Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

III. Ripensare la Secessione

nazioniInnanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra … Leggi tutto

Cinque lezioni apprese dal referendum in Scozia

Pubblichiamo quest’articolo nell’imminenza del referendum catalano, sia per la capacità di guardare oltre il dato contingente, sia perché le spinte indipendentiste proseguono e la crisi dello Stato-nazione continua

scozia_catalognaLe autorità governative, nel Regno Unito, hanno dichiarato che la campagna per il Sì” alla secessione è fallita, con un margine approssimativo del 55% contro il 45%. Tuttavia, anche se non si è tradotta in una maggioranza di voti in favore della secessione, la campagna per la separazione dal Regno Unito ha già offerto numerose anticipazioni sul futuro dei movimenti secessionisti e di coloro che difendono lo status quo.

Prima lezione: le élite mondialiste hanno una gran paura di secessione e decentramento

Membri e istituzioni dell’élite mondialista, tra cui la Goldman Sachs, Alan Greenspan, David Cameron e molte delle principali banche hanno sfoderato tutti i segnali di allarme per seminare quanta più paura possibile riguardo allindipendenza. I banchieri mondialisti hanno giurato di punire la Scozia, dichiarando che avrebbero abbandonato il territorio scozzese se fosse stata dichiarata lindipendenza. Secondo una fonte, uno studio della Deutsche Bank lha paragonata alla decisione di tornare al gold standard negli anni Venti e ha detto che avrebbe potuto scatenare una riedizione della Grande Depressione, almeno a nord della frontiera.

Quando si tratta di pronosticare apocalissi economiche, non si può andare molto più in là nellisteria. Eppure, lo si è fatto. David Cameron è quasi scoppiato a piangere, supplicando gli scozzesi di non votare per lindipendenza.

Il brutale assalto dell’élite contro la secessione ha impiegato almeno due strategie. La prima ha previsto minacce e prediche del tipo “è per il vostro bene. Le cose non si metteranno beneper la Scozia in caso di secessione, ha pontificato Robert Zoellitsch della Banca Mondiale. John McCain ha implicato che lindipendenza scozzese sarebbe una Leggi tutto

Quello di secessione: un diritto fondamentale!

secessioneQual è il Paese più piccolo del mondo? Monaco? Certo che no.

Malta?  Assolutamente troppo grande.

Anche la Città del Vaticano, sebbene conti solo una popolazione di 770 persone,  risulta essere enorme a confronto.

Si chiama Sealand, fondata e governata da Paddy Roy Bates, un uomo straordinario che si è spento questa settimana all’età di 91 anni [lo scritto originario risale al 13 ottobre 2012, ndt]. Egli fu l’originale radio operatore pirata e il Principe di Sealand, una minuscola chiatta collocata sei miglia al largo della costa orientale della Gran Bretagna, al di fuori dunque dalle acque territoriali del Regno Unito.

Dalla nazione di sua invezione, Bates mise in onda Radio Essex nel 1965 e nel 1966, diffondendo musica rock in un’epoca in cui la BBC non si mostrava certo tenera con quel genere, e in generale mostrando al mondo come comunicare oltre i confini di quanto la legge permettesse.
Stiamo parlando di un vero e proprio antesignano, di un uomo che tracciò la strada verso l’internet dei giorni nostri. A quei tempi, bisognava avere un gran coraggio ed essere dei visionari per realizzare quello che fece. Bates si separò effettivamente dallo Stato nazionale per stabilirne uno proprio, al fine di garantire la propria libertà di espressione e di fornire un contributo concreto agli standard di vita del periodo.

La sua nuova nazione aveva una costituzione, una bandiera, un inno, e riuscì anche a sviluppare un commercio attivo nell’emissione di passaporti (pare ne siano stati rilasciati 150.000!). Il motto nazionale: E Mare Libertas. Dal mare, la libertà. In qualità di principe auto-nominatosi, una volta venne anche arrestato dalle corti britanniche, ma i giudici dovettero archiviare il caso, in quanto la  sua chiatta era al di fuori delle acque territoriali del Regno Unito. Egli si guadagnò la sua libertà attraverso una pratica seria e tanto impegno.

Leggendolo attraverso un’intervista del 2011 con il figlio Michael, ci accorgiamo … Leggi tutto

Il diritto all’autodeterminazione

liberalism_misesÈ stato già fatto notare come un paese possa godere di pace interna soltanto quando una costituzione democratica fornisca la garanzia che ogni modifica al governo voluta dai cittadini possa avvenire senza frizioni. Per assicurare la pace internazionale, non è necessario nient’altro che la costante applicazione dello stesso principio.

