La depressione dimenticata

51SzmsthaxL._SX333_BO1,204,203,200_La depressione dimenticata è un racconto sulla depressione del 1920-21. Nonostante sia basato su una teoria ben definita – la teoria austriaca del ciclo economico – non è un comune elaborato di economia applicata. Innanzi tutto il libro non presenta una rigorosa esposizione della teoria ed inoltre passa ad applicare la teoria citando specifici fatti qualitativi e dati statistici per spiegare un fatto storico complesso quale una depressione. Il libro procede invece tramite gli aneddoti ed i racconti della stampa dell’epoca, liberamente arricchito da citazioni di governanti, politici, economisti, uomini d’affari ed altri osservatori della depressione in corso.

Le statistiche sulla moneta, sui prezzi e sulla produzione sono inserite nei punti cruciali per tenere il lettore al corrente del rapido declino dell’economia, ma queste non predominano né rallentano la storia. James Grant – raffinato scrittore – intreccia in modo efficace questi eterogenei elementi in una narrazione scorrevole, persuasiva e convincente che non va mai fuori tema. Il libro dovrebbe suscitare l’interesse di un’ampia gamma di lettori: dagli studenti universitari ed uomini d’affari ai professori di economia e politici.

Procedendo tramite aneddoti, Grant offre al lettore un’immagine chiara dello scenario intellettuale che dominava all’epoca, offrendo una corroborante approfondimento su un modello economico inconcepibilmente estraneo al pensiero attuale sui cicli economici. Questa è la ragione per cui il libro è particolarmente valido per i professori di economia al di là degli orientamenti teorici o delle preferenze politiche. Grant propone al lettore una chiara esposizione della politica per risolvere le depressioni quasi universalmente adottata nell’età precedente agli attuali modelli macroeconomici e prima che le formule matematiche si fissassero nelle menti degli economisti e dei maggiori opinionisti. Questa politica è oggi derisoriamente ricordata con il termine di “liquidazionista”.

Per comprendere la posizione liquidazionista, si devono prima conoscere i suoi concetti ed i suoi principi fondamentali. Nel mondo così riccamente descritto da Grant, all’inizio del 1920 non esisteva un’entità macroeconomica nazionale che veniva studiata dalla Leggi tutto

Quattro motivi per cui la spesa pubblica è anche peggiore delle tasse

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All’approssimarsi delle annuali scadenze fiscali, ci ricordiamo di quanto dolorose siano le imposte sul reddito. Ce lo fa ricordare non solo la ricchezza che ci viene tolta, ma anche tutto il tempo e l’energia che devono essere impiegati per aiutare il governo federale a stabilire quanto debba prelevarci nell’anno.

L’imposta sul reddito è peraltro solo una parte dell’equazione. Le tasse sugli stipendi, sulle società, le accise ed i dazi sono tutte tasse federali che ciascuno di noi paga, sia che paghi un’imposta sul reddito o meno.

Non c’è bisogno di essere titolare di azienda per pagare le imposte sulla società. Quando un’impresa paga le imposte sulla società, i clienti e gli impiegati sono comunque danneggiati in termini di stipendi più bassi e prodotti più costosi. Non c’è bisogno di essere un importatore per pagare i dazi in quanto questi finiscono per riversarsi sui consumatori in termini di maggiori prezzi e minori quantità di beni disponibili. E non c’è bisogno di essere un automobilista per pagare le accise sul carburante. Ogni bene e servizio che per il trasporto fa affidamento sul carburante ci costa di più proprio a causa di questa tassa.

Del resto, non sono comunque le tasse la parte peggiore dell’equazione tra tasse e spesa. Ciò che il governo fa con il denaro – una volta che ce l’ha – è assai peggio e deleterio, sia politicamente che economicamente.

