La Legge (parte settima)

La Spoliazione legale ha due radici: l’una, l’abbiamo appena esaminata, è l’Egoismo umano; l’altra è la falsa Filantropia.

Prima di procedere, credo che sia mio dovere offrire dei chiarimenti riguardo al termine Spoliazione.

Io non lo prendo, come si fa troppo di sovente, nella sua accezione vaga, indeterminata, approssimativa, metaforica: io me ne servo nel senso proprio della scienza, come il termine che esprime l’idea opposta a quella della Proprietà. Quando una porzione di ricchezza passa da colui che l’ha acquisita, senza che vi sia il suo consenso e senza alcun compenso, a colui che non l’ha prodotta, che ciò avvenga con la forza o con l’inganno, io affermo che vi è un attacco alla Proprietà, che vi è Spoliazione. Io affermo che, giustamente, è proprio questo che la Legge dovrebbe reprimere dappertutto e sempre. Che se la Legge compie essa stessa l’atto che essa dovrebbe reprimere, non per questo la Spoliazione è minore, e persino, socialmente parlando, saremmo in presenza di circostanze aggravanti. Soltanto, in questo caso, non è colui che profitta della Spoliazione che ne è responsabile, ma la Legge, il legislatore, la società, ed è questo che produce i guasti della politica.

È fastidioso che questa parola abbia un che di offensivo. Vanamente ne ho cercata un’altra, perché mai, e oggi meno che mai, vorrei gettare nel mezzo delle nostre discussioni una parola che suscita irritazione. Così, lo si creda o no, io dichiaro che non intendo porre sotto accusa né la volontà né la moralità di chicchessia. Io me la prendo con una idea che ritengo falsa, un sistema che mi sembra ingiusto, e tutto ciò è talmente al di fuori delle intenzioni, che ciascuno di noi ne approfitta senza volerlo e ne soffre senza saperlo.

Bisogna scrivere sotto l’influsso dello spirito di parte o della paura per mettere in dubbio la sincerità del Protezionismo, del Socialismo e perfino del Comunismo, che non sono che una Leggi tutto

L’Azione Umana: il paragrafo mancante

Publichiamo la parte mancante dal paragrafo 6, capitolo XXVII, dell’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana di Ludwig von Mises.
Punto centrale dell’esposizione consiste nel riconoscere la corruzione come fenomeno imprescindibile dal sistema statale: abituati infatti ad intenderla come evento isolato di funzionari deviati, e dunque concausa della deriva dell’impianto democratico, dimentichiamo spesso come essa invece abbracci una casistica assai più larga e sistematica di comportamenti arbitrari ed illegittimi, anche quando operati nel pieno rispetto della normativa vigente. In un regime interventista la corruzione è infatti implicita nell’esercizio della funzione, non nella decisione particolare del funzionario.

 

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La corruzione

 

Human ActionUn’analisi sull’interventismo sarebbe del tutto incompleta senza un riferimento al fenomeno della corruzione.

Difficilmente l’interferenza dello stato nei processi di mercato, come subita dal cittadino coinvolto, potrebbe essere etichettata come qualcosa di diverso da una sequenza di confische o elargizioni. E’ la norma che ciascun individuo, isolato o come elemento di una categoria, possa essere arricchito solo a spese di altri individui o categorie; in molti casi, tuttavia, il danno imposto a un gruppo non viene affatto bilanciato dal beneficio assegnato ad altri.

Non esiste alcuna via su cui si possa esercitare in modo legittimo e morale il tremendo potere che l’interventismo mette nelle mani di parlamenti e governi. Gli apologeti dell’interventismo si illudono di poter sostituire la discrezionalità illimitata di un legislatore sommamente saggio e disnteressato, con una corte di burocrati infaticabili e scrupolosi al seguito, a quelle che essi etichettano come conseguenze “socialmente deleterie” della proprietà e degli interessi privati. Ai loro occhi, l’uomo comune è un fanciullo indifeso in urgente bisogno di un guardiano paterno per proteggerlo dalle astuzie dei malintenzionati. In nome di una più “elevata e nobile” idea di giustizia, essi rigettano qualunque nozione storica di legge e legalità: tutto ciò che essi compiono è sempre giusto poiché va a danno di chi, egoisticamente, vuol trattenere per sè quanto agli occhi di … Leggi tutto

