Perché la dipendenza economica dagli altri è una cosa buona

plan2Nelle discussioni relative alle politiche pubbliche, le parole “indipendenza” e “dipendenza” appaiono frequentemente. Dato che l’ideologia politica americana è stata definita in molti modi dalla Dichiarazione d’Indipendenza, agli americani viene spontaneo pensare all’indipendenza come a qualcosa di positivo e alla dipendenza in senso opposto. Di conseguenza, proposte per implementare politiche statali che riducano la dipendenza dagli altri – in particolare, quella dal “petrolio estero” è la manifestazione più comune al momento – trovano spesso il favore del pubblico.

Sfortunatamente, le nostre idee circa della dipendenza e indipendenza nei contesti politici ed economici sono alquanto confuse.

La dipendenza economica è limitata dalla disponibilità di altre possibili scelte

La dipendenza economica non ha lo stesso significato della dipendenza politica. Ipotizziamo che vogliate acquistare degli prodotti da rivendere, successivamente, nel vostro negozio, e supponiamo che la miglior proposta di fornitura ricevuta fosse di 3 $, mentre la seconda miglior offerta ammontasse a 5 $. La libertà di scegliere l’opzione più conveniente corrisponde all’indipendenza economica: qualunque fornitore scegliate vi rende economicamente dipendenti da quel fornitore, nella fattispecie da quello più conveniente.

Supponiamo ancora che il grossista più costoso, quello dei prodotti venduti a 5 $, goda di un’ottima reputazione nel fornire dei prodotti di qualità e con estrema puntualità, ma decidete comunque di avvalervi dei servizi offerti dal grossista più conveniente, assumendo su di voi il rischio di che questi non interromperà la sua fornitura, che il prezzo non cambierà o, semplicemente, che non smetterà di vendere del tutto. In tal modo, diventate dipendenti dalle scelte del fornitore (quelle riguardanti le operazioni relative al suo business) e dalla sua continua disponibilità nel vendere a voi sempre al prezzo originario. Il vostro potenziale danno, o rischio, sono rappresentati dai 2 $ di differenza fra la prima e la seconda miglior offerta.

In altre parole, l’indipendenza economica – vale a dire il potere di scegliere fra diverse alternative – tipicamente si concreterà nel divenire, in qualche … Leggi tutto

L’esperimento keynesiano della Corea del sud si avvia a diventare globale

The Birth of Korean Cool, di Euny Hong, Picador Press, 2014

korea4Quelli tra noi che hanno raggiunto una certa età si ricorderanno gli ultimi anni ’80 e primi ’90 quando ci sentivamo dire che il Giappone avrebbe conquistato il mondo. Compravamo le loro auto, giocavamo coi loro videogiochi, usavamo la loro tecnologia per ogni piccola cosa. Ci dicevano che i Giapponesi avrebbero dominato il mondo. Erano i migliori nel gioco di squadra, mettevano più enfasi sul gruppo che sull’individuo. Lavoravano più duramente degli altri. Nel 1992, un politico giapponese di alto livello, Yoshio Sakurauchi, dichiarò che gli Americani sono “troppo pigri” per poter competere con i lavoratori Giapponesi e che un terzo dei lavoratori Americani “non può nemmeno leggere”. Il romanzo del 1992 di Michael Crichton “Rising Sun/Sol Levante” (e il suo adattamento per la versione cinematografica del 1993) hanno alimentato ulteriormente questi pensieri nella testa di molti Americani.

Nessuno oggi pensa più che i Giapponesi conquisteranno il mondo. È emerso che la, rinomata, corazzata economica giapponese era basata sul gioco di squadra e sul duro lavoro meno di quanto invece fosse basata sulla pianificazione centrale, il denaro facile, il welfare aziendale e le barriere alle importazioni. Dunque, il crollo che seguì il boom non dovrebbe sorprendere nessuno. Oggi, la Corea del sud (che in questo articolo chiamerò “Corea”) sembra aver ricominciato, per molti aspetti, da dove il Giappone aveva smesso. La Sony, dal Giappone, ha intrapreso una strada di profondo declino, ma i marchi coreani Samsung ed LG sono invece marchi rispettati a livello internazionale. La Hyundai, pur se ancora guardata come un marchio di bassa qualità per molti, ha però esteso la propria penetrazione in modo massiccio nell’ultimo decennio, con la costruzione di uno stabilimento da un miliardo di dollari in Alabama  nel 2005 e un altro in Georgia nel 2009.

