Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – II Parte

2.1 Il ruolo della moneta nel sistema economico

Lachmann      Il primo argomento riguarda il ruolo della moneta nel sistema economico. Secondo Sraffa (1932a, pp. 43-44), Hayek non sarebbe in grado di cogliere le differenze tra un’economia monetaria ed una non monetaria, in particolare attribuendo egli alla moneta la sola funzione di intermediario degli scambi. Per Sraffa, tale posizione non è compatibile con il desiderio di avanzare dei suggerimenti di politica monetaria. Tale accusa, inoltre, tenta di rilevare una contraddizione nell’intenzione di Hayek di spiegare le fluttuazioni economiche come l’effetto sull’economia reale generato da espansioni monetarie[1].

      Hayek giudica tale obiezione come un grave e malizioso fraintendimento nell’interpretazione della sua teoria da parte del collegea italiano[2].

      Su questo punto Lachmann non estende la difesa di Hayek e si limita a sottolineare l’incapacità di Sraffa di cogliere l’importanza della teoria austriaca del capitale, incapacità del tutto sorprendente per un ricardiano[3].

 

2.2 Risparmi e investimenti

      Il secondo punto importante analizzato da Lachmann (1986a, pp. 214-216) riguarda la relazione tra risparmi e investimenti.

      Bisogna rammentare che siamo nel 1932, a mezza strada tra il Treatise e la General Theory, e prima che la distinzione operata da Myrdal fra grandezze ex ante e grandezze ex post divenisse nota fuori dalla Svezia. Usando la terminologia del Treatise, i keynesiani spiegavano la divergenza tra il risparmio e l’investimento (ex ante) mediante il fatto che nella nostra società risparmiatori e investitori appartegnono tipicamente a class[i] sociali diverse. Austriaci come Mises e Hayek sostenevano invece l’idea, non particolarmente austriaca e condivisa in quel periodo alla corrente principale dela scienza economica, secondo cui il risparmio determina l’investimento tramite il meccanismo dell’interesse. (Lachmann, 1986a, p. 214).

      Questo è un argomento centrale perché, come è noto, un disequilibrio tra risparmi e investimenti indotto artificialmente, generando investimenti sbagliati ed impedendo al meccanismo del tasso di interesse di agire nel libero mercato, è la causa effettiva delle fluttuazioni economiche secondo … Leggi tutto

Risparmi, investimenti e… Keynes – addendum

Sulla scia dell’articolo di LunedìC’è una convinzione generale che le finanze pubbliche siano in qualche modo immuni dalla realtà finanziaria che affrontano tutti gli altri – un’illusione favorita dal comportamento dei mercati obbligazionari e supportata dal pio desiderio del pubblico. Basta, però, fermarsi a guardare la situazione della zona euro per vedere come sia davvero la realtà. Non solo, la storia ci dice che i paesi vanno regolarmente in default, eppure noi continuiamo a comprare titoli di stato nella convinzione che siano meno rischiosi di qualsiasi altro debito del settore privato. E se cominciamo a mettere in discussione lo status quo, i regolatori finanziari ci dicono che il debito pubblico è meno rischioso di qualunque altro titolo. La regolamentazione bancaria sancisce questo principio nelle linee guida della Commissione di Basilea, e la moderna teoria del portafoglio – che guida la regolamentazione dei valori azionari – lo incide sulla pietra.

La realtà è diversa. Se state pensando di prestare denaro a qualcuno, vorrete essere sicuri che il denaro sarà utilizzato per generare un utile, altrimenti sia l’interesse che il capitale non saranno coperti. Il mutuatario lo sa bene, e presenterà di conseguenza il suo progetto al creditore. Il punto è che il denaro prestato a un uomo d’affari deve essere impiegato in modo produttivo. Al contrario, il denaro prestato ai governi è raramente utilizzato in modo profittevole, e  anche quando lo è, la produzione è comunque meno efficiente che nel settore privato, perché le motivazioni della burocrazia e della politica si sostituiscono agli imperativi imprenditoriali. Le industrie nazionalizzate sono quindi meno capaci di pagare gli interessi sui loro prestiti, e richiedono una garanzia del governo, attuale o implicita, per ottenere i finanziamenti a tassi interessanti.

Quando però lo Stato prende in prestito denaro solo per coprire un deficit di bilancio, sta in realtà distruggendo capitale, perché il capitale viene speso, non investito. Questa è la situazione che stanno affrontando … Leggi tutto

Risparmi, investimenti e… Keynes

Gli economisti neoclassici sottovalutano l’importanza del legame tra risparmio e investimento. I due devono essere considerati collegati tra loro: sono necessari i risparmi per gli investimenti produzione futura. Ciò non desta alcuna preoccupazione per gli economisti mainstream. Invece essi sostengono che i risparmi dovrebbero finanziare la spesa pubblica, piuttosto che ripagare il debito dei consumatori. Considerano questa seconda opzione come una follia che porta alla recessione. Nel frattempo credono che gli investimenti possano essere stimolati, con l’aiuto del governo, tramite bassi tassi di interesse. L’effetto oggi di quest’idea, nella maggior parte delle economie avanzate, è stato quello di separare i risparmi dall’investimento industriale. Ciò non è saggio.

Le economie sane dipendono dal giusto mix di domanda dei consumatori e di investimenti di capitale. Si può proseguire con la fornitura di beni e servizi attualmente disponibili solo in una certa misura, ed un’attività che trascura gli investimenti di capitale perderà semplicemente le vendite ad un ritmo che aumenta con il tempo. Si deve continuamente investire in una produzione nuova e migliorata, un processo che può essere ritardato a fronte dell’incertezza del breve termine, ma mai abbandonato. Tuttavia, invece di essere a disposizione per finanziare investimenti produttivi, i risparmi necessari vengono sottratti per finanziare i deficit del governo, dove vengono utilizzati per finanziare la spesa corrente. I keynesiani preferiscono questo schema al fatto che i risparmi siano investiti nella produzione futura per produrre rendimenti sostenibili.

Coloro che pensano che questo è solo il risultato delle nostre circostanze sono eccessivamente ottimisti. L’intervento diretto del governo è raccomandato nientemeno che da Keynes, nella sua General Theory of Employment, Interest and Money. Alla fine del Capitolo 12 scrive, “Mi aspetto di vedere lo Stato […] assumersi una responsabilità sempre maggiore nell’organizzazione diretta degli investimenti […].” In effetti, i governi interventisti sono sempre stati pronti a fare proprio questo. Ma invece di fare da intermediario tra il risparmiatore e l’industria, i loro deficit assorbono ora più … Leggi tutto