Il servizio di leva civile per i giovani è una proposta da Stato totalitario (parte quinta)

Vi sono analogie anche tra i totalitarismi europei del primo Novecento e la pianificazione promossa dal presidente Franklin Delano Roosevelt all’interno degli Stati Uniti d’America. Come ha scritto David Boaz in una recensione al libro 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939, dello storico tedesco Wolfgang Schivelbusch:

«I progressisti americani studiarono nelle università tedesche e Schivelbusch scrive che “sono giunti ad apprezzare la teoria hegeliana di uno Stato forte e il militarismo prussiano come il modo più efficace di organizzare le società moderne che non avrebbero più potuto essere governate dai principi liberali anarchici”. Il filosofo pragmatista William James, nel suo influente saggio del 1910 The Moral Equivalent of War, sottolineò l’importanza dell’ordine, della disciplina e della pianificazione. Gli intellettuali si preoccuparono per la disuguaglianza, per la povertà della classe operaia, e per la cultura commerciale creata dalla produzione di massa (senza accorgersi della tensione tra l’ultima denuncia e le prime due). Il liberalismo sembrò essere inadeguato per affrontare tali problemi. Quando la crisi economica, che colpì Italia e Germania dopo la Prima guerra mondiale, colpì gli Stati Uniti con la Grande Depressione, gli antiliberali colsero l’occasione per sostenere che il mercato avesse fallito e che fosse arrivato il tempo per una audace sperimentazione. Nel 1934, sulla «North American Review», lo scrittore progressista Roger Shaw descrisse il New Deal come “mezzi fascisti per ottenere fini liberali”. […] Roosevelt richiamò la nazione: “se vogliamo andare avanti, dobbiamo muoverci come un esercito addestrato e leale disposto a sacrificarsi per il bene di una disciplina comune. Noi siamo, lo so, pronti e disposti a presentare le nostre vite e proprietà a tale disciplina, perché rende possibile una leadership che mira a un bene più grande. Assumo senza esitazione la leadership di questo grande esercito […] pregherò il Congresso per quello strumento rimanente per fronteggiare la crisi: un

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Gary North: revisionismo bellico

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.

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Albert Jay Nock: una voce della “Old Right”. Nock e la stampa antagonista/III

5.3.  Albert Jay Nock: testimone critico del New Deal

 Journal of Forgotten Days: 1934 – 1935 NockAlbert-1948è una sorta di diario, pubblicato postumo nel 1948, che Nock scrisse per documentare gli eventi di quei due anni. Vi sono contenuti pensieri sparsi riguardanti diversi argomenti d’attualità; non poteva quindi mancare una testimonianza diretta in materia di New Deal. I brani presenti non pretendono di sviscerare analiticamente ogni aspetto del New Deal oppure di avere una significativa successione temporale. Sono “schegge” di pensiero nockiano, visioni degli eventi in corso correttamente interpretabili quando inserite nel contesto teorico dell’autore.

Nel maggio 1934 Nock, avendo già vissuto e constatato gli effetti dei primi “Cento Giorni” di Roosevelt, traccia il quadro della situazione statunitense.

L’esperienza di un viaggio in Florida gli mostra come ormai, nella maggior parte delle contee, i politici e gli impiegati sul libro paga dello Stato siano aumentati a dismisura, creando una schiera di parassiti che succhiano risorse alle poche realtà realmente produttive del paese [108]. Il discorso si estende agli Stati Uniti e alla centralizzazione voluta dal governo, ed ottenuta tramite il New Deal, accusata di per aver prodotto una sorta di “sfruttamento organizzato” («organized pauperism» [109]) a fini redistributivi, causa prima di una burocrazia opprimente e corrotta. Il riferimento alla divisione tra “mezzi politici” e “mezzi economici” di Oppenheimer è evidente, ma forse ancora più chiaro nell’annotazione del 25 settembre.

Nock propone un confronto tra il settore privato e quello pubblico, notando come quest’ultimo possa permettersi, grazie al proprio apparato coercitivo, politiche considerate suicide per il primo [110]. Ritorna la dicotomia: l’impresa privata ha successo solo se riesce a soddisfare i bisogni degli individui; lo Stato invece, organizzazione dei mezzi politici, può tranquillamente permettersi di agire contro i voleri della società, rivelando la sua natura di istituzione anti – sociale.