L’ascesa della Corea sulla scena globale 

Il tentativo di dominazione globale della Corea è differente da … Leggi tutto

Economia internazionale

stemma misesGli economisti hanno dedicato alla “teoria del commercio internazionale” un’attenzione superiore alla sua effettiva importanza analitica; infatti essa non è altro che l’analisi del libero mercato applicata ad un’area geograficamente più vasta. Si commercia perché esiste, ed è conveniente, la divisione del lavoro, e di conseguenza lo scambio.

 Cause del commercio internazionale: 1) diverse condizioni di produzione: i paesi hanno dotazioni di risorse naturali diverse; 2) economie di scala: è conveniente estendere il volume della produzione, e dunque conquistare mercati esteri, per ridurre i costi; 3) differenze di gusti: anche se le condizioni di produzione fossero uguali ovunque, i gusti delle popolazioni sono diversi.

Dal ‘500 al ‘700 il mercantilismo è la dottrina economica dominante: sostiene politiche protezionistiche per conseguire avanzi nella bilancia dei pagamenti, che si traducono in aumenti degli stock di oro e argento. A partire dalla seconda metà del ‘700 inizia la reazione teorica a tale dottrina, per merito di David Hume ed Adam Smith.

  1. Smith: ogni paese deve specializzarsi nelle produzioni in cui ha costi assoluti minori rispetto agli altri paesi.
  2. Ricardo-Torrens, “teorema dei costi comparati”: anche se un paese è svantaggiato in tutte le produzioni, è conveniente che si specializzi nella produzione in cui ha un vantaggio comparativamente maggiore o anche uno svantaggio comparativamente minore, e scambiare. [1]
  3. Marshall, introducendo le curve di comportamento, determina anche la ragione di scambio.
  4. Teoria di Hecksher-Ohlin: importanza delle differenze nella dotazione dei fattori produttivi.
  5. Teoria del ciclo del prodotto (Vernon, Hirsch).

Bilancia dei pagamenti: registrazione di tutte le transazioni effettuate in un dato periodo di tempo fra i residenti del paese che compie la rilevazione e i residenti degli altri paesi. È divisa in 4 sezioni: 1) partite correnti, che comprende: esportazioni e importazioni di beni (bilancia commerciale); partite invisibili (perché non passano materialmente la frontiera) comprendenti esportazioni e importazioni di servizi (es. proventi del turismo, noli marittimi per merci e passeggeri, premi di … Leggi tutto

Le fondamenta politiche della pace

liberalism_misesSi potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali … Leggi tutto

La Spoliazione legale nel pensiero di Frédéric Bastiat: I parte

bastiatLa Storia della Spoliazione, l’opera mai scritta di Frédéric Bastiat, si configura, unitamente alla Storia della Libertà di Lord Acton ed al terzo volume di Murray Rothbard  sulla Prospettiva austrica sulla Storia del Pensiero Economico, come uno fra i più grandi libri libertari che non hanno mai visto la luce. Se fosse vissuto sino a tardi, anziché lasciare questo modo terreno all’età di 49 anni per un cancro alla gola, Bastiat avrebbe sicuramente terminato la sua opera principale, Armonie Economiche, e avrebbe altresì completato la sua indagine sulla spoliazione.

Possiamo rimarcare che Karl Marx pubblicò il primo volume del suo opus magnum, Das Capital (1867), all’età di 49 anni, ma egli visse per altri 16. Se ne avesse avuto il tempo, Bastiat avrebbe probabilmente mantenuto la sua grande promessa di teorico economico e storico, assurgendo al rango del Karl Marx in seno al movimento liberale classico del diciannovesimo secolo.

Nei sei brevi anni che lo videro attivo come scrittore e uomo politico (1844-1850), Bastiat produsse sei ponderosi volumi di lettere, di pamphlets, di articoli e libri, che la Liberty Fund sta traducendo come parte integrante dei suoi Collected Works of Frédéric Bastiat (2011–2015).

