La Legge (parte seconda)

La Legge è stata snaturata sotto l’influsso di due cause molto diverse: l’egoismo scaltro e la falsa filantropia.

Parliamo del primo aspetto.

Conservarsi, svilupparsi, è questa l’aspirazione comune a tutti gli esseri umani, che fa sì che se ciascuno godesse del libero esercizio delle sue facoltà e potesse disporre liberamente dei propri prodotti, il progresso sociale sarebbe incessante, ininterrotto, indubbio.

Ma esiste anche un’altra inclinazione che è comune agli esseri umani. È quella di vivere e di svilupparsi, quando ciò sia possibile, a spese gli uni degli altri. Non è questa una accusa azzardata, espressa da uno spirito triste e pessimista. La storia ce ne dà testimonianza attraverso le guerre incessanti, gli esodi delle popolazioni, le oppressioni perpetrate dalle caste sacerdotali, la diffusione universale della schiavitù, le frodi industriali e i monopoli di cui sono pieni gli annali della storia.

Questa tendenza funesta ha origine nella natura stessa dell’essere umano, in quel sentimento primitivo, universale, insopprimibile, che lo spinge verso il benessere e gli fa evitare il dolore.

L’essere umano non può vivere altrimenti che attraverso una assimilazione, una appropriazione perpetua, vale a dire una perpetua applicazione delle sue facoltà sugli oggetti, o attraverso l’esplicazione di un lavoro. Da lì la Proprietà.

Ma, nella realtà dei fatti, potrebbe vivere e godere assimilando e appropriandosi il prodotto delle facoltà dei suoi simili. Da lì l’Esproprio.

Ora, essendo il lavoro in sé stesso una pena, ed essendo l’essere umano naturalmente portato a evitare la pena, ne segue, e le vicende della storia sono là per documentarlo, che dovunque la spoliazione è meno gravosa del lavoro, essa prevale; e questo senza che né la religione né la morale possano fare gran che per impedirlo.

Quando dunque si arresta la spoliazione? Quando essa diventa più ardua e più pesante dello stesso lavoro.

È del tutto evidente che la Legge dovrebbe avere lo scopo di opporre il potente ostacolo della forza collettiva a questa funesta Leggi tutto

La Legge (parte prima)

La legge usata per fini perversi! La legge – e con essa tutte le forze collettive della nazione, – la Legge, dicevo, non soltanto sviata dal suo vero fine, ma applicata a perseguire un fine del tutto opposto! La Legge divenuta lo strumento di tutte le cupidigie, invece di esserne il freno! La Legge che compie essa stessa le iniquità che essa aveva il compito di punire!

Certamente, se il fatto sussiste, si tratta di qualcosa di grave, su cui mi è permesso attirare l’attenzione dei miei concittadini.

Noi riceviamo da Dio il dono che per noi li racchiude tutti, la Vita, – la vita fisica, intellettuale e morale.

Ma la vita non si sostiene da sola. Colui che ce l’ha donata ci ha affidato la cura di sostenerla, di svilupparla, di perfezionarla.

Per fare ciò, ci ha provvisti di un insieme di Facoltà meravigliose; ci ha immersi in un insieme di vari elementi. È attraverso la messa in funzione delle nostre facoltà in relazione a questi elementi che si realizza il fenomeno dell’Assimilazione o Appropriazione, attraverso il quale la vita compie il percorso che le è stato assegnato.

Esistenza, Facoltà, Assimilazione – in altre parole, Personalità, Libertà, Proprietà, ecco l’essere umano.

Sono questi tre aspetti di cui si può dire, al di là di qualsiasi sottigliezza demagogica, che essi sono anteriori e superiori a qualsiasi regola legislativa prodotta dagli uomini.

Non è perché gli uomini hanno promulgato delle Leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà sono realtà in essere che gli esseri umani hanno emesso delle Leggi.

Cos’è dunque la legge? Come ho già affermato altrove, consiste nella organizzazione collettiva del Diritto individuale di legittima difesa.