 

Motivo 1: Non c’è modo di allocare razionalmente il denaro derivante dalle tasse

Una volta che il denaro è stato tolto al possessore attraverso le tasse, il denaro abbandona il regno del mercato e dei prezzi di mercato. I fondi derivano non da risorse acquisite attraverso lo scambio volontario, ma attraverso una transazione coercitiva alle cui spalle c’è la minaccia delle sanzioni e del carcere.

A questo punto, il denaro è già stato allocato in maniera inefficiente perché è stato distribuito (con l’uso della forza) indipendentemente dalla … Leggi tutto

Le spese dello Stato per l’”innovazione”: il vero costo è maggiore di quel che pensi

tech3La professoressa Mariana Mazzucato dell’Università del Sussex sta conquistando le prime pagine dei giornali con il suo libro uscito nel 2013 The Entrepreneurial State, nel quale afferma che in ultima istanza lo Stato, e non il settore privato, guida l’innovazione tecnologica. In una serie di dettagliati studi analitici relativi a casi di tecnologie informatiche, compagnie farmaceutiche, biotech ed altri settori, ella sostiene che i laboratori governativi e gli enti pubblici sono i principali responsabili delle scoperte e degli sviluppi fondamentali e ad alto rischio che rendono queste tecniche possibili, con le imprese alla ricerca di profitto che entrano in campo solo in seguito, dopo che il lavoro difficile è stato fatto.

Questo è un dibattito che si protrae da molto tempo, abilmente presentato negli scritti della Mazzucato (ed in un popolare TED talk). Ricordate il commento fatto dal presidente Obama agli imprenditori durante la sua campagna presidenziale del 2012? “Non l’hai costruito tu.” “Qualcuno ha investito in strade e ponti. Se tu avessi avuto un’impresa – tu non l’avresti costruito. Qualcun altro l’ha reso possibile. Internet non si è inventato da solo. Le ricerche sovvenzionate dal governo hanno creato internet cosicché tutte le aziende potessero fare soldi grazie al suo uso.”

In ogni testo di base di economia si trova il punto di vista secondo cui gli attori del settore privato sono miopi, e che solo il governo si può permettere di (o desidera) fare investimenti con calma, lungimiranti, ad alto rischio nella ricerca e nello sviluppo necessari per il progresso tecnico. Persino economisti che generalmente sono in favore del libero mercato e di un governo limitato diranno che di sicuro il mercato è valido per produrre scarpe o camion o computer, ma il mercato non può fornire ricerca di base – è un “bene pubblico” che solo lo Stato può fornire. Il New York Times ha recentemente espresso la sua opinione:

Innovazioni fondamentali come l’energia nucleare, … Leggi tutto

Non solo debito: spesa pubblica e denaro facile alimentano la crisi greca

greekgraph2_0Il governo greco continua a negoziare con i creditori internazionali dopo il suo recente default per il mancato rimborso del prestito da €1.6 miliardi concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Di conseguenza la Grecia rischia di perdere l’accesso ad una quota di prestito da €1.8 miliardi e €10.0 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche.

I commentatori sono del parere che il fattore chiave dietro i guai in Grecia sia l’elevato debito pubblico, che come percentuale del PIL, si è attestato a oltre il 177% nel 2014, contro il 79.6% nel 1990.

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Ma non è il debito in quanto tale il problema attuale della crisi in Grecia. La maggior parte delle analisi economiche hanno ignorato le grandi spese governative ed i forti aumenti dell’offerta di moneta.

Dall’inizio del 2000 la tendenza di fondo della dinamica di crescita della spesa statale, è salita ad un tasso annuo che è arrivato al 45.5% nel marzo 2009. Da allora l’andamento della dinamica di crescita è calato.

Nel luglio 2004 il tasso di crescita annuale della misura monetaria AMS della Grecia era pari al 20%. Nell’agosto 2009 è arrivato al 18%, prima di scivolare a -13.8% nell’aprile di quest’anno.

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Le politiche fiscali e monetarie allentate sono state protagoniste della creazione di varie attività non produttive, capaci solo di sperperare ricchezza.