La creazione di lavoro da parte del governo ed i relativi sussidi non sono comunque piani che possano funzionare:

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Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal. Nock e la stampa antagonista/II

5.2. Stampa antagonista: pubblicazioni e protagonisti [67]

Per comprendere correttamenteLibertarianOldRight l’evoluzione della stampa anti – New Deal nel corso degli anni Trenta, occorre volgere lo sguardo alla situazione del decennio precedente.

Gli anni Venti furono testimoni di una considerevole diffusione di materiale libertario, progressista e anti – Repubblicano; in breve, critico nei confronti delle interferenze statali nella vita dei cittadini americani. Questa divulgazione venne favorita innanzitutto dal contesto generale, privo di censure e pressioni governative sulle agenzie di informazione; in seconda istanza, dall’attivismo degli intellettuali Left, all’epoca ancora uniti da valori libertari, che trovò sbocco in parecchi periodici politico – culturali; infine, dalla nascita di piattaforme editoriali direttamente gestite dai leaders della corrente libertaria.

Le voci di opposizione, quindi, non erano costrette a rimanere nell’ombra, ma innescavano accesi confronti ideologici sul ruolo e le funzioni dello Stato.

Era un clima decisamente propizio per Nock ed i suoi ideali: saggi ed articoli a carattere individualista e libertario guadagnarono uno spazio rilevante nell’arena del dibattito pubblico, grazie alle pagine offerte da Harper’s, Atlantic Monthly, The Nation. Non vanno poi dimenticati il The American Mercury, fondato nel 1924 da Mencken (che non smise comunque di scrivere sul Baltimore Sun), ed il contributo quadriennale de The Freeman, l’esperimento editoriale di Nock e F. Neilson, prolifica sorgente di gran parte della produzione nockiana degli anni Venti.

La situazione muta con l’arrivo della Grande Depressione.

Il “Nuovo Liberalismo” idealizzato da Dewey attira consensi in tanti ambienti politici ed editoriali, nei quali si diffonde la convinzione che sia necessario cambiare atteggiamento verso il ruolo dello Stato, rinnovandone gli obiettivi e le funzioni. La maggior parte della storica Left, libertari a parte, condivide questa idea e si sfalda, risorgendo sotto le direttive dei nuovi liberals. I libertari vengono emarginati dai vecchi alleati e si ritrovano isolati politicamente, ma soprattutto ideologicamente: nessuno vuole più avere a
che fare con i principi individualisti del liberalismo laissez-faire, ora considerati pericolosi strumenti … Leggi tutto

Albert Jay Nock: la Old Right ed il conservatorismo statunitense

 3. La “Old Right” ed il conservatorismo statunitense

Non è LibertarianOldRightmia intenzione ripercorrere globalmente le vicissitudini dei movimenti conservatori statunitensi, dalle loro origini ottocentesche fino ai giorni nostri.

Ne presenterò un significativo periodo, quello relativo agli anni Venti e Trenta, nel quale vide la luce e operò il movimento che verrà in seguito denominato “Old Right”. Mostrerò in seguito come Nock ebbe un ruolo di prim’ordine al suo interno.

3.1. Nascita della “Old Right” 31

La “Old Right” statunitense non nacque con atto esplicito, non elaborò alcun programma politico predefinito, non nominò alcun leader. Non si diede nemmeno un nome; venne così definita a posteriori per distinguerla dalla “New Right” che si formò negli anni Cinquanta.

Fu sostanzialmente un movimento che riunì diverse ideologie preesistenti attorno ad un fulcro comune: l’opposizione all’ascesa del Big Government lanciato dal presidente Calvin Coolidge (1923 – 1929), sostenuto da Herbert Hoover (1929 – 1933) e poi definitivamente implementato da Franklin Delano Roosevelt (1933 – 1945) attraverso le riforme del New Deal.