Ognuno di noi deriva certamente dalla natura, da Dio, il diritto di difendere la sua Persona, la sua Libertà, la sua Proprietà, in quanto questi sono i tre elementi Leggi tutto

Libertà e proprietà: i Livellatori e Locke

Il tumulto della guerra civile inglese negli anni ’40 e ’50 del XVII secolo generò uno sconvolgimento politico ed istituzionale, e stimolò considerazioni radicali riguardo alla politica. Siccome la guerra civile venne combattuta per motivi religiosi e politici, gran parte delle nuove riflessioni si basarono su, o si ispirarono a, visioni e principi religiosi. Così, come vedremo più avanti nel capitolo riguardo alle radici del marxismo, sette comuniste millenarie saltarono fuori nuovamente per la prima volta dalla frenesia degli anabattisti dei primi del XVI secolo in Germania ed Olanda. Particolarmente importanti durante la frenesia della guerra civile di sinistra furono i Diggers, i Ranters e la setta dei Fifth Monarchists.

Diametralmente opposti nei nuovi pensieri generati dalla guerra civile troviamo, nel mezzo delle forze della sinistra repubblicana maggiormente in voga, il primo consapevole movimento libertario di massa: i Livellatori. In una serie di considerevoli dibattiti all’interno dell’esercito repubblicano, specialmente tra i seguaci di Cromwell e i Livellatori, questi ultimi, guidati da John Lilburne, Richard Overton e William Walwyn, diedero vita ad una dottrina libertaria straordinariamente consistente, sostenendo i diritti di “proprietà di se stessi”, proprietà privata, libertà religiosa per l’individuo e minima interferenza governativa nella società. Inoltre, i diritti di ciascun individuo sulla sua persona e proprietà erano “naturali”, cioè derivati dalla natura dell’uomo e dell’universo, e dunque non dipendenvano dal governo né da esso potevano essere abrogati. Nonostante l’economia fosse tutt’altro che l’argomento primario per il Livellatori, il loro aderire ad un’economia di libero mercato era una semplice derivazione della loro enfasi messa sulla libertà ed i diritti di proprietà privata.

Per un po’ sembrò che i Livellatori potessero trionfare nella guerra civile, ma Cromwell decise di risolvere il dibattito nell’esercito usando la forza e stabilì la propria dittatura coercitiva, insieme ad una teocrazia puritana radicale, sbattendo il capo dei livellatori in prigione. La vittoria di Cromwell e dei suoi puritani sui Livellatori si dimostrò disastrosa per il corso … Leggi tutto

Prologo e Cap. 1 Per quale scopo sia stata istituita la moneta

Comincia la pubblicazione, capitolo per capitolo (salvi eventuali accorpamenti dei più brevi), del Tractatus de origine, natura, iure et mutationibus monetarum di Nicola Oresme. Se le regola ivi enunciate per un mondo di sola moneta-merce non possono, ovviamente, applicarsi sic et simpliciter alla nostra tragica realtà di mezzi fiduciari, i princìpi sottostanti mantengono una validità universale e la critica corrosiva al concetto di “sovranità monetaria” non ha perso nulla della sua attualità. Tanto più che il libello oresmiano trae origine dal caos monetario della Francia intorno al 1350, generato dai ripetuti svilimenti della moneta (anche se la Peste Nera aveva già sconvolto l’assetto produttivo e sociale di tutta Europa); il che, tra l’altro, ha permesso all’autore di enunciare in forma esplicita, sembra per primo, la legge di Gresham e le sue conseguenze sugli scambi internazionali.

Prologo

oresme monetaAlcuni pensano che un re o un principe, in virtù della propria autorità, possa, in base al diritto o a un privilegio, alternare liberamente le monete che hanno corso nel suo regno e disporre al riguardo come gli aggrada, e trarne quanto lucro o ricompensa gli piaccia; altri, invece, la pensano in maniera opposta. Perciò, nella presente trattazione intendo scrivere, in proposito, principalmente ciò che a me sembra che si debba affermare secondo la filosofia di Aristotele; prenderò le mosse dall’origine delle monete, senz’alcuna asserzione temeraria, ma sottoponendo l’intero testo al vaglio dei più dotti, che forse, da quanto dirò, potranno essere stimolati a ricercare la verità sull’argomento, così che, venendo meno ogni difficoltà, tutti possano egualmente concordare su una stessa opinione e scoprire cosa, in questa materia, gioverà in futuro a principi e sudditi, anzi a tutta la res publica.