In precedenza, i liberali pensavano che gli individui fossero pacifici per natura e che soltanto i monarchi desiderassero la guerra per aumentare il proprio potere e la propria ricchezza tramite la conquista di territori. Credevano, di conseguenza, che per assicurare una pace duratura fosse sufficiente rimpiazzare la guida dei principi dinastici con dei governi dipendenti dalle persone. Se una repubblica democratica scoprisse che i propri confini attuali, formati dal corso della storia prima del passaggio al liberalismo, non corrisponderebbero più al desiderio politico della gente, essi dovrebbero essere pacificamente cambiati adeguandoli ai risultati di un plebiscito che esprima il volere del popolo. Dovrebbe essere sempre possibile modificare i confini dello Stato, qualora fosse chiaramente espresso il volere degli abitanti di un’area di unirsi ad un altro Stato, diverso da quello a cui appartengono attualmente. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli Zar russi inglobarono nei loro immensi imperi aree la cui popolazione non espresse mai il desiderio di far parte dello Stato russo. Sebbene l’Impero Russo adottasse una costituzione totalmente democratica, i desideri degli abitanti di quei territori non furono mai rispettati, in quanto semplicemente essi non desideravano essere associati ad alcun legame relativo ad un’unione politica con i russi.

La loro richiesta democratica consisteva nella libertà dall’Impero Russo e nella formazione di Stati nazionali quali Polonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, ecc. . Il fatto che queste richieste ed altre simili da parte di altri popoli (come ad esempio gli italiani, i tedeschi nello Schleswig-Holstein, gli Slavi nell’Impero asburgico) si poterono soddisfare soltanto ricorrendo alle armi, fu la causa più importante in tutte le guerre che sono state combattute in Europa sin dal … Leggi tutto

Libertà e diritto di Secessione: due valori inseparabili

“Le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla natura ed alla storia d’Italia. L’Italia, come avverte molto bene il Gioberti, raccoglie da settentrione a mezzodì provincie e popoli quasi così diversi tra sé, come lo sono i popoli più settentrionali e meridionali d’Europa; ondechè fu e sarà sempre necessario un governo distinto per ciascuna di tutte o quasi tutte queste provincie.”[1]

Italian regions mapCosì Cesare Balbo apriva il terzo paragrafo del Capo V intitolato “ Della Confederazione degli Stati presenti” del suo celeberrimo “Delle Speranze d’Italia”, libello tanto caro agli amanti dell’articolo quinto della costituzione del 1948, quelli de “l’Italia è una Repubblica unica e indivisibile”. Come sempre, la mistificazione, l’ignoranza e l’indottrinamento vincono sul raziocinio, sul pensiero critico, sull’apertura mentale; qualità che tanti fra coloro che si bagnano le labbra con parole quali “Libertà” ed “Individuo” sembrano aver smarrito per strada.

Come più volte asserito in queste pagine[2], la Scuola Austriaca di Economia propende verso la liberazione dell’Individuo, al compimento di tutte le sue libertà, ponendosi come unico limite – almeno nella sua branca più pura e teorica, quella rothbardiana – il principio di non aggressione. Per questo più volte il tema della secessione è stato trattato; in quanto l’anelare di un popolo alla propria autodeterminazione non può mancare tra le tematiche concernenti la Libertà.

Tuttavia, preme fare chiarezza su alcuni argomenti. Nel nostro vocabolario comune, infatti, sembra che la volontà che tanti popoli stanno manifestando di diventare repubbliche indipendenti e sovrane, non si riallacci, se non con qualche forzatura, al concetto di Confederazione citato da Balbo in apertura. Ebbene, niente è più falso, né più lontano dalla realtà.

Una Confederazione tra Stati che non abbiano pieni poteri o diritti di esercitare la propria sovranità e le proprie leggi in completa autonomia, invero, lede le basi del concetto stesso di “confederazione”, erodendola nel tempo e portandola ad una mera “unione”, le cui parti ormai non saranno più riconoscibili le une dalle altre.… Leggi tutto

Lo Stato come impresa: il caso del Liechtenstein

(L’articolo è una sintesi del saggio “Il caso del Liechtenstein: un nuovo paradigma dell’ordine?” pubblicato sul periodico “Tradizione e Cultura”, settembre 2012).

 L’odierna crisi degli Stati Sociali occidentalivaduz, impossibilitati a mantenere i costi di un generoso welfare ed alle prese con una serissima crisi fiscale e monetaria sovranazionale[1] che ne mina le fondamenta, impone una riflessione approfondita sul ruolo che, nel futuro, lo Stato dovrà occupare nell’economia e, più in generale, nella sfera privata dell’individuo.

