrano il lato positivo della deflazione

pennies2La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Bank of England ammoniscono ripetutamente di come la deflazione sia estremamente pericolosa per un’economia. Le banche centrali, la maggior parte degli economisti, ed i media, parlano della deflazione come uno dei più grandi disastri che possano colpire un’economia.

Data l’apparente importanza della questione – e il possibile danno collaterale delle politiche inflazionistiche – è incredibile quanto siano pochi coloro i quali si preoccupano di chiedersi la vera, fondamentale domanda: i dati storici dimostrano che la deflazione sia qualcosa di terribile? I numeri suggeriscono di no. In realtà, guardando alle recenti statistiche su PIL, inflazione ed occupazione, si potrebbe perfino dire che un po’ di deflazione sia ciò di cui molte economie avrebbero realmente bisogno. Esaminiamo alcuni esempi forniti dall’attualità.

Giappone

Il Giappone è l’unico paese occidentale ad aver sperimentato negli ultimi decenni una deflazione prolungata. Secondo l’opinione dei fobici della deflazione, quest’ultima sarebbe un disastro anche perché indurrebbe le famiglie a posticipare i loro acquisti, causando un calo dei consumi e un alto tasso di disoccupazione. Di conseguenza, il Giappone dovrebbe essere un paese caratterizzato da un’alta disoccupazione, tutto fuorché un’alta spesa per i consumi ed una qualità della vita molto più bassa di, diciamo, vent’anni fa. Il Giappone dovrebbe quindi anche essere assente da ogni confronto economico internazionale in termini di innovazione. Al contrario, il Giappone è presente nella top 5 di ogni ranking relativo ai paesi più innovativi al mondo, i consumi sono aumentati nonostante anni di diminuzione dei prezzi, il tasso di disoccupazione è più basso del 4% e le vie giapponesi sono colme di negozi pronti ad offrire ogni bene conosciuto dall’uomo.

Ovviamente, l’esperienza giapponese relativa alla deflazione potrebbe essere soltanto un’eccezione alla regola. Fortunatamente, abbiamo dei dati relativi anche ad altre economie.

Grecia

Nell’Eurozona, ci sono due paesi che recentemente sono caduti in deflazione: in Grecia, i prezzi sono in caduta sin dall’inizio del 2013; … Leggi tutto

Il prezzo della moneta. Per una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte terza)

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In momenti diversi, Keynes ha fornito definizioni del tasso di interesse, come pure descrizioni succinte, che sono utili per giungere ad una comprensione della sua analisi; forse lo scorcio più illuminante sulla teoria nel suo insieme è l’asserto che il tasso di interesse è “un fenomeno altamente psicologico”;1il suo valore attuale è governato, in larga misura, dall’opinione prevalente su quanto ci si aspetta che il suo valore sia”.2 Considerato che nessun’altra variabile economica è stata trattata secondo i metodi della matematica, impersonale ed obiettiva, quanto lo è stato l’interesse nella teoria economica e nella pratica degli affari, si resta piuttosto sconcertati all’apprendere che non c’è nulla di altro o di basso, ma che è la nostra opinione a renderlo tale.

Due definizioni possono essere riportate come aventi una natura più formale e consapevole delle altre. “Il tasso di interesse è la ricompensa per il fatto di privarsi della liquidità per un determinato lasso di tempo […] il prezzo che equilibra i desideri di detenere ricchezza in forma di contante con la quantità di contante disponibile.3 Affermazioni del genere illustrano l’argomento di Keynes, secondo cui la sua teoria non è che uno sviluppo del senso comune in materia, il prezzo del denaro disponibile, il premio che il beneficiario del prestito deve pagare al prestatore affinché questi si privi di ricchezza generica per un debito specifico, “la proporzione inversa tra una somma di denaro e ciò che si può ottenere per il fatto di privarsi del controllo sulla moneta, in cambio di un debito, per un periodo di tempo stabilito”.4 Impiegando una tecnica d’analisi prediletta, Keynes riformula la stessa frase in questi termini: “Il tasso monetario d’interesse non è nient’altro che l’eccesso, in percentuale, di una somma di denaro di cui si è pattuita la consegna differita […] rispetto a quello che potremmo chiamare il prezzo istantaneo, o Leggi tutto

Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte seconda)

Tuttavia, tra il 1930 ebastakeynes il 1935, nel mondo monetario sono successe molte cose da cui anche Keynes è rimasto colpito. Il suo riesame della propria posizione ha partorito la Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta. In quell’opera, ai profitti figurativi è stata restituita una collocazione nel quadro di reddito, costo e ricavi, donde la conclusione, in un certo qual modo paradossale, che risparmi e investimenti devono, pertanto, essere uguali, perché altro non sono che due aspetti diversi della medesima cosa, o piuttosto nomi diversi per una stessa cosa. A questo risultato si perviene alterando, senza informarne il lettore, l’aspetto temporale del processo, mentre lo si è informato solo del fatto che si stava cambiando la terminologia. Il Trattato è una lineare analisi wickselliana dell’ineguaglianza antecedente di risparmi e investimenti, dovuta ad un’aggiunta netta di mezzi di pagamento. La Teoria generale vede il processo sia principiative sia terminative nello stesso momento… il che riesce un tantino sconcertante. Gli effetti di cambiamenti nell’offerta di moneta sono descritti dal momento iniziale a quello finale, mentre si prende per certa l’eguaglianza di risparmi e investimenti, che, in realtà, è solo futura e conseguente. Se escludiamo i casi estremi, in cui una moneta collassa per non riprendersi mai più, è sempre vero che il valore conseguente, finale degli investimenti sarà pari alla somma dell’antecedente risparmio volontario e del conseguente risparmio forzato.1 Quest’uguaglianza nel momento conclusivo dev’essere raggiunta: i materiali impiegati nella produzione, con tutta evidenza, non sono stati consumati. Il non-consumo è la somma di risparmio forzato e libero.

Il modo di Keynes per descrivere ciò consiste nell’affermare che è il livello dei redditi che eguaglia risparmi e investimenti.

Risparmi e investimenti sono le determinate del sistema, non le determinanti. […] Quando cambiano gli investimenti, il reddito deve necessariamente mutare solo di quel tanto che è necessario per rendere il cambiamento nei risparmi eguale Leggi tutto

Cosa c’è di così preoccupante nella deflazione?

deflazioneQuando si parla di deflazione, l’economia tradizionale non è più la scienza del senso comune, ma diventa la scienza dell’insensato. La maggior parte degli economisti oggi dice a cuor leggero che “un po’ di inflazione fa bene” e si preoccupano della deflazione. Di certo, nella loro vita personale, questi stessi economisti danno la caccia sui giornali agli ultimi sconti.

Colui che impersona al meglio questa paura di deflazione è Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve. La sua interpretazione della grande depressione ha largamente influenzato il suo pregiudizio contro la deflazione. È vero che la grande depressione e la deflazione andarono mano nella mano in alcuni paesi; ma, dobbiamo stare attenti a distinguere tra associazione e causa, e a valutare correttamente l’influenza della causa. Un recente studio di Atkeson e Kehoe che prende in considerazione un periodo di 180 anni per 17 paesi, non ha trovato alcuna relazione tra deflazione e depressione. Lo studio ha in realtà trovato un maggior numero di episodi di depressione correlati all’ inflazione che alla deflazione. In questo arco di tempo, 65 episodi di deflazione su 73 non erano correlati alla depressione e 21 depressioni su 29 non erano correlate alla deflazione.

Il principale argomento contro la deflazione è che quando i prezzi cadono, i consumatori rimandano i loro acquisti per approfittare di prezzi ancora più bassi in futuro. Certamente si presume che questo riduca la domanda, il che causerà una caduta dei prezzi ancora maggiore e così via, fino a che si avrà una spirale di deflazione-depressione dell’economia. La direzione della causa è chiara: la deflazione causa la depressione. Si può trovare questo ragionamento in quasi tutte le introduzioni ai libri di testo economici.  La Fed di St. Louis ha recentemente scritto:

Mentre l’idea di prezzi più bassi può sembrare attraente, la deflazione è una seria preoccupazione per diverse ragioni. La deflazione scoraggia la spesa e l’investimento perché i consumatori, che credono che i

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