Cap. 1 Per quale scopo sia stata istituita la moneta

L’Altissimo, quando divideva le nazioni, quando separava i figli di Adamo, ha stabilito confini tra i popoli. Da allora gli uomini si sono moltiplicati sulla faccia della terra e le proprietà sono … Leggi tutto

Cosa non è l’individualismo

Adesso sull’etichetta della bottiglia c’è scritto “libertarismo”. Il contenuto, però, è qualcosa che conosciamo molto bene: risponde a ciò che nel XIX secolo, e fino all’epoca di Franklin Roosevelt, era chiamato liberalismo — la difesa di limiti rigorosi al governo e della libera economia. (Se ci pensate, notereteindividualism ridondanza in questa formula, in quanto un governo con poteri limitati avrebbe poche possibilità d’interferire nell’economia.) I liberali furono derubati del loro nome tradizionale da socialisti e quasi socialisti, la cui avidità per i termini prestigiosi non conosce limiti. Quindi, forzati a cercare una diversa etichetta distintiva per la loro filosofia, adottarono il termine libertarismo — non male, sebbene in qualche modo ostico alla lingua.

Avrebbero forse potuto far meglio adottando il più antico ed eloquente nome d’individualismo, ma lo scartarono perché anch’esso era stato più che infangato dagli oppositori…

Il getto di fango era cominciato molto tempo fa, ma l’orgia più recente e conosciuta avvenne nella prima parte del secolo, quando i fanatici dello stato messianico affibbiarono all’individualismo un aggettivo impregnato di giudizio — estremo. Il termine in sé non ha contenuto morale; riferito ad una montagna è puramente descrittivo, riferito ad un atleta ha una connotazione positiva. Nello stile letterario di quei fanatici, però, denotava quello che in linguaggio comune rappresenterebbe un comportamento losco. Questa connotazione non ha nulla a che fare con la filosofia più di quanto abbia ogni forma di comportamento indecente. Quindi, “l’individualista estremo” era il tipo che minacciava il pignoramento della vecchia proprietà di famiglia se la fanciulla graziosa rifiutava la sua mano; oppure era lo speculatore che usava il mercato borsistico per derubare “vedove e orfani”; o, ancora, era il pirata grasso e florido che copriva di diamanti la sua amante. Era, in breve, un tipo la cui coscienza non metteva ostacoli alla sua inclinazione ad afferrare ogni dollaro, che non riconosceva alcun codice etico che potesse tenere a freno i suoi appetiti. … Leggi tutto

La Poll Tax della Thatcher

[Questo articolo fa parte del capitolo 62 di Making Economic Sense di Murray Rothbard ed è apparso originariamente nell’edizione del giugno 199o di The Free Market.]

ThatcherRivolte nelle strade; proteste contro un governo odiato; poliziotti che arrestano i manifestanti. Una storia familiare di questi giorni. Ma improvvisamente scopriamo che le proteste non sono dirette contro una tirannia comunista dell’Europa orientale, ma contro il governo della Thatcher in Gran Bretagna, una presunta campionessa della libertà e del libero mercato. Cosa sta succedendo? I manifestanti anti-governativi sono dei combattenti per la libertà in Europa orientale, mentre si trasformano in anarchici impazziti e punk alienati in Occidente?

Le rivolte anti-governative a Londra alla fine di marzo erano sostanzialmente rivolte anti-tasse, e sicuramente un movimento che si oppone alla tassazione non può essere del tutto cattivo. Nondimeno, il movimento di protesta non celava in fondo un appello per spennare i ricchi, e l’ostilità per la nuova tassa della Thatcher una protesta contro la mancanza di un livellamento egualitario?

Non proprio. Non c’è dubbio che il nuovo “testatico” della Thatcher rappresenti un esperimento audace ed affascinante. I consigli dei governi locali, guidati per lo più dal partito laburista, si sono dati alle spese pazze negli ultimi anni: come nel caso delle amministrazioni locali americane, le entrate di base in Gran Bretagna derivavano dalla tassa sulla proprietà (“aliquote” in Gran Bretagna) gravanti proporzionalmente sul valore della proprietà.

Contrariamente agli economisti statunitensi conservatori, che tendono ad acclamare la tassazione proporzionale (in particolare sui redditi) definita ideale e “neutrale” per il mercato, i thatcheriani hanno deciso di implementare un differente criterio. Nel mercato, la gente non paga per beni e servizi in proporzione ai propri redditi: David Rockefeller non deve pagare $1,000 un tozzo di pane quando il resto di noi lo paga $1.50. Al contrario, vi è una forte tendenza affinché un bene abbia un singolo prezzo in tutto il mercato; un bene, … Leggi tutto

La chimera della concorrenza spietata

dogs2Quando le persone vogliono aggiungere ancor più “vigore” al ritratto negativo con cui dipingono la sovranità individuale, per la quale si agisce senza coercizione – ovvero, nelle condizioni di competizione di mercato in un sistema capitalista – iniziano ad usare nomignoli. Una delle forme più efficaci consiste nel descrivere tale concorrenza come “cane-mangia-cane”. Quando si accetta questa rappresentazione, l’enorme quantità di evidenze in favore della coordinazione sociale volontaria può essere messa da parte sulla base del fatto che essa implica un processo vizioso e sgradevole, così dannoso per le persone da soverchiarne qualsiasi beneficio.

