La palese inutilità della burocrazia

Le burocrazie statali falliscono sempre nel tener fede alle loro promesse perché non sono istituzioni del mercato. Ed in quanto tali, non vi è alcun modo per accertare il livello di efficienza con il quale stanno operando, proprio perché nei settori gestiti dallo Stato non esistono rendiconti valutativi volti a misurare i profitti e le perdite, ma esistono solamente dei "budget"

L’Italia e la Grande Rivolta Fiscale

L’imposizione fiscale è un furto. Non c’è modo di negarlo. Se io e altri vandali bussassimo alla porta di un ignaro individuo e gli chiedessimo del denaro minacciandolo di imprigionarlo in caso di inadempimento, questo rappresenterebbe un chiaro caso di rapina. È una tattica comune usata dalle bande di strada al fine di offrire protezione con la canna della pistola. L’unica differenza tra i teppisti privati e gli individui impiegati dallo stato è il distintivo; esso rende legali l’estorsione e l’imprigionamento.

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L’Austerità Fiscale Europea non comporta tagli di spesa consistenti

Ci dicono che l’austerità europea ha fallito. Le elezioni in Francia e Grecia, ad esempio, avrebbero palesato l’opposizione popolare ai tagli drastici di spesa. Tuttavia, la reazione anti austerity ignora un punto fondamentale: l’austerity europea, se di “austerity” si può parlare, nella maggior parte dei casi non ha comportato tagli consistenti di spesa.

Dopo anni di grande espansione pubblica, la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia e la Grecia – i paesi spesso citati come esempi di austerità – non hanno ridotto la spesa dall’inizio della “austerità” nel 2008.

Innanzitutto, la Francia e l’Inghilterra non hanno tagliato la spesa. Secondo, quando la spesa è stata effettivamente ridotta – tra il 2009  e il 2011 in Grecia, Italia e Spagna – i tagli sono stati piuttosto leggeri se comparati agli spaventosi bilanci pubblici. Mentre l’Italia ha ridotto la spesa tra il 2009 e il 2010, essa l’ha nuovamente aumentata, nell’anno seguente, di un ammontare maggiore rispetto ai precedenti tagli. E, ancora più importante, le riforme strutturali sono state appena abbozzate. Quando vi sono stati tagli, questi sono stati coperti da importanti aumenti di tassazione controproducenti.

Questo approccio “equilibrato” – qualche taglio per grandi aumenti di tasse – è stato dimostrato essere una ricetta disastrosa dagli economisti; fallisce nello stabilizzare il debito e procura, solitamente, gravi recessioni economiche.

 

* I dati Eurostat della Commissione Europea sono utilizzati per tracciare la spesa pubblica nei vari paesi dell’Eurozona in Euro nel periodo 2002 – 2011.

 

Questa versione del grafico, invece, mostra la spesa pubblica secondo i dati OCSE aggiustati alla teoria della Parità dei Poteri d’Acquisto.

 

* I dati dell’OCSE classificano la spesa pubblica dei vari paesi dell’Eurozona in dollari americani per il periodo 1995 – 2010.

Questa versione del grafico, invece, mostra la spesa pubblica secondo i dati OCSE aggiustati per l’inflazione secondo il deflatore del PIL 2009.

* I dati dell’OCSE classificano la spesa pubblica dei vari paesi dell’Eurozona … Leggi tutto

Public Choice: perché i politici non taglieranno mai veramente la spesa pubblica


Trascrizione

Immaginiamo di stabilire una legge che prende un penny da un milione di persone e dà 10mila dollari a una persone. Chi mai sarà consapevole dell’esistenza di questa legge? Forse qualcuno che fa parte del milione di contribuenti? Scommetto che l’unico a farlo sarà quello che si intasca i 10000 dollari.

Sono Ben Powell, Professore di Economia alla Suffolk University. Abbiamo un sacco di politici che promette di tagliare la spesa pubblica, cosa che generalmente è tra i desiderata dell’elettorato. Ma si tratta di un beneficio disperso. Quando poi nella pratica si vanno a toccare programmi specifici, allora si tratta di costi concentrati. Facciamo due o tre conti veloci. Ci sono circa 300 milioni di persone negli Stati Uniti. Circa una metà è registrata nelle liste elettorali. Quindi sono 150 milioni. Se metà di loro va a votare in una elezione nazionale arriviamo a 75 milioni. Perché il nostro voto cambi il risultato elettorale, dovremmo trovarci esattamente 37500000 a 37500000. A questo punto il nostro voto porterebbe  una parte a 37500001 voti e farebbe pendere la bilancia da quella parte. Qual è la probabilità che una cosa del genere accada? Quasi nulla. Infatti, alcuni economisti hanno calcolato che è molto più probabile morire in un incidente automobilistico mentre ci si reca alle urne, che cambiare con il nostro voto il risultato finale delle elezioni.