Cinque lezioni apprese dal referendum in Scozia

Pubblichiamo quest’articolo nell’imminenza del referendum catalano, sia per la capacità di guardare oltre il dato contingente, sia perché le spinte indipendentiste proseguono e la crisi dello Stato-nazione continua

scozia_catalognaLe autorità governative, nel Regno Unito, hanno dichiarato che la campagna per il Sì” alla secessione è fallita, con un margine approssimativo del 55% contro il 45%. Tuttavia, anche se non si è tradotta in una maggioranza di voti in favore della secessione, la campagna per la separazione dal Regno Unito ha già offerto numerose anticipazioni sul futuro dei movimenti secessionisti e di coloro che difendono lo status quo.

Prima lezione: le élite mondialiste hanno una gran paura di secessione e decentramento

Membri e istituzioni dell’élite mondialista, tra cui la Goldman Sachs, Alan Greenspan, David Cameron e molte delle principali banche hanno sfoderato tutti i segnali di allarme per seminare quanta più paura possibile riguardo allindipendenza. I banchieri mondialisti hanno giurato di punire la Scozia, dichiarando che avrebbero abbandonato il territorio scozzese se fosse stata dichiarata lindipendenza. Secondo una fonte, uno studio della Deutsche Bank lha paragonata alla decisione di tornare al gold standard negli anni Venti e ha detto che avrebbe potuto scatenare una riedizione della Grande Depressione, almeno a nord della frontiera.

Quando si tratta di pronosticare apocalissi economiche, non si può andare molto più in là nellisteria. Eppure, lo si è fatto. David Cameron è quasi scoppiato a piangere, supplicando gli scozzesi di non votare per lindipendenza.

Il brutale assalto dell’élite contro la secessione ha impiegato almeno due strategie. La prima ha previsto minacce e prediche del tipo “è per il vostro bene. Le cose non si metteranno beneper la Scozia in caso di secessione, ha pontificato Robert Zoellitsch della Banca Mondiale. John McCain ha implicato che lindipendenza scozzese sarebbe una Leggi tutto

Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

 Un interessante articolo di Marcello De Cecco – La moneta unica che sale fa paura all’Europa del sud ma non alla Germania, pag. 3 con richiamo in prima – attira l’attenzione sia sui fattori di politica monetaria che favoriscono il rafforzamento dell’euro, sia sulle sue conseguenze per la bilancia commerciale. IItalian regions mapn teoria, i Paesi esportatori dovrebbero risentire del cambio elevato; in pratica, “si è venuta a creare una contraddizione pericolosa all’interno dell’Unione, che si dovrebbe ripercuotere ancor di più di quel che già non sia avvenuto, tra gli interessi dell’economia tedesca e quelli delle economie periferiche della Uem.”: la Germania ha da tempo delocalizzato la produzione della componentistica nel centro Europa, quindi il prezzo all’esportazione dei prodotti finiti può essere facilmente abbassato per compensare la rivalutazione, perché il medesimo movimento del cambio fa calare, nello stesso tempo, i costi di produzione. E anche quelli di finanziamento, dato che l’afflusso di capitali finanziari riduce i tassi di interesse. “Infine, l’euro alto vuol dire prezzi contenuti delle materie prime e dei prodotti agricoli importati e questo tiene bassi prezzi e salari”. Diverso il discorso per i Paesi del Sud, che non hanno delocalizzato nello stesso modo, “un po’ per mancanza di respiro industriale, un po’ perché [le loro industrie] producono [anch’esse] parti per le industrie tedesche”. Dal canto suo, la Francia, “pur soffrendo per l’euro alto, esporta beni ad alto contenuto di tecnologia e non è in concorrenza con la Mitteleuropa che fornisce la Germania”; inoltre, punta “a salvaguardare il proprio merito di credito allineandolo a quello tedesco, che vuol dire che le banche francesi e lo stato francese possono finanziarsi vantaggiosamente sui mercati internazionali.”, quindi la sua posizione, nel corso delle discussioni in ambito UE/BCE, è sempre allineata con quella tedesca.