Ciò che emerge da un esame diacronico dei suoi scritti è la sua graduale presa di consapevolezza che lo Stato (che spesso egli qualifica come “LO STATO”) costituisse una grande macchina che è  stata appositamente progettata per sottrarre la proprietà ad alcune persone, senza il loro consenso beninteso, e trasferirla ad altre. Il termine che Bastiat, durante questa fase, utilizzò con sempre maggiore frequenza per inquadrare le azioni perpetrate dallo Stato è “la spoliation” (spoliazione), ancorché non difettasse di impiegare altri vocaboli, quali “parassita”, “viol” (stupro), “vol” (furto), e “saccheggio”, che rendono comunque bene l’idea. Nei suoi scritti sparsi sulla rapina operata dallo Stato, elaborati antecedentemente alla rivoluzione del 1848, egli identificò i gruppi particolari che avevano avuto accesso alle leve del potere … Leggi tutto

Albert Jay Nock: la Old Right ed il conservatorismo statunitense

 3. La “Old Right” ed il conservatorismo statunitense

Non è LibertarianOldRightmia intenzione ripercorrere globalmente le vicissitudini dei movimenti conservatori statunitensi, dalle loro origini ottocentesche fino ai giorni nostri.

Ne presenterò un significativo periodo, quello relativo agli anni Venti e Trenta, nel quale vide la luce e operò il movimento che verrà in seguito denominato “Old Right”. Mostrerò in seguito come Nock ebbe un ruolo di prim’ordine al suo interno.

3.1. Nascita della “Old Right” 31

La “Old Right” statunitense non nacque con atto esplicito, non elaborò alcun programma politico predefinito, non nominò alcun leader. Non si diede nemmeno un nome; venne così definita a posteriori per distinguerla dalla “New Right” che si formò negli anni Cinquanta.

Fu sostanzialmente un movimento che riunì diverse ideologie preesistenti attorno ad un fulcro comune: l’opposizione all’ascesa del Big Government lanciato dal presidente Calvin Coolidge (1923 – 1929), sostenuto da Herbert Hoover (1929 – 1933) e poi definitivamente implementato da Franklin Delano Roosevelt (1933 – 1945) attraverso le riforme del New Deal.

Avendo il suo asse portante in connotati fortemente libertari, la genesi della “Old Right” può essere ideologicamente ricondotta al pensiero di quegli intellettuali Leftist (progressisti) che diffusero, nel primo dopoguerra, la dottrina del laissez-faire e l’approccio individualista: uomini come Henry Louis Mencken, Francis Neilson, il medesimo Nock, Oswald Garrison Villard, furono solo alcuni dei protagonisti di maggior rilievo.

Tra di essi vi era un buon numero di radicali [32], Nock in testa, che non vedevano nel processo politico alcuna soluzione alla tendenza statalista degli anni Venti.

Nonostante ciò, vi fu comunque un riorientamento all’interno della geografia politica: il nemico principale divenne il partito Repubblicano, colpevole di aver supportato l’introduzione di nuovi sussidi, maggiori tariffe e l’inasprimento delle leggi proibizioniste; reo soprattutto di aver creato i presupposti per quella che diverrà l’alleanza corporativa tra Big Government e Big Business.

Il sostegno si fondò sull’adesione a tre principi fondamentali: la volontà di … Leggi tutto

Lavoro umano e lavoro nazionale

Distruggere i macchinari e proibire le merci estere sono due atti fondati sulla stessa dottrina. Ci sono uomini che applaudono l’introduzione di grandi invenzioni e che, tuttavia, aderiscono al sistema protezionistico. Questi uomini sono molto incoerenti!