Sfortunatamente, l’immagine del “cane-mangia-cane” per caratterizzare la competizione di mercato è completamente fuorviante: non solo la rappresenta scorrettamente, attribuendole peculiarità che non si addicono ad accordi veramente liberi, ma queste ultime rappresentano caratteristiche essenziali dello stato, ovvero di quella che comunemente viene proposta come “soluzione” ai mali della competizione che rende gli uomini lupi gli uni verso gli altri. Inoltre, tale immagine inquadra il problema in un modo che preclude ai più la possibilità di riconoscere la fallacia dell’analogia.

Tanto per cominciare, “cane-mangia-cane” è uno strano modo di descrivere qualsiasi cosa. Non ho mai visto alcun cane mangiarne un altro, né conosco nessuno che abbia visto qualcosa di simile. Infatti, alcuni fanno derivare l’origine della locuzione da quella latina, canis canem not est,  o “cane non mangia cane” che dice l’opposto (ed ha più senso, dato che un animale può provare a proteggere il suo terreno di caccia contro altri predatori in competizione, ma non mangia tali competitori). È insensato usare come premessa centrale per la condanna del sistema di mercato, tacciato di essere spietato e crudele, un’analogia che si basa su qualcosa che in realtà non accade nel comportamento animale.

Lo scambio di mercato è puramente volontario

La caratterizzazione del sistema capitalistico secondo il detto cane-mangia-cane è diametralmente opposta alla realtà. La proprietà privata su cui si basa il capitalismo impone esclusivamente accordi volontari: … Leggi tutto

Perché la dipendenza economica dagli altri è una cosa buona

plan2Nelle discussioni relative alle politiche pubbliche, le parole “indipendenza” e “dipendenza” appaiono frequentemente. Dato che l’ideologia politica americana è stata definita in molti modi dalla Dichiarazione d’Indipendenza, agli americani viene spontaneo pensare all’indipendenza come a qualcosa di positivo e alla dipendenza in senso opposto. Di conseguenza, proposte per implementare politiche statali che riducano la dipendenza dagli altri – in particolare, quella dal “petrolio estero” è la manifestazione più comune al momento – trovano spesso il favore del pubblico.

Sfortunatamente, le nostre idee circa della dipendenza e indipendenza nei contesti politici ed economici sono alquanto confuse.

La dipendenza economica è limitata dalla disponibilità di altre possibili scelte

La dipendenza economica non ha lo stesso significato della dipendenza politica. Ipotizziamo che vogliate acquistare degli prodotti da rivendere, successivamente, nel vostro negozio, e supponiamo che la miglior proposta di fornitura ricevuta fosse di 3 $, mentre la seconda miglior offerta ammontasse a 5 $. La libertà di scegliere l’opzione più conveniente corrisponde all’indipendenza economica: qualunque fornitore scegliate vi rende economicamente dipendenti da quel fornitore, nella fattispecie da quello più conveniente.

Supponiamo ancora che il grossista più costoso, quello dei prodotti venduti a 5 $, goda di un’ottima reputazione nel fornire dei prodotti di qualità e con estrema puntualità, ma decidete comunque di avvalervi dei servizi offerti dal grossista più conveniente, assumendo su di voi il rischio di che questi non interromperà la sua fornitura, che il prezzo non cambierà o, semplicemente, che non smetterà di vendere del tutto. In tal modo, diventate dipendenti dalle scelte del fornitore (quelle riguardanti le operazioni relative al suo business) e dalla sua continua disponibilità nel vendere a voi sempre al prezzo originario. Il vostro potenziale danno, o rischio, sono rappresentati dai 2 $ di differenza fra la prima e la seconda miglior offerta.

