Ascesa e declino della società: capitolo III

L’unità della vita sociale

 

Cominciando dall’ovvio — ci devono essere gli uomini prima che ci sia una Società, e ci deve essere una Società prima che ci sia un Governo. Le istituzioni sociali devono essere seminate nel terreno di cui è fatto l’individuo. Pertanto, siamo costretti a chiedere all’individuo, l’unità della vita sociale, di dirci perché socializza, perché diventa politico. I metafisici erano sulla strada giusta quando indagarono la natura del singolo per dare una spiegazione allo Stato, anche se erano distratti dalla loro mentalità teologica. Su questa strada non si trova una risposta positiva, né una risposta che non inizi con ipotesi. Se si guarda l’essere umano dall’esterno forse riusciremo a fare luce sulla questione, senza fare riferimento alla sua composizione spirituale.

Ascesa e Declino della SocietàCosa si osserva come una costante nella sua esistenza? A questa domanda non c’è che una risposta: egli è sempre e comunque impegnato a guadagnarsi da vivere. Non possiamo nemmeno pensare ad un essere umano privo di questa preoccupazione. Egli è, fondamentalmente, un ‘”uomo economico” — per usare un termine che viene talvolta usato in modo spregiativo, ma che è più appropriato quando riflettiamo sul fatto che l’attività primordiale dell’uomo è l’esistenza. La sua ricerca economica è radicata in lui come una necessità. Sembra logico supporre, allora, che la Società in cui lo troviamo sempre è o una fase dell’attività, o in relazione con l’attività, da cui non va mai in pensione. Non è allora probabile che, se ci immedesimassimo nei mezzi e nei metodi che impiega per guadagnarsi da vivere, impareremmo che la Società ed il Governo sono escrescenze di questo processo? Forse, dopo tutto, queste istituzioni hanno le loro radici nell’economia. Si tratta di un’ipotesi plausibile, in ogni caso.

L’obiezione che viene sollevata è che l’essere umano sia troppo complesso per essere trattato solo come una creatura vivente. Anche le altre specie che abitano la terra sono a caccia costante dei mezzi per esistere … Leggi tutto

Ascesa e declino della società: capitolo II

Da Dio o dalla spada?

 

Lo Stato è previsto dalla natura delle cose? I teorici classici della scienza politica erano convinti di sì. Osservando come ogni agglomerato di uomini noti alla storia abbia visto la partecipazione in una istituzione politica di qualche tipo, e convinti che in tutte le cose umane la mano di Dio abbia svolto un ruolo, hanno concluso che l’organizzazione politica degli uomini abbia goduto dell’avallo divino. Avevano un sillogismo per sostenere la propria ipotesi: Dio ha fatto uomo; l’uomo ha realizzato lo Stato; quindi, Dio ha fatto lo Stato. Lo Stato ha acquisito così una sorta di alone di divinità. Il ragionamento è stato sostenuto da una analogia: è una certezza che l’organizzazione familiare, con il suo capo, sia nell’ordine naturale delle cose, e ne consegue che un gruppo di famiglie, con lo Stato in qualità di padre di tutte, sia un fenomeno altrettanto naturale. Se si verificano carenze nella famiglia, è a causa dell’ignoranza o della malvagità del padre; parimenti se l’ordine sociale soffre l’ansia o la disarmonia è perché lo Stato ha perso di vista le vie di Dio. In entrambi i casi, il pater familias ha bisogno di istruzioni per quanto riguarda i principi morali. Dunque lo Stato, che è inevitabile e necessario, può essere migliorato ma non abolito.

Ascesa e Declino della SocietàAccettando a priori la naturalezza dello Stato, hanno cercato di trovare la radice dell’istituzione nella natura dell’uomo. Sicuramente, lo Stato appare solo quando gli uomini si riuniscono, e questo fatto potrebbe indicare che la sua origine è insita nella complessità dell’essere umano; gli animali non hanno Stato. Questa linea di indagine ha portato a contraddizioni e incertezze, cosa del tutto comprensibile in quanto le prove della natura dell’uomo si trovano nel suo comportamento morale e questo è ben lungi dall’essere uniforme. Due uomini risponderanno in maniera diversa alla stessa esigenza e almeno uno non seguirà uno schema costante di comportamento in tutte le … Leggi tutto

Pianificazione, scienza e libertà – II Parte

[Nature, no. 3759 (novembre 15, 1941), p. 581–84]

planningQuesto conflitto sui metodi corretti per il raggiungimento dello studio della società è vecchio, e solleva problemi estremamente complessi e difficili. Ma siccome il prestigio di cui gli scienziati della natura godono nei confronti del pubblico è spesso usato per gettare discredito sui risultati dell’unico sforzo sistematico e sostenuto per aumentare la nostra comprensione dei fenomeni sociali, questa disputa è una questione di sufficiente importanza da dover rendere necessario, in questo contesto, spendere alcune parole al riguardo.