Avendo il suo asse portante in connotati fortemente libertari, la genesi della “Old Right” può essere ideologicamente ricondotta al pensiero di quegli intellettuali Leftist (progressisti) che diffusero, nel primo dopoguerra, la dottrina del laissez-faire e l’approccio individualista: uomini come Henry Louis Mencken, Francis Neilson, il medesimo Nock, Oswald Garrison Villard, furono solo alcuni dei protagonisti di maggior rilievo.

Tra di essi vi era un buon numero di radicali [32], Nock in testa, che non vedevano nel processo politico alcuna soluzione alla tendenza statalista degli anni Venti.

Nonostante ciò, vi fu comunque un riorientamento all’interno della geografia politica: il nemico principale divenne il partito Repubblicano, colpevole di aver supportato l’introduzione di nuovi sussidi, maggiori tariffe e l’inasprimento delle leggi proibizioniste; reo soprattutto di aver creato i presupposti per quella che diverrà l’alleanza corporativa tra Big Government e Big Business.

Il sostegno si fondò sull’adesione a tre principi fondamentali: la volontà di … Leggi tutto

Carlo Ponzi, alias lo Zio Sam

Carlo “Charles” Ponzi era un truffatore Ponziche potremmo definire il Bernie Madoff della sua epoca. Per due anni, dal 1918 al 1920, vendette un sogno impossibile: un investimento che rende ai sottoscrittori il 50% in 45 giorni; pagava i vecchi investitori con il denaro dei nuovi investitori. Questo schema è stato imitato sin da allora.

Tutti gli schemi di Ponzi si caratterizzano per cinque elementi:

  1. La promessa di rendimenti di entità statisticamente impossibile;
  2. Una descrizione dell’investimento che non ha alcun senso economico;
  3. Investitori avidi che pretendono qualcosa in cambio di niente;
  4. Una volontaria sospensione dell’incredulità da parte degli investitori;
  5. La furente opposizione degli investitori alla esposizione pubblica a seguito delle indagini.

Stranamente, molti schemi di Ponzi contengono anche un sesto elemento: la riluttanza del truffatore a smettere e scappare finché è ancora in tempo. Bernie Madoff è l’esempio supremo, ma fu Ponzi stesso ad inaugurare la tradizione.

Lo schema, una volta avviato, procede verso la sua fine matematicamente inevitabile. Sin dal giorno in cui è concepito, è destinato a fallire. Eppure anche il truffatore che lo architetta crede di poterlo far funzionare ancora per un anno, un mese o un giorno. Il progettista dello schema è intrappolato nella sua stessa retorica: sviluppa dipendenza dalle sue stesse bugie. Non riesce a prendere i soldi e scappare.

Questo mi conduce ad una serie di conclusioni. Siccome tutti gli schemi di Ponzi sono caratterizzati da obiettivi statisticamente impossibili, avidità diffusa, sospensione dell’incredulità e resistenza alla pubblica esposizione, allora:

Tutto il sistema bancario a riserve frazionarie è uno schema di Ponzi;

tutte le banche centrali sono schemi di Ponzi;

tutti i programmi pensionistici statali sono schemi di Ponzi;

tutta la medicina statale è uno schema di Ponzi;

tutti gli imperi sono schemi di Ponzi;

tutta l’economia keynesiana è uno schema di Ponzi.

Però c’è una differenza tra uno schema di Ponzi privato e uno schema di Ponzi statale. Uno schema privato si basa … Leggi tutto

La leggenda di Hoover

Una delle leggende più perniciose della storia economica del ventesimo secolo è quella che racconta come la Grande Depressione fu causata, o almeno resa più disastrosa, dall’impegno dogmatico di Herbert Hoover a mettere in pratica la politica del “non far nulla” - di stampo laissez-faire - subito dopo il crash finanziario del ’29. Questa idea fa parte di quel set di credenze riguardo la Grande Depressione che chiamo “la vulgata classica” di quell’evento storico. (Include l’affermazione cha sia stato il liberismo a causare la crisi, che l’inazione di Hoover l’abbia peggiorata, che il New Deal ebbe un successo clamoroso e che la Seconda Guerra Mondiale ce ne fece uscire). L’idea che Hoover avesse una completa dedizione per il laissez faire è, come ho suggerito, completamente falsa.