L’espansione monetaria indebolisce il processo di creazione di ricchezza

Un calo nella dinamica di crescita nelle spese del governo e nell’offerta di moneta è un bene per il processo di creazione di ricchezza.

In altre parole, un calo della dinamica di crescita delle spese del governo e dell’offerta di moneta (vedi grafici) ha arrestato la deviazione di ricchezza da attività generatrici di ricchezza ad attività che la sprecavano.

La crisi attuale è incentrata su attività non produttive che non possono più acquisire risorse da quelle generatrici di ricchezza a causa di un calo della spesa pubblica e del tasso di crescita dell’offerta di moneta.

Da … Leggi tutto

Il Brasile: una vittima di volgare keynesismo

brazil3Tutte le vie keynesiane portano alla stagflazione. Ciò è quanto si è verificato negli anni ’70 in Europa e negli Stati Uniti, quando sia la stagnazione che l’inflazione colpirono contemporaneamente le rispettive economie. Oggi, è quanto si sta verificando in Brasile.

Sin dal proprio insediamento nel 2003, il Partito dei Lavoratori – a capo di tutti i successivi governi brasiliani – ha religiosamente implementato una dottrina economica orientata verso una crescita derivante dalla spesa pubblica. Attualmente, il paese è caduto in stagnazione, con una recessione che incombe davanti a sé ed un’inflazione in crescita. Tutti gli indicatori economici mostrano una spia rossa: dalla crescita economica, all’inflazione e al tasso di cambio, dalla produttività agli investimenti, alla produzione industriale.

Boom economici e bolle, a ritmo di samba

Ancora una volta, delle politiche keynesiane hanno condotto alla stagflazione. Alla fine, la dura realtà ha preso il sopravvento mandando in frantumi l’illusione di una facile ricchezza. L’arma della meraviglia keynesiana è divenuta impotente. I leader politici del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale non hanno idea di cosa fare al momento. Dopotutto, non conoscono altre dottrine che non contemplino l’idea di stimolare l’economia spendendo ancor di più. Purtroppo, con le casse governative vuote e l’inflazione sempre più alta, spendere facendo deficit e tramite una politica monetaria espansiva sono strumenti a cui manca il carburante necessario per funzionare. Le esternalità positive, quali il boom della Cina e l’alta richiesta di materie prime, avevano spinto l’economia brasiliana durante la presidenza di Luiz Inácio “Lula” da Silva. Tali fattori, uniti ad enormi stimoli interni, avevano accelerato la crescita economica. Ma con la fine del boom delle materie prime ed il rallentamento della crescita cinese, questi fattori esterni non hanno più potuto aiutare il Brasile una volta che i consumi interni raggiunsero il culmine, costringendo sia i consumatori che il governo a ridimensionare le proprie aspettative frattanto che il peso del debito diventava insostenibile.

All’inizio del … Leggi tutto

Interferenze coercitive – VII parte

Stabilizzazione macroeconomica

stemma misesPolitica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione … Leggi tutto

Interferenze coercitive – IV parte

I fallimenti dello Stato nelle economie miste

La gestione di imprese (servizi pubblici, imprese pubbliche) da parte dello Stato

stemma misesPolizia, difesa, istruzione, vigili del fuoco, acqua ecc. sono offerti o gratis o a prezzi più bassi di quelli di mercato. In realtà nessun bene o servizio è gratis, perché comporta l’uso di risorse pagate dai contribuenti.