Se ci fossero ragioni per sospettare che gli economisti persistano lungo la loro strada solamente per abitudine ed ignoranza dei metodi e delle tecniche che si sono mostrati così formidabilmente di successo in altri campi, allora dovrebbe essere messa seriamente in discussione la validità dei loro argomenti. Tuttavia, sono stati presentati per più di un secolo tentativi di progredire nel campo delle scienze sociali tramite una riproduzione più o meno fedele dei metodi usati nel campo delle scienze naturali.

Le stesse obiezioni mosse contro gli economisti “deduttivi”, le stesse proposte di rendere tale campo in ultima istanza “scientifico” e, dobbiamo aggiungere, gli stessi tipici errori e sbagli ingenui a cui gli scienziati naturali sembrano essere propensi, quando si avvicinano a questo campo, sono stati ripetuti e discussi più e più volte da successive generazioni di economisti e sociologi e non hanno condotto da nessuna parte. Tutti i progressi che sono stati raggiunti nella comprensione dei fenomeni sono venuti dagli economisti che hanno pazientemente sviluppato una tecnica che è andata oltre ai loro problemi particolari. Ma nei loro sforzi, essi sono stati costantemente scherniti da famosi fisici o biologi che si pronunciavano nel nome della scienza in favore di schemi o progetti che non meritavano di essere presi seriamente in considerazione. Era esprimendo una comune esperienza di tutti gli studenti dei problemi sociali quando un sociologo americano recentemente si è lamentato del fatto che … Leggi tutto

Pianificazione, scienza e libertà – I Parte

[Nature, no. 3759 (November 15, 1941), p. 581–84]

world_handIn Gran Bretagna, abbiamo assistito negli ultimi dieci anni al forte ritorno di un movimento che per almeno tre generazioni è stato una forza decisiva nella formazione dell’opinione e dell’andamento degli affari sociali in Europa: il movimento per l’“economia pianificata”. Come in altri paesi – prima in Francia e poi particolarmente in Germania – questo movimento è stato fortemente supportato e persino guidato da uomini di scienza ed ingegneri.

Oggi, è riuscito così tanto a catturare l’opinione pubblica che quella esigua opposizione che viene fatta giunge quasi solamente da un piccolo gruppo di economisti. A questi economisti, tale movimento sembra non solo proporre mezzi inadatti per gli scopi che si prefigge; esso inoltre appare ai loro occhi come la principale causa di quella distruzione di libertà individuale e spirituale che costituisce la grande minaccia della nostra epoca. Se questi economisti hanno ragione, un grande numero di uomini di scienza si sforza involontariamente per la creazione di uno stato di affari che essi stessi hanno tutte le ragioni di temere. L’obiettivo del ritratto che mi accingo a descrivere è quello di delineare il ragionamento su cui tale punto di vista si basa.

Qualsiasi breve discussione sull’“economia pianificata” è ostacolata dalla necessità di dover prima spiegare cosa precisamente si intende col termine “pianificata”. Se il termine fosse preso nel suo senso più generale di progetto razionale delle intuizioni umane, non ci sarebbe alcuno spazio per discussioni riguardo alla sua desiderabilità. Ma, sebbene la popolarità della “pianificazione” sia almeno in parte dovuta a questa più ampia connotazione della parola, è oggi usata con un significato più stringente, in un senso più specifico. Essa descrive uno soltanto tra i diversi principi che potrebbero deliberatamente essere scelti per l’organizzazione della vita economica: quello della direzione centrale di tutto l’impegno economico, come opposto alla sua direzione tramite un sistema concorrenziale.