A questo proposito, vi è una parte crescente della dottrina giuridica[2] ed economica, nonché dell’opinione pubblica[3], che propone il superamento della stessa concezione moderna della “sovranità”[4] e quindi un ripensamento dell’intero diritto pubblico, attraverso una trasformazione in senso “privatistico” ed autenticamente federale e concorrenziale dell’odierno Stato nazione.

HANS ADAM II: Cenni biografici

Hans Adam II, nato a Zurigo il 14 febbraio 1945, è il primogenito del Principe Franz Josef II del Liechtenstein e della Principessa Giorgina di Wilczek.

Fin da piccolo mostra grande interesse per le materie umanistiche e la fisica, ma viene spinto, a seguito della necessità del Casato di riorganizzare e ricostruire il proprio patrimonio (riorganizzazione che avrà luogo nel 1970), a studiare economia: si forma, quindi, prima a Vienna e poi nella Scuola di Scienze Economiche e Sociali di San Gallo.

L’interesse per le vicende politiche rimane vivissimo. Le trasformazioni politico-statuali europee del XX secolo lo portano ad elaborare una Teoria dello Stato affatto particolare, che segnerà il suo Regno e l’attività politico-imprenditoriale dello stesso Casato;  un ruolo importante ebbe l’autodeterminazione democratica e pacifica del cantone del Giura (1979)[5], a seguito della quale Hans abbraccia il diritto di autodeterminazione locale, pilastro del suo pensiero politico.

La dottrina localistica del  giovane Principe è ulteriormente corroborata dagli sconquassi verificatisi nei grandi sistemi socialisti dell’Est Europa, contrapposti ai successi economici di piccoli e ben organizzati stati, quale quello del Liechtenstein: egli si convince, dopo un’accurata analisi … Leggi tutto

Secessione: Un principio rigorosamente Americano

6344[Parte prima de “La Tradizione Secessionista in America”, saggio presentato alla conferenza  del 1995 “Secessione, Stato ed Economia” tenutasi al Mises Institute]

Lo Statuto delle Nazioni Unite pone l’autodeterminazione dei popoli come un diritto umano fondamentale. Partendo da questa asserzione, si è sviluppato un vivo dibattito tra i giuristi di tutto il mondo sull’ipotesi che il diritto ad auto-determinarsi includa anche il diritto ad una secessione “legalizzata” e legittima.[1]

Ma, mentre il mondo intero sta esplorando a fondo il concetto di secessione legittima, non se ne trova traccia nel dibattito politico americano contemporaneo. C’era un tempo, tuttavia, nel quale tale argomento costituiva parte integrante della politica americana. Invero, il concetto stesso di secessione ed auto-determinazione dei popoli, almeno nella forma e nei contenuti discussi oggi, trova ampiamente le sue radici nella cultura  statunitense. Non c’è alcuna esagerazione nell’affermare che l’unico contributo dell’Illuminismo americano del diciottesimo secolo alla politica non sia il federalismo, ma il principio secondo il quale un popolo, che versa in particolari condizioni, ha il diritto morale di distaccarsi dall’autorità politica costituita e di auto-governarsi. Nel prosieguo di questo approfondimento vorrei descrivere per sommi capi questa tradizione politica americana per rendere chiaro che essa non è stata affatto dimenticata.

Il verbo inglese “to secede” deriva dal latino “secedere”, che stava ad indicare un atto di separazione, di allontanamento [NdT, in italiano, sarà un caso, questo verbo non esiste]. La connotazione squisitamente politica che il termine porta con sé è una peculiarità americana di cui, infatti, non si ha traccia prima dell’inizio del diciannovesimo secolo[2]. Prima di allora, si poteva parlare dell’anima “in secessione” dal corpo; o di una secessione da una stanza di un edificio ad un’altra; o della propria secessione da ogni sorta di compagnia. L’ultimo esempio è stato ripreso dal “Dictionary” di Samuel Johnson, risalente alla metà del diciottesimo secolo; egli, tuttavia, non colse l’utilizzo che gli scozzesi avevano fatto di quel termine.

Nel 1733 vi … Leggi tutto

Intervista a Philipp Bagus

Mises Italia, in collaborazione con l’associazione culturale Ora libera(le) Torino, intervista Philipp Bagus, prof. associato di economia applicata all’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid nonché allievo di Jesus Huerta de Soto, in occasione dell’incontro tenutosi presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino il 02 marzo 2013, promosso dall’Assemblea di Economia nell’ambito della seconda edizione di “Tesoro Parliamone”.