Lo Stato non ha metodi razionali con cui assegnare la spesa complessiva alle diverse attività; la scelta viene attuata in maniera arbitraria; eliminando il mercato, non è possibile effettuare il calcolo economico perché mancano i prezzi di mercato, che veicolano anche le preferenze degli individui; non si possono quindi conoscere le quantità effettivamente desiderate dei beni (cosiddetti) pubblici. In base all’impostazione di Hayek, le informazioni (gusti degli individui, risorse esistenti, tecnologie disponibili) sono disperse fra milioni di individui; esse si modificano continuamente e non possono quindi mai essere simultaneamente note ad un qualsiasi centro decisionale unico. Poiché le preferenze si possono evidenziare solo nel mercato, non vi è alcun bene collettivo la cui dimensione e il cui finanziamento possano essere decisi a livello centralizzato con risultati più efficienti che a livello decentrato. La cancellazione del sistema dei prezzi impedisce le sue due funzioni fondamentali: il calcolo economico e l’incentivazione ad agire in maniera efficiente. Si consideri un parco: se è privato, e il proprietario consegue un profitto, è il segno che i consumatori lo valutano più del costo necessario per realizzarlo e mantenerlo (più delle attività alternative). Se fosse pubblico, questa informazione sulle preferenze ci mancherebbe. Aver cancellato il prezzo – cioè non aver fatto esprimere la domanda – impedisce allo Stato di dirigere i suoi servizi verso gli usi giudicati più importanti. Lo Stato non potrà mai sapere se è meglio costruire una strada nel posto A o nel posto B, non ha metodi razionali per stabilirlo. Nel meccanismo di spesa pubblica, che consiste nello spendere denaro altrui a vantaggio di altri, manca … Leggi tutto

Le interferenze coercitive – II parte

Spesa pubblica e legislazione

 stemma misesCon le risorse prelevate coercitivamente dai privati lo Stato effettua una serie di spese: paga gli stipendi dei funzionari pubblici, acquista beni (tavoli, penne, carta, termometri ecc.) necessari per l’erogazione di servizi pubblici, effettua trasferimenti a individui. La spesa pubblica può essere suddivisa in due grandi categorie: trasferimenti e impiego di risorse (es. imprese pubbliche). Nei primi lo Stato sussidia privati individui che decidono autonomamente come impiegare quelle risorse; nei secondi i beni e le risorse sono usate direttamente dallo Stato per produrre beni o servizi.

L’altro grande strumento di interferenza statale nell’economia è rappresentato dalla normazione, costituzionale, primaria e secondaria, che può modificare l’allocazione delle risorse senza intermediare queste direttamente, come invece avviene nella modalità precedente, caratterizzata dalla sequenza prelievo-spesa pubblica.

 Efficienza

 L’intervento statale qui analizzato si origina dalla premessa secondo cui il mercato in alcune circostanze non sarebbe in grado di allocare le risorse nella maniera più efficiente, realizzando quantità prodotte subottimali (in difetto o in eccesso), danni ai beni ambientali, monopoli, consumi distorti, asimmetrie informative.

Per affrontare i primi due aspetti è opportuno esaminare preliminarmente il concetto, proposto dalla teoria convenzionale, di esternalità. L’esternalità è l’effetto esterno (positivo o negativo) che l’azione di un soggetto fa ricadere su altri soggetti. Esempi di esternalità negative sono l’inquinamento, i fumi, i rumori, una malattia contagiosa; esempi di esternalità positive sono i ‘beni pubblici’, o un bosco che diffonde aria pulita in una vallata o evita l’erosione del suolo. Nel caso delle diseconomie esterne vi sono costi non pagati dal produttore, e dunque l’attività produttiva non sarebbe ottimale, ma superiore a quella ottimale. In caso di economie esterne, vi sono benefici non retribuiti al produttore che li ha generati, e dunque la produzione sarebbe sub-ottimale, cioè inferiore a quella che apporta il massimo benessere.[1]

 Beni pubblici (o collettivi)

I public goods sono i beni la cui utilità è goduta collettivamente, non individualmente, cioè sono caratterizzati … Leggi tutto