Come conseguenza, gli elettori sono in gran parte inconsapevoli del comportamento effettivo dei loro politici. Ed è razionale. Ma un sacco di gruppi di interesse sono invece molto informati riguardo le politiche perseguite, non proprio tutte, ma quelle che li riguardano da vicino. Gli agricoltori che percepiscono sussidi hanno un grosso incentivo a informarsi su quali politici supportano attivamente questi programmi e quanto riceveranno. Come risultato, non solo ne saranno informati ma finanzieranno le campagne elettorali di queste persone per fare in modo che rimangano favorevoli ai sussidi all’agricoltura. Nel frattempo questi sussidi, diluiti nel … Leggi tutto

Perchè studiare la Scuola Austriaca è importante (parte seconda)

Gli economisti mainstream insegnano che, in caso di benefici o costi sopportati da persona diversa rispetto all’agente economico, esiste un’esternalità, che deve essere corretta dal governo attraverso la redistribuzione. Ma, definite ampiamente, le esternalità sono presenti in ogni transazione economica poiché i costi e i benefici sono, in ultima analisi, soggettivi. Potrei compiacermi nel vedere fabbriche gettare fumo perché amo l’industria. Ma questo non significa che dovrei essere tassato per questo privilegio. Analogamente, potrei essere infastidito dall’assenza di barba nella maggior parte degli uomini, ma questo non implica che gli sbarbati debbano essere tassati per compensare il mio dispiacere.

La Scuola Austriaca ridefinisce le esternalità, ritenendole presenti solo in caso d’invasioni fisiche della proprietà (es.: il vicino che getta spazzatura nel mio giardino); quindi il fatto costituisce illecito. Non vi possono essere costi o benefici soggettivi determinati dalla sommatoria di attività non economiche e gratuite. Invece, il criterio rilevante dovrebbe essere quello della modalità dell’azione; in altri termini, se essa è stata pacifica o meno.

Un’altra area nella quale gli Austriaci differiscono dagli economisti mainstream è quella riguardo gli interventi del governo in caso di fallimenti del mercato. Ammesso che il governo, in qualche modo, possa individuare un fallimento di mercato, l’onere della prova è ancora a suo carico: deve dimostrare di saper raggiungere il compito in maniera più efficiente rispetto al mercato. Gli Austriaci vorrebbero utilizzare le energie impiegate nella ricerca dei fallimenti del mercato nell’analisi e comprensione dei fallimenti dell’intervento pubblico.

Ma il fallimento dello stato nel compiere ciò che l’economia convenzionale moderna gli affida non è oggetto di dibattito. Al di fuori della Public Choice, è solitamente ritenuto valido l’argomento che il governo sia capace di fare qualsiasi cosa voglia, e di farlo bene. La natura dello stato come istituzione con propri perniciosi disegni sulla società, viene del tutto dimenticata. Uno dei contributi di Rothbard fu proprio quello di analizzare questo punto, concentrandosi sull’elaborazione e sulle conseguenze … Leggi tutto

La spesa pubblica

È proprio vero che certi miti non tramontano mai. In questo piccolo pamphlet, Bastiat si propone di smontare la falsa assunzione che la spesa pubblica faccia bene all’economia e ne sia anzi un motore indispensabile. Fa vivere famiglie e ha una ricaduta sull’industria. Genera altra spesa, altro benessere, all’infinito! L’economista francese sapeva benissimo che quella era solo propaganda, al limite un’illusione, soltanto ciò che si vede. Ma gli effetti invisibili sono spariti dall’analisi, così come i 100 franchi che Giacomo Buonuomo aveva consegnato al gabelliere. A distanza di più di 150 anni, la lezione di Bastiat si è perduta: la spesa pubblica, anche quella improduttiva, è benefica, salvifica addirittura in tempo di crisi! Ridurla è peccato mortale, si distrugge l’economia, si affamano i poveri! Giacomo Buonuomo sapeva benissimo che i suoi 100 franchi erano un furto e se la predeva col Ministro dell’Interno che imbandiva la sua tavola a festa. Mario Rossi, invece, mentre il Senatore Lusi spende 180 euro per un piatto di spagheti al caviale ed esalta il gabellier cortese, certo che la spesa pubblica garantisce i servizi e se tutti pagassero le tasse, pagheremmo di meno.

Marco Bollettino 

La spesa pubblica di Fréderic Bastiat

Non vi è mai capitato di sentir dire: “La spesa pubblica, è il migliore investimento; è una rugiada che fertilizza? Osservate quante famiglie fa vivere, e seguite, con il pensiero, la sua ricaduta sull’industria: è l’infinito, è la vita.” Per combattere questa dottrina, sono obbligato a riprodurre la confutazione precedente. L’economia politica sa bene che le sue argomentazioni non sono abbastanza divertenti che si possa dire: repetita placent. Così, come Basile, essa ha adattato il proverbio al suo impiego, ben convinta che nella sua bocca, repetita docent.