In altre parole, oggi, pianificare significa … Leggi tutto

Mises, Kant e la spesa per il welfare

I Diritti Naturali dell’Uomo e I Limiti dello Stato

Mises_KantNe La Legge Frédéric Bastiat presenta l’inoppugnabile massima che i diritti dell’uomo esistano precedentemente alla formazione dello Stato e che, pertanto, l’azione collettiva dello Stato non possa essere in contrasto con i preesistenti diritti individuali. Secondo Bastiat, l’uomo può delegare allo Stato soltanto quei poteri che egli stesso già possiede e non ha il diritto naturale di forzare il prossimo alla beneficienza. Dato che di mia volontà non posso costringerti a fare della beneficienza, neanche la forza governativa può forzarti di sua scelta. Eppure, è esattamente ciò che fa. Poniamo la circostanza che tu voglia opporti al fatto che il governo stia dando denaro ad una organizzazione di beneficenza che personalmente avversi. Non andresti molto lontano asserendo che hai il diritto a pagare in proporzione meno tasse. Se continuassi a rifiutarti di pagare, il governo confischerebbe i tuoi beni. Se cercassi di proteggerli, il governo ti ucciderebbe. Eppure, all’interno del contesto dei diritti naturali, il governo non ha alcuna giustificazione nel forzarti a pagare per un’organizzazione che disapprovi e che non finanzieresti volontariamente.

La Vera Giustizia e l’Imperativo Categorico

Forse c’è un fondamento logico superiore che giustifica lo Stato a violare i nostri diritti naturali confiscando coercitivamente le nostre proprietà per il presunto miglioramento degli altri. In riferimento a tale fondamento logico, ci rivolgiamo a due filosofi – Immanuel Kant e T. Patrick Burke. Cominciamo con Kant. La nostra concezione di “vera giustizia” non trova una migliore espressione di quella di Immanuel Kant nella spiegazione del suo “imperativo categorico”. Un imperativo categorico dice incondizionatamente cosa fare a tutti gli uomini, in tutti i posti, tutto il tempo. Non desume il suo potere da alcuna autorità diversa dalla pura ragione. Kant distingue questo imperativo categorico da un imperativo ipotetico, quale il “bisogno”. Sebbene un imperativo ipotetico possa essere valido, come ad esempio “le persone bisognose vivrebbero meglio se ricevessero sussidi statali”, non … Leggi tutto

Ascesa e declino della società: capitolo I

Economia vs. Politica

 

Può essere che le bestie diffidenti della foresta arrivino ad accettare la trappola del cacciatore come un’alternativa alla regolare ricerca di cibo. In ogni caso l’animale umano, presumibilmente razionale, è diventato così assuefatto agli interventi politici che non può pensare di guadagnarsi da vivere senza di essi; in tutti i suoi calcoli economici la sua prima considerazione è: cosa dice la legge a riguardo? O, più probabilmente: come posso fare uso della legge per migliorare la mia sorte nella vita?

Questo può essere descritto come un riflesso condizionato. Non accade quasi mai di pensare di poter fare meglio qualora operassimo in maniera autonoma, entro i limiti posti su di noi dalla natura, e senza vincoli politici, controlli o sovvenzioni. Non pensiamo mai che queste misure interventiste sono messe sul nostro cammino come una trappola, per scopi diametralmente opposti alla nostra ricerca di una vita migliore. Le accettiamo automaticamente come necessarie per quello scopo.

E così accade che coloro che scrivono di economia inizino con il presupposto che sia una branca della scienza politica. I nostri libri di testo, quasi senza eccezione, affrontano l’argomento da un punto di vista giuridico: come gli uomini si guadagnano da vivere secondo le leggi vigenti? Ne consegue, ed alcuni libri lo ammettono, che se la legge cambia, l’economia deve seguire l’esempio. E’ per questo motivo che i nostri curricula universitari sono carichi di una serie di corsi in economia, ognuno dei quali rende omaggio alle leggi che disciplinano le diverse attività umane; così abbiamo l’economia del merchandising, l’economia delle operazioni immobiliari, l’economia bancaria, l’economia agraria e così via.

Ascesa e Declino della SocietàQuasi mai ci si rende conto che esiste una scienza economica, con relativi principi di base, in tutte le nostre occupazioni e soprattutto che non non abbia nulla a che fare con la legislazione. Da questo punto di vista sarebbe opportuno, se è la legge a sancire la pratica, che i curricula inseriscano … Leggi tutto

Due tipi di individualismo

Questa selezione è tratta da Individualismo ed Ordine Economico di F.A. Hayek, ora disponibile come e-book nel Mises Store. In questo brano, Hayek mette a confronto due tipi di individualismo: uno che conduce alla libertà e ad un ordine spontaneo, ed un altro che conduce al collettivismo e alle economie controllate.

individualismoPrima che spieghi cosa intendo per vero individualismo, potrebbe essere utile fornire alcune indicazioni riguardo alla tradizione intellettuale a cui appartiene. Il vero individualismo che cercherò di difendere cominciò il suo sviluppo moderno con John Locke, ed in particolare con Bernard Mandeville e David Hume. Raggiunse, poi, il suo stadio completo per la prima volta nei lavori di Josiah Tucker, Adam Ferguson, Adam Smith e nel lavoro del loro grande contemporaneo, Edmund Burke, l’uomo che Smith descrisse come l’unica persona che avesse mai incontrato che la pensava esattamente come lui riguardo ai temi economici, senza che alcuna precedente comunicazione fosse intercorsa tra di loro.