In altre parole, l’indipendenza economica – vale a dire il potere di scegliere fra diverse alternative – tipicamente si concreterà nel divenire, in qualche … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – VI e ultima parte

5. Etica e utilitarismo

stemma misesMises è un assolutista epistemologico ma un relativista etico. È kantiano in epistemologia e utilitarista in etica. Un’etica assoluta, oggettiva, non esiste; l’uomo, attraverso l’uso della ragione, non può scoprire un’etica vera, scientifica. I fini ultimi, i valori, sono soggettivi, personali e arbitrari. La ragione può solo stabilire i mezzi migliori per raggiungere i fini (soggettivi e arbitrari). La politica migliore è quella che rende massima l’utilità sociale. La libertà economica va introdotta perché è benefica, non perché è giusta sulla base di un astratto principio di diritto naturale; l’operare della natura non ci consente di ricavare conclusioni sul bene o sul male (L’azione umana e Teoria e storia)[1].

Tuttavia Mises non rinuncia alla difesa del liberalismo. Poiché ciò comporta l’affermazione di alcuni valori e fini ultimi, egli deve riconciliare le sue due posizioni, e cioè 1) la possibilità di pervenire a verità in campo economico ma non in campo etico con 2) la difesa del liberalismo.

Mises cerca la soluzione cercando di dedurre il liberalismo di laissez faire dalla “neutrale” analisi prasseologica. Egli offre due tentativi di soluzione.

1) Il primo è una variante del principio di unanimità: se una data politica conduce a conseguenze (evidenziate dalla prasseologia) che tutti i sostenitori concordano essere cattive, allora anche l’economista value-free è autorizzato a definire quella politica “cattiva”. Ad esempio, i sostenitori di una politica di controllo dei prezzi la sostengono perché ritengono che migliori la situazione economica; la prasseologia dimostra che il controllo di un prezzo produce scarsità, dunque produce un obiettivo diverso da quello voluto dai sostenitori; allora questa politica si può definire “cattiva” proprio dal punto di vista di coloro che l’avevano inizialmente sostenuta. Tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, per Mises devono ammettere che la misura è “cattiva”[2].

Rothbard ha criticato tale ragionamento nei termini seguenti. Come fa il prasseologo (Mises) a sapere che cosa è … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – II parte

2.2 La conoscenza

stemma misesLa tematica appena esaminata sull’intenzionalità o inintenzionalità delle azioni umane è strettamente intrecciata al problema della conoscenza.

Per gli antirazionalisti gli esiti inintenzionali rappresentano anche per gli individui – e consentono loro – l’acquisizione della conoscenza che altrimenti manca.

Per gli hayekiani gli uomini sono caratterizzati da una pervasiva e sistematica ignoranza sui dati del mercato. (È questo anche l’argomento contro l’intervento statale e il socialismo: i pianificatori non possono conoscere alcunché). Tuttavia per questa ignoranza esiste una via d’uscita: anche se di fatto non conosce alcunché, l’Uomo Hayekiano può con sofferenza apprendere attraverso i processi del libero mercato, così come relativamente al diritto può utilizzare le norme frutto dell’“evoluzione”. Esiste un mondo di conoscenza disponibile, con le forze inconsce del mercato che offrono all’uomo tale conoscenza attraverso i prezzi di mercato e i segnali derivanti dai profitti e dalle perdite. È significativa l’espressione utilizzata da Hayek e Kirzner sul mercato come un “processo di scoperta”. Gli individui “scelgono” eventualmente il mercato solo nel senso che preferiscono mantenere qualcosa che già esiste, e che ci si accorge che funziona. Tale argomento è applicabile anche al diritto: poiché la ragione non ha alcun ruolo, o un ruolo molto piccolo, negli affari umani, gli uomini che gestiscono lo Stato non sanno abbastanza per poter stabilire ‘a tavolino’ norme giuridiche o costituzionali per l’intera società. Dunque è opportuno aderire alle regole frutto dell’evoluzione, che sono superiori a quelle costruttivisticamente realizzate, perché incorporano le conoscenze disperse, diffuse nella società. Poiché non conosciamo, non dobbiamo progettare niente a tavolino. La ragione non può fornire informazioni a priori sul valore utilitaristico di qualsiasi istituzione o insieme di istituzioni economiche e sociali.

Per i misesiani invece i soggetti del sistema economico conoscono molte cose dei propri mercati – non solo i prezzi, ma tutta la conoscenza qualitativa che deve essere incorporata nella produzione e nelle iniziative rischiose: il tipo di consumatori, il tipo di … Leggi tutto