Spiace che l’articolista finisca per appiattire quest’analisi sulla solita … Leggi tutto

Scacco matto alla redistribuzione in 19 mosse | I parte

In un momento storico in cui i sistemi di Welfare occidentali, al di qua e al di là dell’Oceano, stanno per collassare, implodendo sotto il peso schiacciante della loro insostenibilità finanziaria e delle loro lancinanti contraddizioni di carattere etico – morale, il Mises Italia è lieto di riproporre la traduzione di questo saggio dello storico ed economista “austriaco” Robert Higgs, che non pare risentire certo dell’incedere degli anni. Pubblicato originariamente nel 1994, il saggio si dimostra ancora straordinariamente illuminante ed efficace nel mettere a nudo tutti i mali insiti nelle “società redistributive”; di più, lo scritto è talmente vivo ed attuale, che una volta ancora si dimostra come gli strumenti teorici e l’armamentario logico della Scuola Austriaca siano tra i pochi – se non gli unici – in grado di cogliere le incoerenze e di penetrare le disfunzionalità dei moderni sistemi economico – sociali.

redistribuzioneAncorché sia praticamente assodato che qualsiasi intervento intrapreso dallo Stato determini una redistribuzione personale del reddito, è pur vero che taluni specifici programmi governativi, volti ad accordare denaro, beni o servizi a persone che in contropartita non hanno corrisposto alcunché, costituiscono la forma più invasiva ed assoluta di redistribuzione della ricchezza.

Fino al ventesimo secolo, i governi americani non erano così avvezzi ad avvalersi di queste forme di “trasferimento di ricchezza”. È vero che il governo federale stanziava le pensioni ed assegnava, [con finalità indennitarie, ndt], delle terre  ai veterani;  ed è altrettanto vero che i governi locali assistevano le persone indigenti, fornendo loro vitto e alloggio. Ma i primi (i trasferimenti erogati a favore dei veterani) potevano configurarsi come dei pagamenti differiti per i servizi militari prestati, mentre le seconde (le provvidenze stanziate a livello locale) non ammontavano certo ad importi stratosferici.

Dal momento in cui venne istituito il sistema di Sicurezza Sociale, nel 1935, ed in particolare nel corso degli ultimi 30 anni, il montante della ricchezza coattivamente redistribuita è cresciuto in maniera drammatica … Leggi tutto

Schiavi moderni: i sudditi inconsapevoli sono i nemici più agguerriti della libertà

Brano estratto da uno dei capitoli iniziali de “Lo Stato illusionista”, pubblicato da Cristian Merlo per la Leonardo Facco Editore.

Per eventuali ordini, è possibile rivolgersi all’editore, alla  Libreria San Giorgio, oppure alla Libreria del Ponte.

 

Ecco il Pubblico da una parte, e lo Stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto ad espandersi sul primo e il primo avente il diritto di reclamare dal secondo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l’una per ricevere e l’altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l’eventualità che lo Stato restituisca al pubblico  più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l’assumere nei confronti dello Stato l’atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori dalla portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso. [1]

stato_illusionistaPer dirlo con altre parole, è come se si pretendesse che il derubato possa trovare giovamento e “trovare il proprio comodo” nelle azioni del ladro…

Ma il produttore, suo malgrado, è ottenebrato dall’ideologia, disseminata a piene mani dagli esponenti dello Stato predone e dai suoi corifei, <<che il suo governo è [ad ogni modo] buono, saggio e per lo meno inevitabile, e certamente meglio di altre alternative concepibili >>.[2]

Se pur non può essere beneficiario diretto di interessi … Leggi tutto

Albert Jay Nock: una voce della “Old Right”. Nock e la stampa antagonista/III

5.3.  Albert Jay Nock: testimone critico del New Deal

 Journal of Forgotten Days: 1934 – 1935 NockAlbert-1948è una sorta di diario, pubblicato postumo nel 1948, che Nock scrisse per documentare gli eventi di quei due anni. Vi sono contenuti pensieri sparsi riguardanti diversi argomenti d’attualità; non poteva quindi mancare una testimonianza diretta in materia di New Deal. I brani presenti non pretendono di sviscerare analiticamente ogni aspetto del New Deal oppure di avere una significativa successione temporale. Sono “schegge” di pensiero nockiano, visioni degli eventi in corso correttamente interpretabili quando inserite nel contesto teorico dell’autore.