Il vantaggio che i funzionari trovano a siglare in margine, è quello che si vede. Il bene che ne risulta per i loro fornitori, è di nuovo quello che si vede. … Leggi tutto

Krugman e l’austerità inglese

In un recente editoriale per il New York Times intitolato “the Austerity Debacle,” Paul Krugman fa notare come le politiche fiscali britanniche non siano riuscite a far ripartire l’economia. Nel farlo, sostiene che le decisioni del governo britannico di “tagliare la spesa” abbiano portato ad una crescita minore, misurata in termini di Pil reale, rispetto a quella avuta durante la Grande Depressione. Tuttavia, come mostrerò, il governo britannico ha in realtà implementato tagli insignificanti e continua a mantenere enormi deficit di bilancio mentre proprio durante la Grande Depressione aveva seguito misure che si avvicinano al concetto di “austerità” molto più di quelle del governo odierno. Quindi, se proprio vogliamo affermare che eventi storici non correlati fornicano prove, allora le evidenze storiche in Gran Bretagna supportano la tesi che i tagli alla spesa favoriscano la ripresa economica molto più della spesa in deficit.

Per Krugman, le misure di austerità rappresentano l’origine di problemi economici molto seri in Gran Bretagna. Come conseguenza, Krugman evidenza che,

Viene fuori che seguendo un parametro molto importante – variazione del Pil reale da quando la recessione è iniziata – la Gran Bretagna sta facendo peggio di quanto fece durante la Grande Depressione. Dopo quattro anni di crisi, il Pil inglese era tornato ai livelli pre crisi; quattro anni dopo l’inizio della Grande Recessione, la Gran Bretagna non è invece nemmeno lontanamente vicina a recuperare il terreno perduto…. Certo, ci sono dei caveat e delle complicazioni. Ma tuttavia si tratta di un sorprendente insuccesso di politica economica. E lo è, in particolare, della dottrina dell’austerità che ha dominato la discussione politica delle elite in Europa e, per larga parte, degli Stati Uniti negli ultimi due anni.

Basandosi su una combinazione di problemi economici in Gran Bretagna e affermando che sia stata l’austerità a causarli, Krugman crede di fornire un supporto empirico alla sua idea che, durante le recessioni, la spesa in deficit promuova la crescita … Leggi tutto

La spirale del debito pubblico

In un articolo precedente sostenevo come la massima “pagare tutti per pagare meno” sia fondamentalmente sbagliata. Ho mostrato alcuni grafici che illustravano come a fronte di maggiori entrate dovute al recupero dell’evasione, i governi tuttavia continuavano ad aumentare la pressione fiscale, anziché diminuirla. Avevo concluso dicendo che le maggiori entrate non vanno mai a ridurre lo stock di debito esistente ma vengono subito assorbite in nuove voci di spesa.
In sostanza il Leviatano, più viene nutrito, più chiede cibo.
C’è però chi contesta questa visione ed afferma che se il governo italiano non può diminuire le tasse, ciò non è dovuto al fatto che spende in maniera irresponsabile, anzi. Si fa notare come i nostri ultimi governi, a partire da metà anni ’90, abbiano mantenuto in attivo il bilancio primario e quindi abbiano sempre speso meno denaro di quanto incassato dal contribuente.

 

Come mai allora il debito pubblico è continuato ad aumentare? La colpa sarebbe degli odiosi interessi sullo stock di debito preesistente, che soffocano la nazione ed impoveriscono gli Italiani. In pratica i governi che si sono succeduti al timone dell’Italia sarebbero stati responsabili e giudiziosi ma il peso crescente degli interessi chiesti dal sistema bancario internazionale, la cosiddetta  Usurocrazia Globale, avrebbe fatto naufragare qualsiasi tentativo di mettere in ordine i conti dello Stato.
Il corollario è che se avessimo avuto ancora la lira e la possibilità per la Banca d’Italia di monetizzare il nostro debito pubblico a tasso zero, i nostri governi  non solo  non avrebbero avuto alcuna difficoltà a ridurre il debito ma avrebbero potuto farlo senza manovre da macelleria sociale e diminuendo le tasse.
È corretta questa analisi? Secondo me no, vediamo il perchè.
Innanzitutto guardiamo l’andamento dei famigerati interessi sul debito che l’Italia ha dovuto pagare negli ultimi 15 anni.
Come si vede, l’ingresso nell’area Euro a fine anni ’90 aveva permesso al nostro paese di chiedere un tasso di interesse più basso sui
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