“Ipermodernità”: la catastrofe economica Occidentale – L’età di Keynes e Bretton Woods

L’età di Keynes e di Bretton Woods (1944-1971)

La Seconda Guerra keynesMondiale sovverte completamente lo scenario geopolitico, offrendo agli Stati Uniti – che emergono come potenza egemone rispetto ad un’Europa in rovina – l’opportunità di progettare un nuovo ordine (economico) mondiale, volto ad eliminare i tre grandi mali del periodo interbellico: volatilità dei cambi, barriere doganali[1] (e nazionalismo economico in genere), squilibri eccessivi nella bilancia dei pagamenti. I rappresentanti delle Nazioni Unite [2], riuniti a Bretton Woods, vedono un solo mezzo adatto ad evitarli: la cooperazione internazionale, affidata al governo di istituzioni create ad hoc. Nascono, così, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Al primo compete la gestione del nuovo gold exchange standard, quindi delle parità che ciascuno Stato membro manterrà con il dollaro, che, rimasto unica valuta convertibile in oro [3], si avvia a diventare la moneta del mondo interno, la “liquidità internazionale” per antonomasia) [4]; inoltre, per ovviare a squilibri temporanei nella bilancia dei pagamenti, gli Stati medesimi potranno attingere alle riserve del Fondo, autorizzato a concedere prestiti a breve termine (per un massimo di tre anni) [5]. Gli interventi strutturali spettano, invece, alla Banca mondiale [6]; e in tale sede, «perfino negli anni in cui imperava l’ideologia del libero mercato [sic!], spesso si discuteva di quali potessero essere le politiche più idonee per risolvere i problemi di un determinato paese» [7].

La stessa esistenza di due istituzioni pone un problema di rapporti reciproci; e, dopo un iniziale riparto di compiti [8], si instaura, nella prassi, una netta supremazia del Fondo [9].

Invece, la promozione del libero scambio, obiettivo condiviso dalle Nazioni Unite, dovrebbe spettare ad una terza istituzione, l’Organizzazione Internazionale del Commercio (ITO); ma l’accordo istitutivo[10] non ottiene la ratifica del Congresso degli Stati Uniti, timoroso di perdere la sovranità sulla politica commerciale, sicché si deve prorogare l’accordo-ponte – il GATT, General Agreement on Tariffs and Trade[11] – raggiunto … Leggi tutto

La rapina attraverso il sussidio

Questo piccolo libro UncleSamTheftsulle fallacie è stato ritenuto troppo teoretico; nonché scientifico e metafisico. E sia; osserviamo l’effetto di uno stile più superficiale, trito e, se necessario, rude. Essendo io convinto che il popolo sia stato ingannato quando si parla di protezione, mi sono sforzato di provarlo. Ma se gridare risulta più favorevole che argomentare, urliamo a gran voce “Re Mida ha le orecchie d’asino” [1].

Una rapida esplosione di parole schiette ha, molto spesso, più effetto della più educata tra le perifrasi. Ricorderete Oronte e la difficoltà provata dal Misantropo nel convincerlo della sua follia [2]:

ORONTE
Ma voi, voi lo sapete che dice il nostro patto,
E vi prego, parlate molto sinceramente.

ALCESTE
Signore, l’argomento è alquanto delicato,
E in materia di gusto noi vogliamo le lodi.
Ma un giorno, a una persona di cui non faccio il nome,
Dissi, nell’osservare i versi da lui scritti,
Che un uomo deve sempre poter padroneggiare
I pruriti che abbiamo di fare lo scrittore,
E mettere una briglia alle subite voglie
Di fare bella mostra dei nostri passatempi;
E che per frenesia di ostentare gli scritti
Ci esponiamo sovente a far brutte figure.

ORONTE
Forse che il vostro scopo è di dirmi con questo
Che ho torto di volere…?

ALCESTE
Non voglio dire questo.
Ma dicevo a quel tale che uno scritto un po’ fiacco
Annoia e tanto basta a screditare un uomo,
E che per quante doti un uomo possa avere
Vien sempre giudicato dagli aspetti peggiori.

ORONTE
Forse che sul sonetto avete da eccepire?

ALCESTE
Non voglio dire questo. Ma perché non scrivesse,
Gli facevo notare come nel nostro tempo
Questa smania ha distrutto molta gente dabbene.

ORONTE
Forse che scrivo male? Somiglio forse a loro?

ALCESTE
Non voglio dire questo. Ma infine, gli dicevo,
Che pressante bisogno avete di rimare?
Chi diavolo vi spinge a pubblicare versi?
La comparsa di un brutto libro la si perdona
Soltanto al Leggi tutto