Tasse, debito, inflazione: la reale misura della rapina fiscale – II parte

Debito ed inflazione: alias, imposte differite ed imposte occulte

inflazioneNon solo, ma ad abundantiam come potrebbero mai essere inquadrati i fenomeni di finanziamento della spesa pubblica attraverso il ricorso all’indebitamento, ovvero attraverso i meccanismi dell’inflazione monetaria?

Non potremmo forse considerare entrambi, di fatto, come degli opalescenti veicoli di tassazione ed imposizione occulta, che differiscono da quelle solo per degli specifici e qualificanti requisiti formali?

Da un lato, è di tutta evidenza che l’unica differenza tra il debito e le tasse è solo una questione di tempo: imposte presenti versus imposte differite. Per finanziare i propri programmi di spesa lo Stato può chiedere soldi in prestito, emettendo delle obbligazioni che conferiscono al loro portatore il diritto di ricevere una certa somma dopo un determinato numero di anni. In virtù di questa emissione, lo Stato accresce sicuramente la propria disponibilità di cassa nel presente, ma contrae al tempo stesso un “debito futuro”, producendo un passivo alle proprie entrate di domani. [2]

A prescindere dalla quota parte che deve essere corrisposta sin da subito (gli interessi), chi garantirà, in futuro, la restituzione del capitale messo a disposizione, a coloro che hanno deciso di finanziare lo Stato? Ovviamente i tax payers di domani, i quali saranno senza dubbio vessati anche per far sì che gli obbligazionisti possano essere onorati. Come in maniera molto efficace, anche se probabilmente non troppo politicamente corretta, ha chiarito l’economista Robert P. Murphy,  lo schema del ricorso massivo e sistematico all’indebitamento si regge su un assunto ben preciso, che si declina in una promessa fatta dai governanti ai loro finanziatori: <<sosteneteci e useremo le nostre armi per estrarre denaro dalla plebaglia disorganizzata, in modo tale che ogni anno possiate ottenere la vostra fetta di bottino>>. Lo stesso Murphy ha inoltre ben messo in evidenza in cosa si sostanzi, tra le altre cose, il folle ed irresponsabile affidamento alla leva della tassazione differita: poiché si ingenera una sorta di effetto di … Leggi tutto

Econometria: uno strano processo

ino a poco tempo faeconometria, la maggior parte degli analisti macroeconomici, assistiti dai loro modelli matematici, prediceva ripresa economica e indici azionari in ascesa. Ma il mercato ci ha ricordato che la realtà non sempre corrisponde alle predizioni di chi si presenta avvolto nel mantello della “scienza.” Come spesso avviene, quegli economisti che erano stati più umili nella loro pretesa di conoscenza hanno evitato questi imbarazzi.

L’importanza della teoria del capitale

Avendo letto innumerevoli analisti, compresi degli economisti professionisti, che offrono “soluzioni” alla crisi finanziaria, sono sempre più convinto dell'importanza della teoria del capitale. Lo potete vedere con la dicotomia che la gente continua a dipingere fra mercati finanziari ed “economia reale,” una distinzione che è utile per alcuni scopi ma che in questo contesto rinforza spesso l'idea che il mercato azionario sia in realtà soltanto un casinò.

La Scuola Austriaca e la Scuola di Chicago

Spesso mi si chiede: "In che modo sono differenti gli Austriaci dagli economisti della Scuola di Chicago? Non siete tutti fan del libero mercato che si oppongono ai Keynesiani del big-government?" In questo articolo evidenzierò alcune delle principali differenze. Sebbene sia vero che gli Austriaci concordino con gli economisti della Scuola di Chicago su molte questioni di strategia, ciò nonostante il loro approccio alla scienza economica può essere abbastanza differente. E' importante spiegare queste differenze, almeno per respingere la lamentela comune che l'economia Austriaca sia semplicemente una religione che serve a giustificare le conclusioni libertarie.

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La funzione sociale di profitti e perdite

Molti ingenui osservatori dell’economia di mercato archiviano tutte le preoccupazioni sul “risultato finale” come convenzioni sociali totalmente arbitrarie. Per questi critici sembra senza senso che una fabbrica che produce, diciamo, medicine o scarpe per bambini fermi la produzione al punto in cui il padrone decide che si sono massimizzati i profitti. Certo sarebbe fisicamente possibile produrre più confezioni di aspirina o più scarpine, ma il boss non lo permette, perchè se lo facesse “perderebbe denaro”. Parallelamente, tanti gadget e oggetti di lusso totalmente superflui vengono prodotti ogni giorno dall’economia di mercato, perchè venderli è profittevole. Gli osservatori indignati ogni tanto adottano lo slogan: “produzione per le persone, non per i profitti!”.

Questi critici non apprezzano il servizio indispensabile che il sistema dei profitti e delle perdite fornisce ai membri di un’economia di mercato. Qualsiasi sia il sistema sociale vigente, deve fare i conti purtroppo con il fatto che questo mondo materiale è caratterizzato dalla scarsità, ovvero dal fatto che non ci sono abbastanza risorse per produrre tutti i beni e servizi che la gente desidera. A causa della scarsità, quindi, ogni decisione economica implica un trade-off. Quando le risorse scarse sono utilizzate per produrre più confezioni di aspirina, per esempio, ci sono necessariamente meno risorse per produrre tutti gli altri beni. Non è quindi sufficiente chiedersi: “il mondo non sarebbe un posto migliore se producessimo più medicine?” La domanda vera è:

Il mondo sarebbe migliore se ci fossero più medicine e una quantità minore di tutti gli altri beni che non abbiamo potuto produrre per avere quelle medicine?”

Nei normali manuali introduttivi, si definisce spesso come problema economico una decisione della società su come allocare risorse scarse nella produzione di particolari beni e servizi. In realtà, la “società” non decide nulla; sono i suoi singoli membri a decidere come interagire per determinare il fine ultimo di tutte le risorse a disposizione dell’umanità. Nell’economia di libero mercato, ogni individuo obbedisce alle … Leggi tutto

Rothbard contro Mankiw sulla riforma fiscale

In un recente pezzo sul New York Times, Greg Mankiw, autore di manuali universitari di successo, professore di Harvard e consigliere di Mitt Romney, ha presentato quattro principi per una riforma fiscale che sono universalmente appoggiati da molti economisti di professione, alcuni anche strenui difensori del libero mercato.

In questo articolo, criticherò le visione di Mankiw da una prospettiva rothbardiana. L’apparente consenso tra tanti economisti su come mettere a posto il fisco mostra infatti i pericoli del cosiddetto “pensiero di gruppo”.… Leggi tutto