Ritengo che nel diciannovesimo secolo il concetto di vero individualismo sia stato espresso in modo ancor più pregevole nei lavori di due dei suoi più grandi storici e filosofi politici: Alexis de Tocqueville e Lord Acton. Mi sembra che questi due uomini abbiano sviluppato, con più successo di qualsiasi altro autore a me noto, quella che era la parte migliore della filosofia politica dei pensatori scozzesi, di Burke e dei Whigs inglesi; mentre gli economisti classici del diciannovesimo secolo, o almeno i seguaci della filosofia di Bentham o i filosofi radicali tra loro, si trovarono sempre più sotto l’influenza di un altro tipo di individualismo, di diversa origine.

Questo secondo (e completamente diverso) filone di pensiero, anch’esso noto sotto il nome di individualismo, è rappresentato principalmente dagli scrittori francesi e, più generalmente, dell’Europa continentale – un fatto che credo sia dovuto al ruolo dominante che il razionalismo di Cartesio gioca nella sua formazione. I più rilevanti rappresentanti di questa tradizione sono gli Enciclopedisti, Rousseau … Leggi tutto

La Chiesa e il Mercato: capitolo 1, parte II

Seconda parte del capitolo 1 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri.

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I cattolici e l’economia austriaca

Inutile dire che in tutto ciò si ravvisano molti elementi che i cattolici dovrebbero trovare congeniali. L’approccio austriaco all’economia rifiuta lo scientismo che si è insinuato in tante discipline e, a dire il vero, praticamente in tutta l’economia; invece, gli esponenti di questa Scuola insistono su una metodologia che rispetti l’unicità dell’uomo come creatura dotata di libero arbitrio. Inoltre essi postulano l’esistenza di un universo ordinato che la ragione, correttamente esercitata, è in grado di comprendere. E rifiutano l’argomentazione secondo cui l’unico tipo di conoscenza significativa è quella derivata dall’induzione e dalla ricerca empirica proprie del metodo scientifico.

Purtroppo capita spesso che quanti proclamano a gran voce la loro opposizione all’Economia austriaca e sostengono con più insistenza la sua incompatibilità con il Cattolicesimo sono proprio coloro che ne sanno di meno. Non molto tempo fa, ad esempio, John Sharpe, direttore di una casa editrice specializzata in libri sulla dottrina sociale cattolica, ha descritto «questa infatuazione per l’Economia austriaca» come «uno strano fenomeno fra i cattolici». È quasi certo che quando fece tale affermazione non aveva letto praticamente niente di Mises o di Rothbard. Tuttavia, si è sentito qualificato a concludere:

T.E. Woods, La Chiesa e il Mercato - Ed. LiberiLibriMolti critici del distributismo citano ripetutamente le parole di Murray Rothbard, di Ludwig von Mises e di altri esponenti della Scuola austriaca a difesa della loro posizione […] Gli economisti austriaci non erano altro che dei liberali che seguivano da vicino i Fisiocrati francesi e gli Economisti politici liberali inglesi. Si opponevano al socialismo non perché esso viola la legge naturale come viene insegnata dalla vera filosofia e confermata dalla Rivelazione, ma perché è meno efficace nel produrre la ricchezza materiale di quanto non sia il libero mercato.22

Nessuno che avesse … Leggi tutto

Una difesa cattolica della proprietà privata: Padre Tomas Tyn e l’etica economica

Le parole di Papa Francesco hanno sottolineato, ancora una volta, il rapporto problematico tra una certa visione “egoistico – razionale” del mercato e la Chiesa Cattolica o, almeno, una parte di essa, nonché le strumentalizzazioni, da parte di certa stampa ideologica,  della dottrina cattolica e della storia stessa del Cattolicesimo.

Se è vero (come è vero) che l’assolutizzazione della ragione individuale, in quel processo di deificazione edonistica, risultato dell’ideologia rivoluzionaria – illuminista, è inaccettabile per il Cattolicesimo, non meno importante è la strenua difesa della proprietà privata da parte del Magistero stesso.