Nel maggio 1934 Nock, avendo già vissuto e constatato gli effetti dei primi “Cento Giorni” di Roosevelt, traccia il quadro della situazione statunitense.

L’esperienza di un viaggio in Florida gli mostra come ormai, nella maggior parte delle contee, i politici e gli impiegati sul libro paga dello Stato siano aumentati a dismisura, creando una schiera di parassiti che succhiano risorse alle poche realtà realmente produttive del paese [108]. Il discorso si estende agli Stati Uniti e alla centralizzazione voluta dal governo, ed ottenuta tramite il New Deal, accusata di per aver prodotto una sorta di “sfruttamento organizzato” («organized pauperism» [109]) a fini redistributivi, causa prima di una burocrazia opprimente e corrotta. Il riferimento alla divisione tra “mezzi politici” e “mezzi economici” di Oppenheimer è evidente, ma forse ancora più chiaro nell’annotazione del 25 settembre.

Nock propone un confronto tra il settore privato e quello pubblico, notando come quest’ultimo possa permettersi, grazie al proprio apparato coercitivo, politiche considerate suicide per il primo [110]. Ritorna la dicotomia: l’impresa privata ha successo solo se riesce a soddisfare i bisogni degli individui; lo Stato invece, organizzazione dei mezzi politici, può tranquillamente permettersi di agire contro i voleri della società, rivelando la sua natura di istituzione anti – sociale.

La creazione di lavoro da parte del governo ed i relativi sussidi non sono comunque piani che possano funzionare:

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Contro il fiscalismo: lo Stato è una macchina che spreca un’infinità di forze

spesa pubblicaCon la consueta lucidità ed il suo stile pulito, Italo Calvino ebbe a definire un classico come  “ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”. Inoltre, “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura”.

Orbene, sulla scorta di questa definizione, non posso esimermi dal definire classico uno scritto denso e affascinante, che mi aveva profondamente suggestionato già parecchi anni fa, quando ebbi modo di scoprirlo e di avvicinarmi all’autore, e che, di tanto in tanto, esercita su di me un’attrazione irresistibile e mi conduce alla sua periodica rilettura.

Sto facendo espresso riferimento a Burocrati e parassiti – Scritti sulla realtà del governo, della democrazia parlamentare e dello sfruttamento burocratico, opera di un autore oggigiorno semisconosciuto ai più e meritoriamente tradotta, oltre che corredata di una sua straordinaria prefazione, da Alessandro Vitale per la Leonardo Facco Editore [1]. Nelle sue agili ma intense e caustiche riflessioni, lo psichiatra, scrittore e pensatore ebreo Max Nordau  sembra aver già previsto tutto in ordine alla natura dello Stato, alle sue logiche fondanti, alle sue dinamiche funzionali ed ai suoi perversi meccanismi costitutivi: ancorché nelle sue analisi raffigurasse una realtà, quella della fine dell’Ottocento, inizi del Novecento, che, per certi rispetti, non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella odierna, tanto estrema nel suo folle stato di avanzamento, quanto forse drammaticamente irrimediabile.

Per rendersi conto di quanto tenterò di sostenere, basti prestare attenzione alle parole contenute in questi brevi passaggi, tratti dal saggio.

Resta ora da dire qualcosa sull’ultima funzione dello Stato: far convergere le forze di tutti per poter dar vita a imprese vantaggiose a ciascun individuo e che una persona isolata non potrebbe creare. Questa missione lo Stato la esegue: non lo si può negare. Ma la esegue

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L’uguaglianza

Un piacevole scritto di Monaldo Leopardi (1776 – 1847), padre del ben più famoso Giacomo (1798 – 1837), sull’uguaglianza. Tratto da “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”.