Sviluppo, crescita

stemma misesNon è la generosità della natura a rendere ricchi i paesi ma le capacità e le conoscenze degli individui che li compongono. “Le idee, sia quelle delle arti e delle scienze sia quelle incorporate in prodotti concreti sono il più ‘reale’ dei doni che ogni generazione riceve dalle precedenti” (A. Marshall). Il fattore di produzione di gran lunga prevalente non è né il capitale fisico né il lavoro in senso stretto, bensì quello che Becker nel 1964 ha definito “capitale umano”. Si tratta del bagaglio di conoscenze, di quell’insieme di nozioni, di capacità (spirito imprenditoriale, impegno nel lavoro) e di know how che gli individui possiedono e/o apprendono, nonché il sistema giuridico (la cui protezione o meno dei diritti di proprietà è decisiva). Un elemento materiale da solo non costituisce risorsa, non ha cioè valore economico; diventa importante e acquista valore solo grazie al fatto che l’ingegno umano riesce ad immaginarne un impiego utile alla soddisfazione di bisogni. Paesi dotati di risorse naturali come la Russia o il Brasile versano in gravi difficoltà economiche, mentre realtà prive di risorse come la Svizzera e il Giappone hanno raggiunto livelli di reddito fra i più alti al mondo. La Svizzera non ha mai avuto colonie, il Portogallo sì.

Tutti i fattori summenzionati contribuiscono a determinare il livello e la composizione del capitale, che è l’elemento decisivo ai fini della crescita. La crescita è data in ultima istanza solo dall’incremento nel tempo del risparmio e dell’investimento, a sua volta funzionale alla produzione di una più ampia quantità di beni di consumo. Dunque è data dalla preferenza temporale degli individui, che, se non è troppo alta, consente l’accumulazione di capitale. Le risorse naturali hanno bisogno del capitale che le sviluppi; i miglioramenti tecnologici possono essere applicati alla produzione solo attraverso gli investimenti in capitale. Le abilità imprenditoriali agiscono solo attraverso gli investimenti. Un aumento demografico che genera un aumento della disponibilità di lavoro … Leggi tutto

Il devastante costo dei sussidi: ciò che si vede e ciò che non si vede

sussidiIl concetto di “distruzione creatrice” elaborato da Schumpeter descrive come, in un contesto di libero mercato, le industrie nuove e più efficienti tendano ad estromettere quelle più datate, generando crescita economica. La perversione di questo processo, per come operata dallo Stato, può essere invece definita “distruzione non creatrice”. Lo Stato sovvenziona palesemente alcune industrie e alcuni gruppi (compreso se stesso ed i propri dipendenti), mentre surrettiziamente annienta la ricchezza complessiva ed il benessere sociale, riducendo la crescita economica e la prosperità generale.

Gli atti di prestidigitazione e di inganno perpetrati dallo Stato consistono nel catalizzare l’attenzione sui sussidi generosamente elargiti con la sua mano destra, adombrando abilmente la ben più grande distruzione, operata a suon di tasse e regolamentazione, con la sua mano sinistra. Come ha rilevato Bastiat, economista francese del 19° secolo, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, si riscontrano due effetti ben precisi in ogni intervento dello Stato: effetti visibili ed effetti impercettibili. Esso mira a far sì che ci si concentri solo sull’attività economica intesa a riparare le “finestre”, non importa quanto reali o immaginarie, (i sussidi), evitando accuratamente di evocare tutte le finestre che lui stesso rompe, le case che demolisce, e la gente distratta dal costruirne di nuove e di migliori (la distruzione).

Lo Stato, ad esempio, propaganda incessantemente l’effetto di stimolo della spesa in tempo di guerra, in grado di sovvenzionare tutte quelle aziende che producono materiale bellico e di supportare tutti coloro che lavorano in quelle industrie. Ma le tasse con cui si sovvenziona tutto ciò sono estratte da una vasta fetta della popolazione, che sperimenta sulla propria pelle come la ricchezza possa essere drenata e distrutta.  Ma la distruzione non termina a questo punto. Con una minor ricchezza a disposizione, decrescono inevitabilmente anche le capacità delle persone di risparmiare e di investire in capitale umano e fisico. L’innovazione nelle industrie che producono burro viene … Leggi tutto