Un interprete eccezionale, nonché autentico martire comunista, della prospettivatyn “proprietaristica” cattolica, fondata nel tomismo coerente, fu Padre Tomas Tyn, O.P. (Ordine dei Predicatori: è attraverso questo acronimo che vengono identificati gli appartenenti all’ordine domenicano).

Qualche annotazione biografica è necessaria:

Tomas nacque a Brno, in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, il 3 maggio 1950 da genitori entrambi medici, primo di tre figli: la sorella Helena e il fratello Pavel. Fu battezzato nello stesso giorno, nella cappella della clinica ostetrica regionale di Brno. Il padrino, dott.Josef Konupcik fu suo nonno, dentista, attivo cattolico, persona colta, che nutriva grande venerazione per i santi Agostino e Tommaso d’Aquino.

Dall’ambiente familiare il piccolo Tomas assorbì quei princìpi cristiani, dei quali il regime comunista di allora ostacolava la pubblica professione. 

[…]

Da ragazzo Tomas si appassionò per gli ideali cavallereschi medioevali. Questo spirito cavalleresco riemergerà in qualche modo, trasfigurato da una robusta fede, nel Tomas ormai Predicatore domenicano, in occasione delle sue frequenti predicazioni, spesso caratterizzate da un’energica ma sempre leale combattività per il bene delle anime e della Chiesa.

[…]

Disgustato per le deviazioni morali e dottrinali presenti in quegli anni in Germania a causa di un’interpretazione modernistica degli insegnamenti del Concilio e desideroso di vivere la sua vita domenicana in piena comunione con la Chiesa, Tomas venne a sapere che i Domenicani bolognesi, sotto la saggia guida dell’allora priore provinciale Enrico Rossetti, Leggi tutto

La tossicità dell’ambientalismo | VI parte

POLICE GM 1...An environmental campaigner, Sunday July 16, 2000 wearing a Grim Reaper outfit and preparing to destroy GM modified maize crops currently being grown on a fifty acre site at Over Compton near Sherborne, Dorset. A number of environmentalists were arrested during the event organised by the direct action campaign group SURGE (Southern Union of Resistance to Genetic Engineering). See PA News story POLICE GM. PA photo: Richard Lappas....AA prescindere dall’avvento o meno del global warming, quel che è certo è che la natura in sé produrrà, presto o tardi, notevoli cambiamenti climatici. Per far fronte a questi cambiamenti e ai virtuali sconvolgimenti che potrebbero verificarsi ovunque, l’uomo deve poter fare assoluto affidamento sulla libertà individuale, sulla scienza e sulla tecnologia. In altre parole, egli non può prescindere dalla civilizzazione industriale, figlia del capitalismo.

Tutto questo ci riporta indietro alle possibili iniziative benefiche che, in qualche modo, trovano spazio nell’ambientalismo, come quelle improntate all’igiene e alla salute. Se si volessero perseguire questi obiettivi, senza propendere per i potenziali stermini invocati dal movimento ambientalista, occorre innanzitutto prendere coscienza definitiva del valore della ragione umana, della scienza, della tecnologia e della civilizzazione industriale, per non metterli mai più in discussione, in quanto sono proprio questi ultimi gli strumenti imprescindibili per migliorare l’igiene, la salute e la vita umana.

Negli ultimi due secoli, la fiducia in questi valori ha permesso agli occidentali di porre fine a carestie e pestilenze, debellando malattie un tempo inarrestabili come il colera, la difterite, il vaiolo, la tubercolosi e la febbre tifoide. La fame è stata sconfitta proprio grazie all’abbondanza e alla varietà di alimenti più grande di sempre, introdotta da quella civiltà industriale così odiata dagli ambientalisti e capace, altresì, di assicurare sistemi di trasporto tanto efficaci da garantire il dislocamento di generi alimentari ovunque. Questa civiltà industriale, tanto bistrattata, ha introdotto il ferro, i condotti di acciaio, i depuratori chimici e i sistemi di pompaggio che consentono a chiunque di accedere istantaneamente all’acqua potabile, calda o fredda, in qualsiasi momento della giornata, oltre alla rete fognaria e ai mezzi che servono a rimuovere i rifiuti umani e animali dalle strade delle città.

Queste invenzioni, unite alle enormi riduzioni di fatica rese possibili dall’utilizzo di macchine da lavoro, hanno favorito la radicale riduzione della mortalità e l’aumento dell’aspettativa di vita dai trent’anni scarsi del

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