L’uguaglianza [1]

Discepolo.: è verocatefilo che tutti gli uomini sono uguali, come ci assicurano i filosofi liberali?

Maestro.: Prima di rispondervi, voglio farvi io stesso alcune interrogazioni. È vero che tutti gli uomini sono d’una altezza medesima?

D.: Signor no, perché altri sono alti, altri mezzani, altri bassi e questa è la disposizione della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini hanno una medesima sanità ed una medesima forza?

D.: Signor no, perché alcuni sono sani, altri infermi, alcuni sono deboli ed altri gagliardi e questo pure è un altro ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno di una medesima capacità, talento e ingegno?

D.: Signor no, perché alcuni sono ingegnosi, altri dotti, alcuni sono stupidi, altri sono ignoranti e questo pure è un ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno ugualmente saggi, virtuosi e benemeriti?

D.: Signor no, perché alcuni sono saggi, altri scioperati, altri virtuosi, altri malvagi, alcuni meritano il rispetto e la lode, altri meritano la galera e la forca e questo pure è secondo l’ordine della natura.

M.: Dunque l’uguaglianza è anch’essa una frottola spacciata dalla filosofia moderna e gli uomini non eguali bensì diseguali per ordine e disposizione della natura.

D.: I filosofi non hanno mai detto che gli uomini sieno uguali di statura, di forza, di sanità e di ingegno: e quella che si vuole dalla filosofia è un’uguaglianza di altra sorta.

M.: Se gli uomini sono disuguali in tutto ciò che riguarda il corpo e lo spirito e questo è per disposizione della natura, sarà difficile renderli uguali sotto altri rapporti senza contrastare con gli ordini della natura. Nulladimeno dite un poco, in che cosa potrebbero essere uguali gli uomini, per contentare la filosofia?

D.: Potrebbero … Leggi tutto

Diritti acquisiti

Una piccola locuzionedirittiacquisiti, sono due semplici parole, eppure così densa di significato, sia politico che economico, formidabile veicolo di emotività, oggetto di attacchi feroci e difese appassionate.

“I diritti acquisiti vanno eliminati? Sì, quelli degli altri, non i miei!”.

Questo è in sintesi il dibattito politico italiano sui tagli alla la spesa pubblica, evidentemente senza uscita. Ed è fondato tutto su quella piccola maledetta locuzione citata in apertura.

Diritto. Il richiamo è alla Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen del 1789 dove curiosamente, però, non si trovano accenni a pensioni di anzianità e vitalizi dei parlamentari. Come mai? La risposta è semplice: nella dichiarazione del 1789 si parlava dei diritti negativi (diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà, etc.), così chiamati perché lo Stato ha il dovere di non impedirne l’esercizio ai suoi cittadini.

Ma non son questi i diritti acquisiti per cui s’azzuffano in Parlamento e nei dibattiti televisivi, sono altri. Sono quei diritti a cui corrisponde una prestazione da parte di tutti gli altri; se un politico ha diritto ad un vitalizio, qualcuno lo dovrà pur pagare: noi. Siamo quelli che William Graham Sumner chiamava “gli uomini dimenticati”, costretti ad accollarci prestazioni che altri hanno deciso e su cui non abbiamo alcun potere decisionale effettivo.

Ogni tanto però siamo anche dalla parte “giusta” del processo redistributivo, siamo noi a ricevere, e quindi ci sembra che i nostri “diritti” siano sacrosanti ed intoccabili.

“Ne avevamo….. diritto! Guai a chi ce li tocca!”.

Se poi il “processo di acquisizione” di questi diritti sia stato poco limpido e questi ultimi siano privilegi parassitari poco importa. Ormai sono nero su bianco, acquisiti appunto, e quindi non si possono più toccare!

E così ci cadono dentro tutti e con il “tagliate agli altri ma non a me” si finisce per non tagliare un bel niente: altre tasse sulle spalle dell’uomo dimenticato, il contribuente.

Proviamo a … Leggi tutto