Grazie a Chiara Garibotto.

Mises Italia

 

 

 … Leggi tutto

Il vero Lincoln e le bugie di Spielberg | II parte

The real Lincoln: l’ Unione über alles Lincoln

Nel marzo del 1850, a pochi giorni dalla propria morte, il grande statista e pensatore del South Carolina John C. Calhoun scriveva quanto segue ad un amico:

L’Unione è destinata ad essere dissolta, i segnali sono evidenti. […] [Non è più possibile] evitare, o concretamente posporre, la catastrofe. Plausibilmente mi aspetto che ciò accada entro dodici anni o tre mandati presidenziali. […] Il modo in cui succederà non è così chiaro, […] ma con ogni probabilità la detonazione avverrà nel corso di una elezione presidenziale”.

In effetti le cose andarono esattamente così: il 6 novembre 1860 il candidato del Partito repubblicano – partito fondato nel 1854 che ereditava le tradizioni whig, freesoiler e radicali – Abraham Lincoln vinse le elezioni con una maggioranza relativa piuttosto risicata, in quanto i suoi avversari avevano presentato tre candidati differenti. Fu chiaramente un’elezione contro il Sud, nel quale “Lincoln non ottenne un solo voto”: divenne così Presidente soltanto di una parte del paese. Fra la sua elezione e l’insediamento nel marzo 1861 gli Stati del Sud decisero che la loro posizione era divenuta indifendibile all’interno dell’Unione, e dichiararono uno dopo l’altro la secessione; avrebbero in seguito dato vita alla Confederazione ed eletto il senatore del Mississippi Jefferson Davis suo Presidente. Una scelta in linea col principio cardine dell’Unione originaria: questa si configurava come una confederazione di Stati autonomi, che volontariamente delegavano al governo federale l’esercizio di specifiche e ben definite funzioni comuni; trattandosi di un contratto di natura fondamentalmente privatistica, qualora uno dei contraenti  fosse stato in disaccordo con gli altri, avrebbe potuto ritirare la delega e fuoriuscire liberamente dall’Unione. Il diritto di secessione non era previsto dalla Costituzione del 1787, ma vi era implicito: persino i più radicali sostenitori del centralismo, Alexander Hamilton e Daniel Webster – entrambi provenienti dalla borghesia del Nord – concedevano che in casi estremi taluni Stati avrebbero potuto ricorrervi. … Leggi tutto

Il vero Lincoln e le bugie di Spielberg | I parte

Il 24 gennaio civil warè uscito nelle sale italiane il film Lincoln, diretto da Steven Spielberg con Daniel Day-Lewis nel ruolo di protagonista. Come largamente previsto dalla critica, la pellicola ha sbancato il botteghino. Un successo degno del regista, un film in grado di commuovere e di colpire nel profondo. Si tratta di una ricostruzione storica – ancorché hollywoodiana – , che dovrebbe avere fra i suoi primi obiettivi quello di narrare in modo relativamente esaustivo fatti realmente accaduti. E quest’obiettivo è stato completamente mancato: la ricostruzione è ai limiti della “fantastoria”, la partigianeria è stomachevole e indigesta, la prospettiva yankee assurge a voce dominante nel peggior stupro di una realtà drammatica come quella della Guerra civile americana. In questo modo una figura complessa, inquietante  e a tratti mefistofelica come quella del sedicesimo Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln viene dipinta con toni agiografici e santificatori, coi soliti banali orpelli dell’emancipatore di schiavi, del salvatore della pace e della libertà. Per chi nella pace e nella libertà crede davvero – e proprio per questo non sopporta che la memoria del Vecchio Sud sia infangata dell’ideologia dei vincitori –  è quanto mai cogente rispolverare alcune semplici verità fattuali relative a quel periodo miliare della storia americana che fu la Civil War, disincrostandola dai luoghi comuni, dalle interpretazioni faziose e soprattutto dalle mistificazioni sesquipedali che ne accompagnano le narrazioni più in voga – non ultimo questo ritratto demenziale fornito da Spielberg, anche se invero molti pregiudizi sono divenuti patrimonio comune.

Dare un nome alla guerra

Individuare il nome adatto ad un conflitto tanto noto quanto frainteso non è il vezzo di qualche storico puntiglioso: al contrario, può essere un primo passo fondamentale per comprenderne le ragioni più profonde – che è quanto ci riproponiamo di fare in questo contributo. Negli Stati Uniti attuali la dicitura più comune è “american civil war”; in Europa è diffusa l’espressione “guerra di secessione”;
Leggi tutto