L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte prima)

Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

– “La storia dell’umanità è la storia della lotta delle classi.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica: la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

– La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

– La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l’apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall’amministrazione di un sistema di “giustizia di classe”, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione … Leggi tutto

Azione interpersonale: violenza.

Estratto da: Man, Economy and State, with Power and Market, cap. II, par 1.

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L’analisi nel capitolo 1 si è basata sulle implicazioni logiche dell’azione ed i suoi risultati valgono per tutte le azioni umane. L’applicazione di tali principi è stata limitata, invece, “all’economia di Crusoe” dove le azioni degli individui isolati sono considerate come a sé stanti poiché non vi è interazione tra le persone. Così l’analisi potrebbe essere facilmente e direttamente applicata al numero n di Crusoe isolati su n isole o altre aree isolate. Il compito successivo è quello di applicare ed estendere l’analisi per considerare le interazioni tra i singoli esseri umani.

6292Supponiamo che Crusoe alla fine scopra che un altro individuo, diciamo Jackson, ha vissuto un’esistenza isolata all’altra estremità dell’isola. Che tipo di interazione potrà mai avvenire tra loro? Un tipo di azione è la violenza: Crusoe può sentire un odio vigoroso verso Jackson e decidere di ucciderlo o altrimenti ferirlo. In questo caso Crusoe porrebbe fine alla sua esistenza, cioè assassinare Jackson, commettendo violenza; oppure potrebbe decidere di voler espropriare la casa di Jackson e la sua collezione di pellicce, uccidendo quindi Jackson per raggiungere questo fine. In entrambi i casi il risultato è un guadagno di Crusoe in soddisfazione, a spese di Jackson che, a dir poco, subisce una grande perdita psichica. Ciò è fondamentalmente  simile all’azione basata su una minaccia di violenza o intimidazione: Crusoe potrebbe infatti minacciare Jackson con un coltello e derubarlo delle pellicce e  scorte accumulate. Entrambi gli esempi sono casi di azione violenta e coinvolgono il guadagno di uno a danno dell’altro.

I seguenti fattori, singolarmente o in combinazione, potrebbero operare per indurre Crusoe (o Jackson) ad astenersi da qualsiasi azione violenta contro l’altro:

1. il ritenere che l’uso della violenza nei confronti di qualsiasi altro essere umano sia immorale, cioè che l’astenenersi dalla violenza contro un’altra persona sia uno scopo esso stesso, il … Leggi tutto

Perché essere libertari?

[Questo saggio è il capitolo 15 del libro “Egualitarismo come rivolta contro la Natura.]

rothbardDunque, perché essere libertari? Con questa domanda intendo: qual è il punto dell’intera questione? Perché assumersi un profondo impegno, che dura per tutta la vita, verso il principio e l’obiettivo della libertà individuale? In un mondo largamente illiberale come il nostro, essere fedeli ad un tale impegno significa trovarsi inevitabilmente in radicale disaccordo con lo status quo, ed ugualmente ineluttabilmente in uno stato di alienazione da esso, che ci imporrà molti sacrifici, sia in termini economici sia di prestigio. Quando la vita è breve, e il momento della vittoria lontano nel futuro, perché passare attraverso tutto ciò?

Incredibilmente, abbiamo trovato, tra il crescente numero di libertari in questo paese, molte persone che, partendo da una visione estremamente ristretta o da un punto di vista estremamente personale, sono giunte ad un impegno libertario. Molti sono irresistibilmente attratti dalla libertà come sistema intellettuale o come obiettivo estetico, ma la libertà rimane per loro un gioco di parole puramente intellettuale, completamente scisso da ciò che considerano le “vere” attività delle loro vite quotidiane. Altri sono motivati a rimanere libertari solamente in previsione di ottenere il loro personale profitto economico. Comprendendo che un libero mercato fornirebbe opportunità di gran lunga migliori alle persone competenti e indipendenti di raccogliere i profitti imprenditoriali, costoro divengono e rimangono libertari esclusivamente per trovare maggiori opportunità per guadagni economici. È senza dubbio vero che le opportunità per guadagnare sarebbero molto superiori e più diffuse in un mercato ed una società liberi; tuttavia, riporre la propria primaria enfasi su questa motivazione come giustificazione per l’essere libertari può essere considerato solamente grottesco. Nel … Leggi tutto

Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal. Conclusioni

(Il testo integrale dell’elaborato di Patrick Rota sarà successivamente disponibile nella sezione “Materiali”).

nockenemyCome si è potuto osservare, l’opposizione di Albert J. Nock al New Deal non è certo confinata al biasimo verso l’introduzione della singola riforma o dell’ennesima agenzia federale. Egli si interessa della teoria generale sottostante l’opera di Roosevelt e ne analizza i fondamenti teorici. Ogni critica esternata pertanto, anche se proveniente dai più diversi punti di vista, non è altro che una diversa sfaccettatura riconducibile all’unico impianto teorico generale di cui si serve per studiare l’individuo e la società.

E’ rarissimo vederlo attaccare direttamente l’AAA, il WPA oppure la NRA; Nock guarda al piano generale di cui il New Deal è strumento e ne intuisce le pericolose conseguenze: il potere dello Stato, organizzazione essenzialmente anti – sociale, eroderà il potere della società. E’ qui che entra in campo l’importanza della libertà.

Dopo aver studiato e compreso le dinamiche del comportamento umano grazie alle tre leggi fondamentali (descritte nel primo capitolo), Nock si preoccupa di difendere la libertà individuale dalle insidie dello statalismo.

Appellarsi ai diritti inviolascbili di ogni uomo è il primo passo per un libertario del suo calibro: il nostro denuncia la deriva verso la tirannia e la schiavitù, inevitabile qualora questi diritti vengano sopraffatti dall’espansione del potere statale. Ma non è tutto.

La parte probabilmente più interessante riguarda il ruolo della libertà intesa come incentivo e stimolo per i membri della società. Sembra, e la seguenteè una considerazione assolutamente personale, che Nock ponga un risultato desiderabile, una società sana ed onesta, e poi vada a ritroso per capire come arrivare a tale obiettivo. I passi sono pochi e fondamentalmente semplici: la buona civilizzazione è il prodotto di una solida e corretta moralità; questo tipo di moralità può svilupparsi unicamente in un contesto libertario.

Sono queste le motivazioni principali per le quali egli disapprova ed osteggia il New Deal. Nock, assieme a molti compagni

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Dieci ragioni per non abolire la schiavitù

La schiavitù esiste da sempre, eppure ad un certo punto si è deciso di dire basta. C'è altro che ha caratteristiche simili e sarebbere ora di abolire? il governo come lo conosciamo, monopolistico, non consensuale e armato che esige obbedienza ed il pagamento delle imposte.